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Una storia di racheleferrari

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Le carestie del ventunesimo secolo

Pubblicato il 03 aprile 2017

Molteplici possono essere le cause delle carestie, da una mancanza di terre da coltivare, periodi di siccità, menefreghismo dei governi che non pensano alla salute del popolo ma all'arricchimento di se stessi.

Le carestie più discusse e parlate al mondo sono quelle nei paesi dell'Africa, che attualmente, nell'appena passato 2016, hanno dovuto affrontare il problema del “el Nilo”, un lungo periodo di siccità e assenza di precipitazioni che porta a un inquinamento atmosferico.

Le città maggiormente coinvolte sono: il Malawi, Zimbabwe, Etiopia, Sudan e la Somalia, che comportano un maggior numero di persone da sfamare; in paesi come la Nigeria, Sud Africa, Kenya, Uganda e Congo l'agricoltura si trova in ginocchio.

L'UNICEF ha dichiarato che oltre 11 milioni di bambini si trovano a rischio di morte di fame, ma in molti di questi paesi una delle preoccupazioni principale è il costo attuale delle tante crisi in atto.

Presumo che la maggior parte dei lettori non si sia mai trovata in condizioni disumane come nei paesi elencati prima, morire di fame non è come morire a causa di un colpo di pistola, veloce e quasi indolore, ma comporta un lento e insopportabile declino del corpo e della mente, persone di ogni sesso ed età sono costretti a subire questa tortura e come accade sempre, noi, società più ricca e sviluppata reagiamo e accorriamo in aiuto solo a danno fatto, solo dopo migliaia di morti ci accorgiamo delle condizioni disastrose dei paesi più arretrati dei nostri.

Una carestia abbastanza recente e con un alto numero di persone in stato precario o in punto di morte, circa 11 mila, avviene in Etiopia dai primi decenni di questo nuovo millennio; circa 2 mila persone al giorno si dirigono verso i campi per profughi nella speranza di trovare qualche fonte di sostentamento.

Circa 720 mila bambini si trovano a rischio di morte a causa di una grave malnutrizione, e mentre la gente muore ogni giorno il governo pensa a fare affari con paesi esteri per vendere terre e strapparle a tribù locali privandole della loro unica fonte di sostentamento.

Nel 2009 circa 35 mila chilometri quadrati di terra sono stati venduti ad aziende straniere, come a imprese malesi, coreane e due italiane; queste ultime si sono prese circa 30 mila ettari che usano per coltivare mais, soia, palma da olio, canna da zucchero e destinare tutto ciò al mercato dell'Etiopia.

Il responsabile dei Medici senza frontiere ha però ribattuto, dicendo che se davvero si vogliono aiutare queste popolazioni servono fonti primarie e ricche di proteine, come latte, uova, carne, e che quindi il mais, la soia, la palma da olio e la canna da zucchero saranno inefficaci per migliorare la situazione di grave malnutrimento presente nella zona.

Un altro grave problema è la costruzione della diga che, oltre ad avere un negativo impatto ambientale, priva dell'acqua tutte le popolazioni presenti, portando a una grave disidratazione di essi e un problema in fatto di agricoltura; l'UNESCO ha perciò chiesto l'interruzione dei lavori per la costruzione delle dighe e cerca di preservare queste zone colpite da gravi carestie.

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