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Una storia di Federica78

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Essenziale 2049

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Autunno 2049

Una giornata nel futuro

Pubblicato il 05 novembre 2017

Era un pomeriggio di ottobre quando mi svegliai senza sapere dove fossi finita. Mi sollevai dalla panchina sulla quale ero adagiata, ero confusa e guardandomi incontro vidi che mi trovavo in un parco bellissimo tinto di colori autunnali. Gli uccellini cinguettavano e tutto sembrava perfetto, fino a che non mi accorsi che era completamente deserto. “Strano – pensai - solitamente i parchi sono pieni di persone che leggono, bambini che giocano, giovani che si scambiano effusioni”. Un po’ titubante iniziai a percorrere il parco e quando sentii delle voci, d’istinto le seguii.

Provenivano da un grande schermo che mostrava un’intervista ad un certo Ing. Silas che qualche anno prima aveva inventato una importante tecnologia. Le immagini che si susseguivano mostravano come, grazie alla sua ricerca sul cervello umano, fosse stato possibile immagazzinare i ricordi di una persona all’interno di un computer e come, a causa di un malfunzionamento del sistema, fosse stato possibile trasferire anche la coscienza di questa persona. Già di per sé il primo passaggio era risultato rivoluzionario, ma con il suo errore era riuscito a superare l’unica cosa alla quale non c’era mai stato un rimedio: la morte. Ero esterrefatta, poi mi accorsi della data riportata sullo schermo: 25 ottobre 2049. Senza volerlo le gambe mi cedettero e mi ritrovai per terra.

Con una grande agitazione nel cuore mi misi a camminare più velocemente, fino ad arrivare ad un gruppo di case. Anche qui non c’era anima viva. Provai a citofonare ad alcuni campanelli, ma non mi aprì nessuno. Sconfortata mi misi a sedere su un dondolo che si trovava in un giardino ben curato. Assorta nei miei pensieri, non mi accorsi subito del bambino che mi osservava incuriosito.

“Ciao, io mi chiamo Edo” esclamò con un ampio sorriso mentre mi fissava con i suoi profondi occhi neri. Iniziai a calmarmi. La gente non era sparita, per fortuna. “Ciao piccolo, io mi chiamo Federica” gli dissi porgendogli la mano. Il bambino si sedette vicino a me. Continuava a fissarmi, avrà avuto cinque o sei anni, e dondolava le gambine con sguardo felice.

“Dove è la tua mamma? Posso parlarle?” gli chiesi un po’ in ansia, ero finita nel 2049 in qualche modo e non sapevo come fare a tornare nella mia epoca. Edo saltò giù dal dondolo e mi fece cenno di seguirlo in casa. Entrando mi guardai intorno: era una casa molto moderna, piena di tecnologia e con sparsi qua e là un mucchio di giocattoli. “Mamma, c’è una persona che è venuta a trovarci, si chiama Federica e vuole parlarti” disse il piccolo senza rivolgersi a nessuno in particolare. Fui subito attratta da un terminale video con diverse lucine lampeggianti, alcune erano verdi, altre arancioni e blu. Quella blu si fissò e apparve un’immagine su un grande schermo: era la foto di una donna. E iniziò a parlare. Sprofondai sul divano dietro di me. “Buongiorno Federica, che piacere avere delle visite. Non viene mai nessuno a trovarci e il mio piccolo Edo si annoia molto”. Mentre la voce parlava, Edo si era avvicinato alla sua foto e le stava dando dei bacini.

Mi tornò alla mente l’intervista di poco prima. “Mi scusi, mi sono svegliata in questa epoca senza sapere come. Ma come vivete al giorno d’oggi?”. La voce riprese a parlare: “Lo scorso anno purtroppo sono morta a causa di una malattia, ma grazie alla tecnologia dell’Ing Silas la mia coscienza o mente o anima, a seconda di come ognuno di noi la voglia chiamare, è stata immagazzinata all’interno di un computer. Io continuo a vivere qui dentro. Anche se questo computer si spegne, io viaggio nella rete e utilizzo qualsiasi mezzo per esprimermi. Così posso stare accanto al mio piccolo Edo”

L’immagine sullo schermo iniziò ad animarsi e a lanciare sguardi affettuosi al bambino. “Durante il giorno viene una tata ad aiutarmi” spiegò il piccolo Edo.

Ero perplessa, da un lato questa tecnologia era bellissima, permetteva di restare in contatto con le persone care anche dopo la loro morte, ma dall’altro lato quel povero bambino mi faceva pena, mancava il contatto fisico che nei rapporti sociali è molto importante.

“Anche il tuo papà è nella rete?” gli chiesi mentre gli accarezzavo i capelli. Rispose la madre: “Purtroppo no, è venuto a mancare a causa di un incidente qualche mese fa e quindi in così poco tempo non è stato possibile trasferirlo”.

Ero assorta ad osservare madre e bimbo così lontani ma comunque così intimi a modo loro, quando la porta di casa si aprì e feci la conoscenza di una strana figura. Edo gli corse incontro e l’abbracciò. La figura con rotelle al posto dei piedi e una testa grande con al centro quello che sembrava un occhio mi si avvicinò. “Buongiorno Federica, so che ha fatto la conoscenza della padrona di casa. Io Sono Eva, la tata”.

Mentre le porgevo la mano, capii come faceva a sopravvivere un bambino così piccolo in quello strano mondo. Ma mi si riempì comunque il cuore di tristezza.

Seduta nuovamente sul divano, stavo sorseggiando una tazza di cioccolata che mi aveva preparato Eva ed osservavo da lontano la scena: Il piccolo Edo rideva mentre raccontava alla madre e alla tata cosa avesse fatto durante il giorno. Sembrava in effetti una normalissima scena familiare, anche se non apparteneva agli standard ai quali ero abituata io. Il bambino mi sembrava felice. Fuori si stava facendo buio e iniziai a sentirmi molto stanca: non era certo stata una giornata normale.

Mi diressi verso il trio “Vi ringrazio per l’ospitalità di oggi e per il piacevole pomeriggio passato insieme, ma ora credo di dovere andare, mi sento molto stanca”. La madre del bambino mi rivolse parole gentili “Federica torna ancora a trovarci quando potrai, sarai la benvenuta”. Eva mi strinse la mano mentre quando fui davanti al piccolo Edo mi inginocchiai a terra e lo abbracciai con tutta la forza che avevo. Lui ricambiò e per me fu una sensazione bellissima. Sentii il suo cuore battere insieme al mio e lui mi diede anche diversi baci “Federica vieni ancora a trovarmi, la prossima volta giocheremo insieme con le mie macchinine”.

Il cielo era ormai tinto di stelle, l’istinto mi disse di tornare alla panchina dove mi ero svegliata la mattina precedente, lungo la strada incontrai un paio di persone che mi salutarono. Ora non mi sembrava più un mondo tanto strano. Mi addormentai sulla panchina ripensando al piccolo Edo e alla sua strana famiglia, sicura che comunque sarebbe stato felice.

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