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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Co. pt.49:“La vita nella società dell’incertezza"

L'impresa di Philippe Petit in The Walk legata ad "Acrobati" il nuovo disco di Daniele Silvestri e a "La società dell’incertezza" di Bauman.

Pubblicato il 03 marzo 2016

"Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati."

Pablo Neruda

Nella società contemporanea tutti viviamo in una condizione di perenne incertezza.

È in atto una radicale trasformazione di concetti come identità, libertà, responsabilità, istruzione, morale, lavoro, comunità, sicurezza e la vita di ognuno diventa sempre più in bilico tra un presente in cui si arranca e che non dà respiro e un futuro su cui molto spesso non c’è tempo per riflettere: tante sono le decisioni da prendere velocemente e in primis bisogna scegliere se crescere o voler rimanere eternamente ragazzi .

Questo è un articolo rivolto soprattutto alla mia generazione, a quei trentenni che hanno i miei stessi dubbi, che devono scegliere una volta per tutte se "prendere una strada” o rimandare le scelte a un indefinito domani.

La nostra è una vita in bilico tra l’attesa di una risposta ai tanti curriculum inviati e il non aspettare più nessuno e mettersi in gioco in prima persona, con tutte le difficoltà e le responsabilità che ne conseguono.

Una vita in bilico in cui vi è l’incertezza del domani, ma spesso anche dell’oggi, così ci troviamo a non dormire di notte, immaginando grandi progetti per il futuro, che al mattino forse non ricorderemo neanche.

La vita in bilico nella società dell’incertezza è l’argomento di questa settimana, ma ora giunto il momento di iniziare con un film in cui, se si perde l’equilibrio, si perde tutto: The Walk.

Intertwine Consiglia pt.49: “La vita nella società dell’incertezza" inizia.

“Con quale scopo tu cammini sul filo? Perché sfidi il destino? Perché rischi la morte?”

era la domanda che gli facevano più spesso, a cui lui rispondeva :

“Per me camminare sul filo è la vita: le vie”

The Walk è un film del 2015 di Robert Zemeckis e racconta l'impresa del funambolo Philippe Petit, che nel '74 a New York camminò a quattrocento metri d'altezza su un cavo teso fra le Torri Gemelle del World Trade Center.

La storia inizia a Parigi. È là che vive il protagonista, interpretato da Joseph Gordon-Levitt. All’inizio lui lega il suo filo ovunque, poi, su di un giornale vede il progetto delle Twin Towers, strappa il foglio e disegna un filo.

“E con quel sottile tratto di matita, il mio destino era segnato. Questo era l’inizio del mio sogno”.

La narrazione è tutta in prima persona. Inizia ad “allenarsi” in un circo e ha un maestro: Papa Rudy (interpretato da Ben Kingsley) che gli insegna tutto quello che deve sapere, a partire da come legare il filo.

Incontra due persone, prima una ragazza col cappello di nome Annie (Charlotte Le Bon) e poi un fotografo: saranno loro i suoi primi complici.

La seconda parte della storia si svolge a New York, qui l’atmosfera diventa meno romantica e più tesa. Fissata una data, viene fatto un vero e proprio piano: ogni componente della squadra ha dei compiti da realizzare, come nel più classico dei film d’azione.

La suspense cresce tra sopralluoghi e ansia di non farcela, ma una volta salito sul tetto di una delle torri, il protagonista si affaccia e bisbigliando in modo che i demoni non potessero sentirlo, pronuncia queste parole:

“È impossibile, ma lo farò”.

Prima di salire di accingersi all’impresa, racconta il protagonista:

“Vedevo solo una linea retta verso l’infinito e se avessi spostato il mio peso,

sarei diventato un funambolo”

The Walk è il racconto di una grande impresa, è la storia di un uomo e del suo sogno,

del coraggio e di un'ambizione cieca, ma è anche una grande prova registica di Zemeckis.

La passeggiata di Petit è al cardiopalma. Il funambolo infatti non si limita a una sola traversata del filo, ma rimane là sospeso a 410 metri d’altezza per ben 45 minuti, con la polizia sulle due torri pronta ad arrestarlo e il pubblico in strada che guarda stupefatto.

Quando Gordon-Levitt (Petit) cammina nel vuoto, danzando, chinando le gambe e distendendo il suo corpo sulla fune, nello spettatore si materializza un senso di vertigine inquietante.

È in quei momenti che da un lato aumenta la voglia ansiogena di vedergli appoggiare il piede dall'altra parte del filo e dall’altra non possiamo non rimanere sedotti ed inebriati dal folle desiderio di un funambolo che vorrebbe continuare a danzare su quel filo per sempre.

"La vita di ognuno di noi somiglia a quella del funambolo Philippe Petit. Sospesi su un cavo d'acciaio, a passo leggero, corpo e mente alla ricerca di equilibrio, mentre il mondo fuori lentamente scompare. Ed ecco gli ultimi tre passi, quelli decisivi, tra il vuoto e la meta. Sono i passi in cui ci giochiamo tutto"

“Dovremmo resistere, dovremmo insistere e starcene ancora su

se fosse possibile, toccando le nuvole o vivere altissimi, come due acrobati sospesi...”

Siamo ancora in alto, ma questa volta è merito di Acrobati, il bello e nuovissimo album di Daniele Silvestri, uscito il 26 febbraio a 5 anni di distanza da “S.c.o.t.c.h.” e dopo la fortunata esperienza del trio con Max Gazzè e Niccolò Fabi.

Copertina di Acrobati.

Sulla copertina di Acrobati ci sono una città vista dall’oblò di un aereo e persone che camminano o si muovono su fili sospesi (tra cui anche il cantante).

Quindi siamo tutti in equilibrio precario?

“Non guardare giù, non so se c'è la rete

Il mondo da quassù sembra lontano e invece, invece è un attimo e lo sai rifinirci dentro

e devo stare attento a non sbagliare ancora…”

Questa è Acrobati, la title track e forse (per me) il pezzo più bello del disco, che, secondo molti, è il suo album migliore.

È un disco ricco di novità, a partire dal modo in cui è stato realizzato: prime le musiche e solo in seguito i testi delle canzoni. Ecco il backstage del disco:

Le musiche sono state composte in uno studio di registrazione a Lecce, con musicisti come Roy Paci, Roberto Dell’Era, Adriano Viterbini, Diego Mancino, Caparezza, Diodato e molti altri ancora.

18 canzoni per 74 minuti che iniziano con l’intensa e rock La mia Casa, una riflessione sull’identità e i luoghi che vediamo e viviamo, luoghi che passando di là, poi divengono parte di noi.

Così la casa di ognuno può essere Lisbona, Marrakech, Londra, un ostello di Berlino chiaramente riadattato…

“Se poi verrà il momento in cui ci vuole il sole e un vento che ti chiama…

Casa mia sarà una cava a Favignana tra due ali di farfalla..”

O

“Forse casa mia è a Parigi tra la Bastiglia e il Bataclan”

Il primo singolo del disco è Quali Alibi, pezzo che Daniele Silvestri ha presentato al Festival di Sanremo ed è forse la canzone più critica nei confronti della società.

Sono passati diversi anni da Cohiba e Il mio nemico, i testi sono sempre impegnativi, ma stavolta Daniele Silvestri non racconta il presente, ma dichiara di voler soprattutto permettere all’ascoltatore di estraniarsi dalla realtà, l’obiettivo è

"portare via l’ascoltatore dall’immanente, dal dibattito politico e dalla polemica del giorno per metterlo in una dimensione di ascolto più fanciullesca e poetica".

“Acrobati” quindi assume il senso di un distacco dalla realtà e le canzoni diventano dei racconti, che variano molto anche di genere: il rock dei primi due pezzi lascia spazio all’ “elettronica soft” di Acrobati, per passare al jazz de “Il monolocale”, all’hip-hop di “Bio boogie” (con i Funky Pushertz) e ai giochi di parole di La guerra del sale, scritta e cantata con Caparezza.

Senza poter approfondire tutti i testi (sono 18!), merita una citazione anche Un altro bicchiere, frutto della collaborazione con Roberto Dell’Era:

“Per loro il futuro è un pensiero distante o comunque un pensiero distrattoLa vita è in quel piatto di cose salate che bruciano l'anima e mettono seteSi ma allora prendetevi un altro bicchiere e bevete…”

Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Lucio Dalla e “Acrobati” è dedicato proprio al cantautore bolognese, perché secondo l’autore “nell’album ci sono suoni o metodi narrativi che per me avevano assonanze precise con lui. La dedica è venuta da sola”.

Una società perennemente instabile, sospesa tra rischio e disagio. È la fotografia scattata da Zygmunt Bauman in “La società dell’incertezza”, libro edito per la prima volta nel 1999, ristampato dal Mulino nel 2014.

Si tratta di un’opera suddivisa in 6 saggi, la cui lettura è molto scorrevole. Bauman infatti riesce a veicolare concetti non semplici con il ricorso a continue a metafore.

Il messaggio di fondo è che nel mondo postmoderno non trovano spazio né la stabilità né la durata, sopraffatte dal divenire vorticoso dei fatti sociali, perché se il

«problema dell'identità» moderno consisteva nel costruire una identità e mantenerla solida e stabile, il «problema dell'identità» postmoderno è innanzitutto quello di come evitare ogni tipo di fissazione e come lasciare aperte le possibilità.

Così se «il medium che era il messaggio» della modernità era la carta fotografica, (con gli eventi irreversibili e non cancellabili), in ultima analisi il medium della postmodernità è il videotape (cancellabile e riutilizzabile).

Se il principale motivo d'ansia dei tempi moderni, collegato all'identità, era la durabilità; oggi riguarda invece la possibilità di evitare ogni impegno.

Se la modernità è costruita in acciaio e cemento, la postmodernità in plastica biodegradabile.

Partendo da “Il disagio della civiltà” (moderna) di Freud, Bauman afferma che

"Se la noia e la monotonia pervadono le giornate di coloro che inseguono la sicurezza (tipica della modernità), l’insonnia e gli incubi infestano le notti di chi persegue la libertà. In entrambi i casi, la felicità va perduta".

Nel terzo saggio “Catalogo delle paure postmoderne” si mette in evidenza come oggi non esistano più i ruoli classici deputati a creare e mantenere l’ordine, tipici della modernità. Non vi sono più il sovraintendente, il capo, l’insegnante, il sacerdote, il capo del partito, il sindacato, o meglio vi sono, ma non sono più deputati a governare l’incertezza.

Tutto ciò perché prima bastava solo governare ed evitare la devianza. Oggi la devianza non esiste più, non esistendo più alcun faro dell’ordine, tutto è permesso.

L'unica paura è sentirsi inadeguati, con ognuno che è responsabile di se stesso e delle sue azioni.

Ogni individuo diventa "controllore di se stesso".

Il corpo non è più “abile al lavoro” come si faceva per le visite di leva (abile e arruolato), ma viene legato al concetto di “fitness”, alla capacità di adattarsi all’ambiente.

Qui però si va oltre, per la ricerca continua di nuove stimolazioni e sensazioni.

Da qui le corse insensate, il non fermarsi mai, il non gustare nulla, il correre e il passaggio da "Da pellegrino a turista".

In ultima istanza per Bauman, il paradosso della postmodernità è che per realizzare appieno libertà e differenza essa necessita di solidarietà, di responsabilità di fronte al volto dell’Altro.

L’Altro che ci è sempre straniero.

Solo così l’incertezza e l’inquietudine postmoderne potranno - forse - sedarsi.

Ma in questa condizione di continua insicurezza, quale potrebbe essere un rimedio?

Uno dei modi per uscire da questo continuo precariato potrebbe essere quello di fissare degli obiettivi, definendo al tempo stesso anche il percorso per raggiungerli, come se fossero i fili lanciati dal protagonista del film.

Gli obiettivi devono rappresentare la stella polare che indirizza il viaggio della propria vita, l’unico orizzonte da raggiungere, perché soltanto avendo ben chiaro dove si vuole arrivare, si può capire da dove partire.

"L’incertezza è la condizione perfetta per incitare l’uomo

a scoprire le proprie possibilità."

Erich Fromm

Vi consigliamo la lettura di questa storia.

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