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Una storia di LuigiMaiello

Questa storia è presente nel magazine Intertwine Consiglia

Intertwine Consiglia: "da Storia nasce Storia" #76

La serie tv Westworld, l’album DAMN. di Kendrick Lamar e le “Macerie prime. Sei mesi dopo” di Zerocalcare.

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Pubblicato il 19 aprile 2018 in Giornalismo

Tags: autore ispirazione kendricklamar westworld zerocalcare

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“C’era qualcosa con il filo spinato, e gigantesche nuvole a forma di fungo. Oh, be’, si è trattato solo di un brutto sogno”

- Homo deus. Breve storia del futuro di Yuval Noah Harari.

Viviamo tra le storie di ieri, di oggi e di domani. Alcune esistono, altre sono inventate.

Viviamo tra le storie raccontate nei libri, nei film e nelle canzoni. In quelle delle pubblicità, fin dai tempi di Carosello.

Viviamo nelle storie, ma come nasce una storia? Qual è il ruolo dell’autore?

Di questo parlo nella nuova puntata di Intertwine Consiglia: Da storia nasce storia #76.

Un gioco di parole che avrà come protagonisti: la serie tv Westworld e il suo mondo tra fantascienza e script narrativi; il concept album DAMN. di Kendrick Lamar in cui il rapper racconta una storia (la sua) attraverso le canzoni, ognuna delle quali può essere vista come un capitolo a sé; e infine c’è Zerocalcare, che racconta la storia di alcuni personaggi divisa in due parti: sei mesi prima e sei mesi dopo, ma cosa è successo nel frattempo?

Intertwine Consiglia: Da storia nasce storia #76 inizia.

“Benvenuti a Westworld - Dove tutto è concesso”

Westworld è una serie tv ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy basata sul film Il mondo dei robot (Westworld, 1973) scritto e diretto da Michael Crichton.

La prima stagione della serie è andata in onda nel 2016. Il 22 aprile inizia la seconda stagione.

La storia è ambientata in un futuro e in un luogo imprecisati, per questo potrebbe essere definita di fantascienza, ma in questa serie c’è anche molto altro.

“Mi piace ricordare quello che mi ha insegnato mio padre: che ad un certo punto o ad un altro, siamo tutti nuovi in questo mondo”.

Ci troviamo in un enorme parco a tema western, in cui vivono dei robot con sembianze umane. Ogni giorno ci sono dei visitatori, che, una volta entrati, possono dare sfogo a tutti i loro istinti più animali e violenti: uccidono, picchiano, violentano, rapinano banche.

"La cosa sbagliata dei sette peccati capitali è che non ce ne sono più".

I robot hanno sembianze umane e sono esteticamente indistinguibili dagli uomini. Le loro azioni sono determinate dalle linee narrative studiate dagli sceneggiatori del parco. Il lavoro autoriale è fondamentale, non solo nello scegliere le linee narrative generali del parco (che periodicamente vengono cambiate) ma anche nel creare una serie di piccole storie e copioni per ognuno degli androidi.

Come in ogni lavoro creativo e di gruppo, possono esserci dei contrasti legati a visioni diverse: tra il vecchio autore rappresentato da Robert Ford (Anthony Hopkins) legato ad un certo tipo di narrazioni e i nuovi storyteller.

I visitatori del parco (che pagano 40000 dollari al giorno) possono scegliere se partecipare alle linee narrative (ad esempio: la cattura di un bandito o la rapina in banca), oppure vagare nel parco in cerca di qualcosa che richiami il loro interesse.

“Nessuna indicazione, nessuna guida. Capire come funziona è metà del piacere. A te spettano le scelte. L’unico limite è la tua immaginazione”.

I visitatori sono in una posizione di privilegio rispetto ai robot: possono ucciderli e usare ogni tipo di violenza su di loro, mentre non può accadere il contrario. Di un androide, però, ti puoi anche innamorare.

Ogni storia dura un giorno. Al mattino ne inizia una nuova che non tiene conto di tutto quello che è successo il giorno prima: i robot si svegliano e svolgono le azioni impostate nei loro chip.

Ogni robot nel tempo interpreta ruoli diversi a seconda delle esigenze narrative: un androide donna, ad esempio, in un copione ha una famiglia e viene violentata da un visitatore, in un’altra fa la prostituta in un saloon.

Tutto ciò è possibile per un motivo: anche se vengono stuprati, picchiati o uccisi, il giorno dopo i robot vengono riparati, rimontati e riprogrammati per ricominciare da capo, senza ricordare ciò che gli è successo il giorno prima.

Almeno così accade, fino a un certo punto.

- I tuoi ricordi sono il primo passo verso la coscienza. Come puoi imparare dai tuoi sbagli se non li ricordi?

Ecco uno degli snodi narrativi più importanti della serie: viene fatto un aggiornamento nel software dei robot che gli consente di sognare e ricordare alcune cose delle loro giornate e del loro passato. Avendo dei ricordi, gli androidi si comportano in maniera ancora più realistica, ma potrebbero nascere dei problemi: cosa accadrebbe se iniziassero a ricordare che sono solo dei robot-marionetta che fanno sempre le stesse cose e vengono continuamente picchiati, uccisi e stuprati?

- Da un po’ mi domando se in ogni momento non ci siano varie piste, scelte sospese nell’aria come fantasmi, e se riuscendo a vederle non si possa cambiare la propria vita.
L’Uomo Nero (Ed Harris)
L’Uomo Nero (Ed Harris)

Tra i (tanti) personaggi della serie un ruolo di primo assume la figura de l’Uomo Nero (Ed Harris), un visitatore assiduo della serie, che non si limita a compiere azioni violente e a fare il pistolero, bensì è convinto che esista un “livello” più profondo nel parco, un labirinto da scoprire. Questo è un altro interesante filone narrativo da indagare.

Il cast della serie è stellare. Oltre ai già citati Anthony Hopkins e Ed Harris, troviamo: Evan Rachel Wood (Dolores), Thandie Newton (Maeve), Jeffrey Wright (Bernard), James Marsden (Teddy) e tanti altri.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo della narrazione.

Dolores è il primo personaggio che conosciamo, ma è anche colei che, insieme a Maeve, prova per prima una dissonanza cognitiva: i flashback delle loro storyline passate non collimano con l’esperienza diretta che stanno vivendo.

Dolores si accorge che il mondo non è così bello come ha sempre pensato; significativi sono due monologhi che iniziano allo stesso modo ma che si sviluppano diversamente. A un certo punto uccide un androide per difendersi: conosce la morte, un concetto estraneo a lei fino a quel momento.

“Alcuni scelgono di vedere la bruttezza in questo mondo, il disordine. Io scelgo di vedere la bellezza, di credere che ci sia un ordine nei nostri giorni. Uno scopo”
“Alcune persone scelgono di vedere la bruttezza di questo mondo. Io ho scelto di vederne la bellezza. Ma la bellezza è un’esca…. Lo scopo è tenerci qui”.

Maeve invece rappresenta due momenti importanti per gli androidi: prima la presa di coscienza della sua natura di robot, quando entra a contatto con i suoi creatori/riparatori, e poi la consapevolezza, quando si accorge che è in grado di intraprendere una propria linea narrativa.

I riferimenti letterari

Concludo con una serie (non tutti) di riferimenti letterari presenti nella prima stagione. I dialoghi sono costellati di rimandi a Shakespeare: dal Re Lear all’Enrico IV, passando per Romeo e Giulietta. Tanti sono anche i rinvii ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, alla letteratura “dei robot” di Philip K. Dick e Isaac Asimov, a Jurassic Park di Michael Crichton e al film “Il mondo dei robot“, da cui la serie è tratta.

Come anticipato, il 22 aprile verrà trasmesso il primo episodio dell’attesissima seconda stagione. Ecco il trailer:

Attraverso la musica si può raccontare la lotta di un uomo, che si sta costringendo ad essere più umile e grato, e non essere arrogante a causa del suo successo. Il successo, infatti, può portare alla dannazione.

DAMN.

Questa è la storia a capitoli di DAMN. il disco di Kendrick Lamar, di cui però vi racconterò solo alcuni pezzi.

Damn di Kendrick Lamar è un concept album attraverso il quale, il rapper racconta una storia: quella della sua vita. Ogni titolo infatti rappresenta un aspetto della sua storia personale e, a seconda del momento e dello stato d’animo, cambia anche lo stile.

Si sente arrogante e ancora risentito verso coloro che non apprezzano il suo talento (in DNA., DIO., ELEMENT., e HUMBLE.) mentre la sua voce e le tonalità sono più armoniche nel pezzo iniziale (BLOOD.), in PRIDE. e in DUCKWORTH.

FEAR. è forse la canzone più importante dell'album, a cominciare dal messaggio vocale del cugino Carl che chiama Kendrick per ricordargli, "siamo maledetti”.

L’album diventa il modo per rompere la maledizione del suo successo.

FEAR. (Paura) ci fa conoscere tre stadi di paura: quella di sua madre all'età di 7 anni, quella della morte da adolescente all'età di 17 anni e tutte le paure provocate dalla sua nuova fama e fortuna all’età di 27 anni.

Il cugino Carl è presente anche in YAH., la seconda canzone dell'album.

"Sono un israelita, non chiamarmi più nero, quella parola è solo un colore…”

Kendrick allude spesso agli insegnamenti di suo cugino Carl Duckworth e alla maledizione sul popolo di Israele di cui parla il Deuteronomio.

Come ho già detto, Kendrick in quest’album racconta se stesso, di come si consideri discendente degli israeliti ebrei neri, ma si concentra più sulla maledizione della disobbedienza anziché sulle benedizioni dell'obbedienza.

DAMN (dannazione/maledizione) è forse la parola che ricorre più spesso nel disco. Lamar vuole prima di tutto raccontare le sue paure, per riconoscerle e riuscire a superarle.

YAH. è probabilmente l'abbreviazione di Yahweh, il nome e la pronuncia di Dio in ebraico.

PRIDE. racconta il mondo perfetto e spiega come sia l’orgoglio il peccato originale dell’uomo, quello che ha allontanato Adamo ed Eva dal Giardino dell'Eden.

DUCKWORTH. è l’ultimo pezzo del disco (in tutto 14) e forse il più significativo: è il racconto di come Anthony Tiffith (capo di Top Dawg Entertainment, la sua etichetta) arrivò quasi a uccidere il padre di Kendrick, e di come esistono due scelte nella vita:

si può uccidere o perdonare, salvare o condannare.

Più ci si tuffa in profondità, più DAMN. sembra un uomo che affronta i suoi vizi e cerca di capire come non giungere alla rovina. L’album è un promemoria del fatto che il nostro tempo su questo pianeta è breve, quindi non bisogna trattenere i beni terreni, né i sentimenti, è per questo che Kendrick condivide tutto questo con il mondo, attraverso le sue canzoni.

Kendrick Lamar
Kendrick Lamar

C'è così tanto da esplorare e decifrare ancora su questo album che ha vinto il Grammy per il Best Rap Album, e il Premio Pulitzer per la Musica:

“una virtuosa collezione di brani uniti da un’autenticità gergale e un dinamismo ritmico che offre vignette commoventi sulla complessità della vita moderna degli afroamericani”.

Un premio che per la prima volta in 102 di storia del premio, non viene vinto da musicista non classico né jazz, bensì da un rapper.

Questo perché con i suoi testi complessi e ricchi di metafore, riesce a raccontare l’America come nessun altro in questo momento. Le sue sono narrazioni complicate e interconnesse, ma con una coerenza stilistica e tematica impressionante.

Con un disco si può anche raccontare se stessi e il proprio successo, ma anche le preoccupazioni e i vizi che la fama porta.

“Macerie prime – Sei mesi dopo” - Zerocalcare

Zerocalcare è uno dei più bravi fumettisti italiani, e il fatto che è stato finalista al Premio Strega 2015 con Dimentica il mio nome, lo certifica ampiamente.

Ma Zerocalcare non è solo bravo, è anche un artista che ama sperimentare.

Kobane Calling, ad esempio, è un reportage in forma grafica del viaggio che ha portato l'autore al confine tra la Turchia e la Siria a pochi chilometri dalla città assediata di Kobanê. Voi avete mai pensato a un reportage sotto forma di fumetto? Michele Rech, in arte Zerocalcare, si!

“Macerie prime – Sei mesi dopo” è il seguito di Macerie prime. Si tratta di una storia divisa in due parti, che, come dice il titolo, sono uscite a distanza di sei mesi l’una dall’altra.

L’artista ci spiega la novità: “Quando leggerete “Macerie prime – Sei mesi dopo” saranno trascorsi sei mesi anche nella vita dei personaggi, alcuni dei quali nel frattempo si saranno persi di vista”.

In Macerie prime troviamo il racconto di come sono cambiate le vite dei personaggi dei suoi fumetti col passare degli anni; si tratta quindi un modo di riportare le lancette a livello della vita vera delle persone a cui quei personaggi si ispirano.

Pubblicato da Bao Publishing, “Macerie prime – Sei mesi dopo” sarà distribuito in fumetteria e libreria a partire dal 7 maggio prossimo, quindi le informazioni di cui disponiamo sono solo quelle ufficiali. In altre parole, lo consigliamo, ma non abbiamo ancora sbirciato questo nuovo lavoro.

Di certo, si tratta di un’iniziativa editoriale (e commerciale?) molto interessante.

In Macerie prime ci sono i personaggi storici dei suoi fumetti: il Cinghiale, l’ossessionato sessuomane, che si sposa e sta per avere un figlio; Sarah che vorrebbe fare l’insegnante ma è ancora precaria; Katja che vorrebbe una convivenza, ma il fidanzato quarantenne non vuole e non può accontentarla.

Ma cosa accade sei mesi dopo? Una cosa è certa il figlio di Cinghiale nasce, su questo potete stare tranquilli.

Macerie prime - Zerocalcare
Macerie prime - Zerocalcare

In Macerie prime, Zerocalcare - o meglio, il personaggio Zerocalcare presente nelle sue storie – vive una sorta di crollo psicologico (rappresentata dall’allontanamento dall’Armadillo) che lo pone inoltre in una situazione di forte contrasto con i suoi amici di sempre e, per estensione, con tutto il resto del mondo.

Un Panda ha preso il posto dell’Armadillo, che, con la sua corazza, rappresentava la calma e gli offriva rassicurazione.

Macerie prime e Macerie prime – Sei mesi dopo rappresentano un modo per raccontare le ansie e le preoccupazioni dell’autore: un ragazzo di 34 anni che si (e ci) pone domande tipiche della nostra generazione:

- Quand’è che diventiamo grandi?

- Quando troviamo un lavoro senza precarietà?

- Quando ci sposiamo?

- Quando iniziamo a farci piacere le cose che non ci piacciono?

In “Macerie prime – Sei mesi dopo” scopriremo cosa è successo in questi sei mesi, che forse, rappresentano anche un momento di passaggio (e di crescita?) dell’autore.

Macerie prime - Zerocalcare
Macerie prime - Zerocalcare

L’ispirazione può nascere in tanti modi, ma non è di questo che voglio parlare.

Ognuno di noi può raccontare una storia. Lo facciamo ogni giorno e non mi riferisco necessariamente a grandi narrazioni: “non sai quello che è successo a lavoro!”, “In treno mi è capitato un fatto divertente …”

Siamo continuamente immersi nelle storie, ma nel momento in cui vogliamo diventare autori, dobbiamo fare un salto di qualità: si può raccontare anche qualcosa di prevedibile, ma è meglio farlo in modo sorprendente, scegliendo per bene parole e stile da usare, perché delle storie tutti noi subiamo il fascino.

L’arte non conosce le certezze verificabili della geometria o della fisica, ma l’astratto è raramente più efficace del concreto.

“Era addolorata” non funziona bene quanto “Distolse lo sguardo”.

Ma allora cosa bisogna fare per provare a uscire da questa incertezza? Scrivere!

Può essere doloroso, ma mettere nero su bianco ciò che si vuole dire, aiuta a scoprire e precisare ciò che si vuole dire: il gesto preciso dello scrivere inchioda l’unica sensazione che si addice al nostro momento.

“Da storia nasce storia”, e così è successo anche a me, quando, per scrivere quest’articolo, ho usato storie che in parte possiedo: le storie che ho a portata di mano.

Domani ci saranno altre storie, ma non sono quelle che ho voluto raccontare oggi.

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