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Una storia di MarthaBartalini

Questa storia è presente nel magazine The book is on the table, my table

Nello spazio (inquieto) del racconto

Recensione a: Un buon posto dove stare

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Recensioni

Tags: FrancescaManfredi Libri Narrativa Racconti Scrittura

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Inquietudine.

Poi un'immagine impressa nella mente: un vestito che si gonfia nell'acqua e punte di capelli che fluttuano come piccoli serpenti.

Ecco quello che ho tratto dalla lettura di Cloro, la prima storia di Un buon posto dove stare. Ne abbiamo parlato nell'articolo come scrivere un buon dialogo. Oggi torno a parlarne per sottolineare due aspetti interessanti in ambito di tecnica narrativa e per soffermarmi su uno dei racconti.

Due caratteristiche cinematografiche

Il tema

Se qualcuno di voi si è mai occupato di sceneggiatura, sa quanto sia centrale l'aspetto del tema nella stesura di una storia per immagini: il tema è il collante, la pasta, l'elemento di coerenza che tiene insieme gli snodi della vicenda e le caratteristiche dei suoi protagonisti. Anche in narrazione, direte. È vero. Ma in sceneggiatura, dove la scrittura deve rispettare una serie di step obbligati, ammesso di non chiamarsi Paolo Sorrentino o Quentin Tarantino, questo è ancora più vero.

Un buon posto dove stare presenta un approccio tematico al testo per il fatto che tutti i suoi racconti ruotano attorno all'elemento narrativo della casa, "un incredibile contenitore di storie, un luogo che ha la capacità di contenere, di creare ma anche di nascondere". Francesca Manfredi si addentra in questo luogo ambivalente attraverso undici storie incentrate su non detti, ambiguità, qualcosa che i personaggi tengono nascosto e che si rivela all'improvviso. Una impostazione che, oltre a giocare in favore della coerenza narrativa, attiva un gioco di rimandi interni fra storie ed elementi simbolici.

L'uso delle immagini

Non voglio dimostrare niente. Voglio mostrare.

Questa citazione del grande Federico Fellini introduce un altro aspetto di Un buon posto dove stare che richiama l'ambito cinematografico, ovvero la capacità di presentare delle scene vivide senza ricorrere a spiegazioni. È la tecnica dello Show, dont't tell che, attraverso azioni o dialoghi, scatta istantanee fatte di parole per esprimere alcuni passaggi chiave della storia. Il finale di Cloro è uno di questi casi, ma se ne possono trovare molti altri disseminati nel testo e lasciati a disposizione della sensibilità del lettore.

Dentro Il bosco, nel cuore del libro

Sesto degli undici racconti, Il bosco è un'altra delle storie di questa raccolta che ho amato particolarmente. È la storia di un padre raccontata da suo figlio. Un padre che si allontana e non fa più ritorno. Anche qui, come nel caso di Cloro, si resta a lungo in attesa che succeda qualcosa. Che questo qualcosa sia inevitabile, lo si deduce fin dall'incipit che anticipa e fa da eco al finale. Ciò nonostante, il filo di una tensione strisciante e continua non viene meno, e si snoda fra una casa e una radura...

Luogo magico e misterioso per eccellezza, il bosco racchiude il cuore di questa storia in uno spazio ben definito: una radura nella quale l'acqua piovana ha formato un piccolo stagno. È lì che Federico e sua sorella Chiara arrivano seguendo il padre lungo un sentiero umido e coperto di foglie. È un sabato di ottobre del 1998, l'acqua brilla e riflette le chiome degli alberi. Federico ha l'impressione che quel posto gli sia familiare e, mentre se ne allontana, si volta a guardarlo:

Mi sembrava di avere già visto quel posto, in un sogno o in uno dei racconti che avevo letto. Da lontano, quello specchio d'acqua sembrava il cuore del bosco.

Poco dopo, la sua attenzione è catturata dalla casetta sull'albero indicata dal padre. Impossibile resistere alla tentazione di salire. Federico e Chiara si arrampicano sui pioli ricavati nel tronco e fanno a gara a chi arriva prima. Una volta dentro, restano incantati. Lentamente, aprono la porta che dà sul balconcino e, quando si sporgono, sono sbigottiti...

"È altissimo, [...] non sembrava di essere saliti tanto". Mia sorella si avvicinò: "Fammi vedere". "Tieniti stretta" le dissi. "Se cadi ti spiaccichi come una frittella." Chiara sporse la testa di poco e la ritirò subito. [...] "Papà lo vedi?"

Papà non c'è. Inutile cercarlo con lo sguardo o gridare il suo nome. Decidono di scendere e di tornare sui loro passi lungo il sentiero. Lo stagno che prima scintillava, adesso sembra fatto di terra e fango, l'acqua vischiosa come melma. Le ombre si allungano. Nella nebbia che inizia a salire, compaiono le sagome di due daini che si abbeverano, ma scappano via appena si accorgono della loro presenza. Cala un silenzio irreale, ansiogeno. È in quel momento che il padre torna, annunciato dal rumore delle foglie che scricciolano sotto le sue scarpe.

Arrivò come se ne era andato, con la calma e il silenzio di chi non sta facendo nulla di male ma, allo stesso tempo, ha un universo da nascondere. Chiara urlò il suo nome e gli corse incontro. Io rimasi fermo [...] sentii montare dentro un'ondata calda, feroce, che solo anni più tardi avrei saputo chiamare rabbia, e che, in quel momento, mi fece venire voglia di voltarmi e scappare, più forte che potevo, fino ad averlo di nuovo lontano.

Una volta rientrati a casa, il cuore pulsante del bosco e di ciò che è accaduto, viene inglobato dalle mura domestiche sotto forma di segreto. Nessuno ne parla. A cena, Chiara racconta della casetta sull'albero e degli animali che hanno incontrato ma tralascia del padre.

Quando arriva il giorno del tanto atteso CompleHalloween di Federico, l'episodio del bosco è ormai "un capitolo chiuso, superato dai preparativi e dalle aspettative per la festa". Tutto è stato organizzato per tempo, nei minimi particolari, con la perfetta complicità della mamma: non mancano zucche intagliate, ragnatele, giochi a tema e nemmeno il giro del vicinato per il dolcetto scherzetto. Anche il padre di Federico si è preparato per l'occasione e, nel pieno della festa, va a sedersi sugli scalini del portico dove viene scattata una foto.

La foto che facemmo quel giorno la tengo nascosta tra e pagine di un libro. Chiara non sa che ce l'ho io, e nemmeno mia madre, credo. Forse un giorno gliela mostrerò. Di tanto in tanto la prendo e mi metto a osservarla. Chiara sorride a denti stretti. Le manca un incisivo. Io ho l'aria concentrata, e guardo da un'altra parte. Mio padre ha gli occhi più grigi che abbia mai visto. Sembrano fatti di nebbia. Tiene lo sgaurdo fisso sull'obiettivo, ma è come se nemmeno lo vedesse.

Nel potente uso delle immagini, questa foto fissa un istante e lo eleva a emblema, mentre la casa diventa un limite incapace di contenere quel pezzo di vita che è rimasto fuori, aggrappato a un cuore fatto di alberi e nebbia. A distanza di anni dalla scomparsa del padre, anche la mente di Federico continua a tornare lì: ripercorre gli istanti di quella giornata nel bosco, ripensa alle mani e al viso di suo padre. Come per cercare il segreto ha portato via con sé.

Classe 1998, Francesca Manfredi si impone già come una delle voci più belle della narrativa italiana, capace di dar valore alla dimensione del racconto esprimendo quell'inquietudine avvolta di normalità del quotidiano che ricorda i maestri del racconto americano.

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