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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Co. pt.50: "Il cattivo che c'è in ognuno di noi"

Lo chiamavano Jeeg Robot legato alla colonna sonora de "Il buono, il brutto, il cattivo" del maestro Ennio Morricone e a Il Lercio di Welsh.

Pubblicato il 10 marzo 2016

“Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch'io”

Toni Servillo nei panni di Giulio Andreotti ne Il divo di Paolo Sorrentino.

Vi siete mai chiesti chi è stato il primo pubblicitario della storia dell’umanità?

Colui che per la prima volta ha elaborato una strategia per mettere in risalto le qualità di un prodotto e spingere il suo target a realizzare un determinato comportamento?

Secondo Marco Vecchia, autore di “Hapù – Manuale di tecnica della comunicazione pubblicitaria” (2003), il primo a creare una campagna pubblicitaria è stato un serpente, o meglio, Satana sotto la veste di un serpente.

Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre di Michelangelo Buonarroti.

La storia è famosa. Il diavolo vuole vendicarsi di Dio e per questo decide di persuadere la coppia umana ad assaggiare il frutto che Dio ha proibito di mangiare.

Il diavolo ha un target specifico: Eva, che potremmo definire “suggestionabile e aperta al cambiamento” e decide di rivolgersi a lei con questo messaggio:

“Se mangerai il frutto dell’albero vietato, diventerai come Dio!”.

Così che la mela, nella mente di Eva, diventa più bella, più importante da possedere e anche più buona da mangiare (nuova immagine). La donna, ormai persuasa, coglie la mela, la mangia e poi agisce come un vero e proprio influencer nei confronti di Adamo, convincendolo ad assaggiarla.

Il seguito della storia è noto.

Intertwine Consiglia pt.50: "Il cattivo che c'è in ognuno di noi" è un piccolo viaggio nel mondo dei cattivi, dove però il confine tra bene e male è molto labile, non vi sono ruoli fissi e i protagonisti spesso possono cambiare.

Il primo titolo di questa settimana è un film che sta riscontrando un enorme successo al botteghino: Lo chiamavano Jeeg Robot (non ci sono spoiler).

“Corri ragazzo laggiù. Vola tra lampi di blu. Corri in aiuto di tutta la gente dell'umanità. Corri e và per la terra. Vola e và tra le stelle. Tu che puoi diventare Jeeg...”

Voi lo ricordate Jeeg Robot? Era quel cartone animato in cui il protagonista all’improvviso si trasformava in un robot imbattibile per salvare l’umanità.

Lo chiamavano Jeeg Robot è il film di Gabriele Mainetti al cinema dal 25 febbraio.

È la storia di Enzo Ceccotti, un delinquente che un giorno per scappare dalla polizia si tuffa nel Tevere. Vuole solo nascondersi, ma quel tuffo cambierà la sua vita.

“Un tuffo dove l’acqua è più blu”? Beh in questo caso non è così. L’acqua del Tevere si rivela più inquinata del solito e il protagonista si ritrova immerso in una serie di sostanze tossiche riversate illegalmente nel fiume.

Torna a casa e dopo qualche giorno in cui sta davvero male, scopre di essere diventato fortissimo, quasi immortale.

Enzo Ceccotti è il classico delinquente stralunato, ombroso, un po’introverso e all’inizio accoglie i suoi super poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente.

Claudio Santamaria, per interpretare Enzo, ha dovuto allenarsi e ha visto aumentare il suo peso di ben 20 chili, fino ad arrivare a pesarne 100. Addosso ha una vera propria corazza, che viene aperta solo dalla sensuale Alessia (interpretata da Ilenia Pastorelli), una ragazza un po’ svitata e fissata proprio con l’anime giapponese Jeeg Robot D’Acciaio.

Sarà proprio l’incontro con la ragazza a cambiarlo. Contro di lei infatti, i suoi super poteri non potranno nulla.

“Ma tu sei un supereroe, mica puoi andare a rubà!

C’è un sacco di gente da salvare! E’ per questo che hai i poteri”

In ogni film di genere, l’eroe ha bisogno di un cattivo all’altezza della situazione.

In questo caso è Fabio Cannizzaro, detto lo Zingaro (interpretato da Luca Marinelli), un criminale ossessionato dalla propria immagine, con un solo un grande rimpianto: non essere diventato cantante pop e star della tv.

Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot realizza quello che può essere considerato il primo vero film di supereroi italiano: un’opera altamente innovativa, che riesce a conciliare il fantasy con un contesto puramente drammatico, rappresentato dal classico ambiente criminale italiano.

Il tutto con un budget bassissimo per il genere: 1,7 milioni di euro.

I superpoteri di Enzo scompigliano la scena criminale romana:

“Io solo una cosa voglio sapè: ma tu chi caxxo sei!”

“Sei cascato da un altro pianeta?

Sullo schermo non troviamo i classici supereroi dei fumetti americani, ma un personaggio altamente immerso nel contesto che lo circonda: la periferia romana di Tor Bella Monaca.

Questo film è anche una sorta di racconto di formazione, dove trova piena espressione la mitologia dell'uomo qualunque che riceve i poteri in seguito a un incidente e che, attraverso un percorso di colpa e redenzione, matura la consapevolezza di un obbligo morale.

Da piccolo guardavo sempre i film western con mio padre.

Con lui credo di aver visto tutti i film di Sergio Leone: da Per un pugno di dollari a Per qualche dollaro in più, passando per Il buono, il brutto, il cattivo. Ma anche molti altri.

Ho sempre amato quei film in cui c'erano personaggi più furbi e scaltri di altri.

Quelle storie dal ritmo lento, in cui l'intelligenza si erge a protagonista, dove ad andare veloce era la mente dei protagonisti, anche più rapida dei proiettili sparati nei tanti duelli.

E di quei film, più dei personaggi, mi sono rimaste impresse le colonne sonore firmate dal maestro Ennio Morricone.

Se non l’avete capito, la parte musicale dell’intreccio di questa settimana è dedicata a Ennio Morricone, vincitore del premio Oscar per la colonna sonora di “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino.

Ora però torniamo a qualche anno indietro e rituffiamoci nelle ambientazioni western con la colonna sonora de Il buono, il brutto, il cattivo.

Il buono, il brutto, il cattivo è la colonna sonora perfetta per uno dei migliori film western della storia, il terzo e conclusivo atto della "Trilogia del dollaro" diretta da Sergio Leone. Una pellicola considerata tra le migliori del genere.

Se leggete i nomi dei brani che la compongono venite subito riportati nel film da titoli come Il tramonto, Sentenza, Fuga a cavallo, Fine di una spia, la famosissima L’estasi dell’oro (di cui anche i Metallica hanno fatto una cover).

Fino alla scena finale: “Il Triello”, dove i protagonisti assoluti sono gli sguardi dei tre protagonisti (Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallach), le urla di qualche corvo che sono presagio di morte, e poi gli spari finali.

Una delle scene più famose della storia del cinema, frutto di ripresa e montaggio magistrali , ma anche di una colonna sonora che ne sottolinea la tensione e la potenza evocativa.

Vi siete mai chiesti perché qualsiasi musicista, parlando del nostro compositore, lo definisce sempre “Maestro”?

«Devo cercare di realizzare una colonna sonora che piaccia sia al regista, sia al pubblico, ma soprattutto deve piacere anche a me, perché altrimenti non sono contento. Io devo essere contento prima del regista. Non posso tradire la mia musica».

L’elenco delle colonne sonore realizzate da Ennio Morricone è lunghissimo, ma dovendo sceglierne qualcuna tra i titoli di film “western” ci sono: Una pistola per Ringo, La resa dei conti, C'era una volta il West, Il grande silenzio, Il mercenario, Giù la testa, Il mio nome è Nessuno.

Morricone successivamente ha scritto le musiche per numerose pellicole come I giorni del cielo, Mission, The Untouchables - Gli intoccabili, Nuovo Cinema Paradiso, C'era una volta in America.

Nel 2007 ha ricevuto il premio Oscar alla carriera "per i suoi contributi magnificenti e sfaccettati all'arte della musica da film" dopo essere stato nominato per 5 volte tra il 1979 e il 2001 senza aver raggiunto il traguardo.

Nel 2016 ottiene il suo secondo Oscar per le partiture del film di Quentin Tarantino The Hateful Eight:

Concludiamo con Il Lercio, il romanzo di Irvine Welsh pubblicato nel 1998.

L’aggettivo lercio è sicuramente l’aggettivo azzeccato per descrivere il protagonista di questo romanzo, il sergente della polizia di Edinburgo Bruce Robertson, detto “Robbo”.

Pensate che tutte le caratteristiche negative non possano essere racchiuse in una sola persona? Robbo vi smentirà subito.

È una persona sporca, sia riguardo la personalità, che per quanto riguarda le abitudini alimentari, sessuali e il suo igiene personale. Vive sempre al limite, strafatto di droga o alcol e pronto a soddisfare le proprie perversioni sessuali.

L’incipit della storia è l’assassinio di un ragazzo di colore. Molti pensano a un omicidio a sfondo razzistico, ma, come spesso accade,

la verità va cercata oltre le apparenze.

In realtà l’indagine è solo un elemento del libro, non il fine ultimo. Il romanzo di Welsh è soprattutto un viaggio nella mente psicotica e deragliante di Bruce Robertson, che agli occhi della gente è vincente, un duro, uno che si prende gioco della vita e delle persone.

In realtà lui ha due grandi problemi: uno interiore, in quanto è stato lasciato dalla moglie, che ha portato con sé la loro figlia; e uno fisico, perché convive con un fastidioso eczema alle parti basse e con un sospetto verme solitario che gli cresce nell’intestino.

Ad un certo punto nella storia compare una voce narrante. Se in prima istanza essa sembra essere la voce del verme che si nutre di Robbo, poi ci si accorge che essa non è altro che la voce dell’anima lacerata di Robbo.

Il Lercio non è di facile lettura e può creare anche un certo disturbo nel lettore, perché Bruce è l’incarnazione di tutti quelli che non rispettano le regole morali e considerano gli altri prede di cui usufruire. Allo stesso tempo Il Lercio la rappresentazione di una realtà, che può piacere o meno, può trovare disapprovazione o meno, ma comunque induce alla riflessione.

Jeeg Robot era uno dei miei cartoni animati preferiti. Nei cartoni a vincere era sempre il bene, anche se io amavo alcuni personaggi violenti e un po’ ambigui come Phoenix de I Cavalieri dello Zodiaco, L’Uomo tigre e Ken il Guerriero.

Forse per guardare la realtà in modo diverso, è necessario tornare a guardare il mondo con lo sguardo incantato di quando eravamo bambini, ma tutto ciò non vi suona strano, visto che da piccoli giocavamo a fare i grandi?

La verità è che "I Supereroi esistono, ma noi non li vediamo".

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