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Una storia di Chrisma

Old Cold Town

Vivevo in un città vecchia e fredda...

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Pubblicato il 25 gennaio 2018 in Storie d’amore

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- Vivevo in una città. Una città vecchia e fredda... Ma non come quelle del far west, non ero in mezzo al deserto, no. Ero invece più in una realtà alla “Io sono leggenda...”, in cui la natura ha distrutto una New York abbandonata...

Natale era passato da una settimana e ormai rimaneva soltanto la speranza che la festa di Capodanno levasse da dosso tutta l’ansia e l’angoscia che quel periodo dell’anno instillava in Richard, in quella parte tutta speciale del suo corpo, tra i polmoni e lo stomaco.

- Ricordo il film – rispose Rita, con quella flemma che lui stava imparando a conoscere. Guardava l’interlocutore con vivo interesse, fissandolo con quegli occhi azzurri celati dai vetri degli occhiali a lente tonda. Richard s’era perso un paio di volte di troppo all’interno di quegli acquitrini, dove la luce si rifrangeva e mostrava al mondo sfumature verdi e addirittura giallastre, tuffati in quel cielo ceruleo senza nuvole.

- Ero solo. E questa cosa un po’ mi piaceva... – sorrise il ragazzo, grattandosi il mento; le sue unghie raschiavano contro la leggera barba, producendo un rumore che distrasse per qualche secondo la donna.

Riacquisirono il contatto visivo quasi subito. - ... insomma, una città tutta per me...

- A me piace restare da sola.

- Anche a me, certe volte. È che... ogni tanto è meglio immergersi tra le persone, prendere un po’ del loro calore e nutrirsi dei loro sorrisi. Anche se non ti appartengono.

Rita lo vide guardarsi attorno: erano in un locale non troppo grande, ma gremito di gente. Piaceva molto a entrambi, stare lì; la musica soffusa dava il giusto grado di privatezza e rilassamento a chiunque andasse a prendere una buona birra.

- Ora sei al caldo? – sorrise lei, stringendosi nelle spalle e riferendosi al fatto che nel locale a stento si camminasse, quella sera.

- Non del tutto -. Richard abbozzò un mezzo sorriso, colmo di una velata tristezza che Rita non riuscì a fare a meno di notare. Anche lei sorrise per metà, avvicinandosi a lui e poggiando la testa sulla sua spalla.

Sospirò, lui, guardando verso sinistra. Il vetro della finestra rifletteva la sua immagine, smagrita e disperata ma resiliente. In quei sei mesi era dimagrito parecchio; aveva deciso di dare un taglio con la sua vecchia vita e di concentrarsi su ciò che di più prossimo avesse a disposizione.

Se stesso.

Tutto pareva andare per il meglio fino a quando il suo cervello non realizzò che fosse soltanto un’illusione, una condizione fittizia di un’esistenza ancora flebile.

Non delineata.

I suoi occhi neri si concentravano sull’immagine che quel vetro ormai carico di condensa riconsegnava, e la prima cosa che notava era la barba: non si radeva da qualche settimana. Gli dava un’aria più vissuta, certo, ma non gli piaceva mantenere quell’aspetto così trasandato in volto.

E le profonde occhiaie non miglioravano di certo la situazione.

Accanto al suo zigomo c’era la chioma di Rita, fondamentalmente bionda, ma al suo carré era stata data una mano di colore, di un rosa simile a quello del Franciacorta contenuto nel flute che stringeva tra le mani.

Le piaceva il vino rosato, quella era una delle cose che Richard aveva appreso in quelle due settimane di conoscenza, quando era stato fulminato da quello sguardo triste che la donna indossava quasi sempre.

Le era successo qualcosa, lei li aveva chiamati problemi d’adolescenza, e Richard non soleva porre più di una domanda ad argomento, a maggior ragione quando vedeva che il nervo era scoperto e lui stava per toccarlo.

Gentile, quello.

Rita non aveva ancora la fiducia necessaria in lui per parlare del suo passato, per quanto torbido fosse. Il ragazzo aveva tuttavia capito che quella fosse attratta dal suo sguardo.

Forse aveva capito che anche lui fosse stata la vittima d’una tremenda sofferenza, e poggiare la testa sulla sua spalla era un modo per rincuorarsi a vicenda.


Forse.


Lui non lo sapeva. Si limitò a voltare lo sguardo dall’altra parte, affondando il naso nei capelli di quella e inalando silenziosamente il suo aroma.

Gli piaceva. Gli piaceva lei, più in generale.

- E quindi? Eri in questa città vecchia e fredda...

- Sì, scusami... ero sovrappensiero. Beh, dicevo... Ero in questa città, vivevo lì. Passavo la notte a guardare le stelle e a disegnare sui muri della mia camera e finivo puntualmente per fumare una sigaretta all’alba. Poi andavo a dormire, e quando mi risvegliavo non cambiava nulla. Ero sempre in questa stanza, a fumare drummini e a disegnare.

- E cosa disegnavi? – chiese lei, sistemando la montatura degli occhiali sul naso, piccolo e puntuto. Richard abbassò lo sguardo, fissandole le labbra e le mani.

- Volti.

- E gli occhi com’erano?

Rita si voltò, trovandosi Richard a pochi centimetri dal volto.

- Non disegnavo mai gli occhi.

Come se avesse perso interesse, la ragazza tornò a guardare dritto, giochicchiando con l’anello attorno al mignolo. – Come mai?

- Non... non lo so – sorrise quello. – Non mi sono mai chiesto perché.

- Tu disegni, giusto? Chi disegna non ha bisogno di mostrare?

Lui sorrise e rispose con un’altra domanda. – Cosa dovrei mostrare, quando disegno?

- Gli occhi sono la chiave per le emozioni – rispose sapientemente quella. E aveva ragione, perché nel suo sguardo c’era un universo inesplorato.

- Un’arma a doppio taglio, praticamente – sorrise l’altro, quasi amaramente.

Quella si voltò, fissandolo. - Perché pensi questo?

- Ci sono tante volte in cui non vorrei che la gente capisse ciò che provo, Rita. Volte in cui penso che sia meglio che ognuno di noi viva la propria esistenza vedendo le porte degli altri chiuse.

Lei sorrise, quasi divertita.

- E cosa ci spingerebbe ad aprirle, quelle porte?

Richard fece spallucce, pensando per qualche secondo. – Gli zerbini, forse. Il fatto è che se ti guardassi negli occhi potrei capire molto di te. Anche qualcosa che tu non vuoi che io comprenda.

Lei s’avvicinò, divertita. – Allora dimmi cosa vedi.

Il ragazzo stropicciava l’occhio destro e intanto non riusciva a fare a meno di pensare che quella ragazza così bella fosse a portata di bacio. Sarebbe bastato poco, lui lo sapeva. Però s’accendeva in lui quella lampadina, quell’allarme, che gli faceva capire che non sarebbe stata una buona idea. E neppure lui lo sapeva veramente bene, il perché. - Non vuoi fare davvero questo gioco...

- Certo che voglio, altrimenti non te l’avrei chiesto...

Quello abbassò lo sguardo, carezzandole naso e bocca con la sola vista. Lei se ne accorse e si morse il labbro inferiore, quasi per riflesso.

- Avanti... – sollecitò, con quel triste e debole sorriso. – È solo un gioco...

Prese l’iniziativa e lo afferrò per le spalle, avvicinandosi così tanto da sembrare quasi pronti a baciarsi. Lei sentiva il respiro di Richard, e viceversa.

- Cosa vedi?

Quello batté un paio di volte le palpebre, prima di annuire, sconfitto.

Prima di perdersi nel mare dei suoi pensieri.

In quelle iridi celesti Richard vedeva delle lettere.

- I tuoi occhi raccontano una storia... e non mi piace.

- Interessante – annuì lei, divertita. – E che dice?

- Che hai sofferto. Come tutti, del resto. Ma pensi di aver subito una grave ingiustizia, da cui fai fatica ad allontanarti. Sembri così...

Una pausa di troppo alimentò la curiosità della ragazza. – Così?

- Così stanca. Sembri stanca e impaurita. Anche ora, sono praticamente uno sconosciuto, una persona così inutile nella tua vita, ma fai solo finta d’essere audace. Fingi, Rita. Io vedo paura, nei tuoi occhi.

Lei inarcò le sopracciglia e poi abbassò lo sguardo.

Fu quell’orribile sensazione, quando s’accorgeva d’aver ragione e non voleva, che lo fece rabbrividire.

- Mi spiace.

- No, no. Hai ragione. Hai indovinato tutto.

- Non volevo essere invadente o altro. Chiaramente non...

- E tu? Vuoi sapere che dice il tuo sguardo? – interruppe lei, sistemando gli occhiali sul naso.

Richard fece segno di no, poi sorseggiò un po’ di birra e le sistemò una ciocca delicata dietro l’orecchio. – Non c’è bisogno che mi dica quello che penso. Lo so già da me.

- Dammi la possibilità di scoprirlo.

- Credo si sia fatto tardi – ribatté velocemente, alzandosi.

Inarcò nuovamente le sopracciglia, Rita. Era sorpresa da quella reazione.

- Davvero? – domandò, davvero stupita.

- Scusami, devo andare. Devo consegnare delle tavole in accademia, domani, e...

- Come preferisci. Non devi darmi spiegazioni.

- Scusami.

Si alzarono e tornarono in auto. Lui guidò per tutto il viaggio di ritorno senza staccare un attimo gli occhi dalla strada, e lei pure, tranne qualche volta, in cui si voltava a studiare il volto del ragazzo.

Voleva capire quale segreto celasse. Voleva capire perché, nonostante avesse fissato le sue labbra per tutta la sera non avesse mai provato a darle un bacio.

E, leggendo dentro se stessa, ammise che avrebbe perso la vista pur di aspettare quel momento.


Distaccato.

Lui era distaccato.


- Richard... – chiamò poi.

- Rita.

- Va tutto bene?

- Certo. Devo consegnare delle tavole e ho parecchio da fare.

- Sai, non ho letto molto, dai tuoi occhi. Ma posso leggere qualcosa nelle tue parole. Anche tu hai sofferto.

Il semaforo era rosso e illuminava il volto dell’uomo, che ancora guardava dritto.

- E guardami... – riprese lei, sottolineando un lamento lascivo che le dava persino fastidio produrre.

E quando quello eseguì, poté vederlo annuire. – Tutti soffriamo, Rita.

- Chi è lei?

- Lei non è nessuno. Lei è soltanto un’ombra nelle mie notti.

- Come si chiama?

- Non importa.

- Scendo qui, sono quasi arrivata – ribatté di reazione la donna, sentendo schiudersi nel suo addome l’uovo del malessere.

E quando accadde, Richard non poté fare altro che venire assalito dall’angoscia e dalla paranoia. Dalla certezza che ciò che aveva di buono, che era a portata di mano, non lo sarebbe stato mai più. Aprì la portiera, pochi attimi prima che il semaforo diventasse verde, e s’allungò, rubando all’uomo un bacio sulle labbra, casto e puro.

- Bel sogno, comunque.

E uscì.

E quando la portiera si richiuse, e il suo riverbero si sedimentò nella mente di Richard, in alternanza al rumore dei clacson, quello annuì.

Si voltò a guardarla sculettare, stretta nelle spalle e avvolta dal freddo di quell’inverno che non perdonava.

Aveva sbagliato ma non poteva fare altrimenti, era schiavo del proprio io, lui.

- Sai, Rita... – sussurrò, come se lei fosse ancora accanto a lui. – Quello non è un bel sogno; quella è una brutta realtà.

E accelerò, andando via.

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