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Una storia di MeryEnnaji

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Mamma Non passo l'esame

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Pubblicato il 21 settembre 2017

Erano le prime luci dell’alba, anzi manco pe gnende a Milano era notte fonda. Ore 6.15 e la sveglia non ha avuto nemmeno il tempo di suonare, io era dalle 5.30 che sul letto mi giravo come na fettina cip e ciap sulla padella antiaderente.

15 Febbraio 2017, un’occasione importante, non perché era la festa dei single ma perché quel giorno forse mi sarei tolta il peso di Analisi 1.

In ogni caso era da festeggià. Quale modo migliore se non sfoderare i cappelletti di nonna che da circa un mese aspettavano trepidanti in congelatore?

Con la vista ancora offuscata, come dopo aver sbattuto il mignolino sullo spigolo di quel mobile che sta sempre in mezzo, metto la tazza di latte nel microonde e apro il congelatore. Prendo il primo sacchetto con pallini gialli che riconosco, guardo bene, era li ceci, li riposo. Ricomincia la ricerca, tra le polpette di tonno, li vincisgrassi ormai dell’anno addietro, i findus fallati del Penny market non ce raccapezzavo più nulla. Sta situazione stava a diventà estenuante. Me pareva d’esse un padre che da mezz’ora aspettava la figlia sul parcheggio della discoteca e allora senza pensacce troppo a na certa scenne dalla macchina con pantofole, pigiama e giubbetto tutto allacciato ner tentativo de coprisse. Cosí con falcata decisa s’addentra senza manco esse fermato dal buttafuori, perché al solo vedello così conciato avrebbe fatto tenerezza a chiunque. Schivando un quattordicenne sull’orlo dello sbocco e scrutando con una certa indiscrezione ogni coppietta impegnata in un limone, se chiede : “Ma do cazzo l’ho mannata?” . Me lo chiedo anch’io. Dove vi siete cacciati cappelletti miei? Se non v’amassi tanto non tribolurei, in barba all’esame, io vi cercherei, ma ormai era tardi e i minuti che mi restavano erano circa sei, faccio colazione, lavo i denti, esco di casa ma non era tutto occhei.

Non importa l’ora, ne andava della mia salute : chiamo nonna per avere conferma che le porzioni che mi aveva dato erano due. “Sì cocca te l’ho messe insieme, nello stesso sacchetto”. Ora tutto tornava. Come le perette sott’acqua e la palla di pelle di pollo, la verità veniva a galla. Volavano signore di Nazzareth. La ragione per cui un mese prima, quando nonostante le temperature artiche di Milano io stessi sudando come d’estate i piedi nelle scarpe di pelle, era ora chiarissima. T'accaloravi che sí brutta bacarozza, te si magnata 300 gr di cappelletti senza manco accorgette.

Come potevo essere concentrata dopo una notizia del genere? Eh infatti ciò che stavo combinando era poco niente. Mancavano cinque minuti dalla fine e il professore mi ronzava attorno come i maschietti alla più carina della classe, cioè non io ; mi stava col fiato sul collo come quando ti hanno anticipato i soldi per un regalo e vogliono il pizzo; mi metteva prescia come ai self service quello dietro di te che col vassoio spinge il tuo e te fa capì che te devi move perché tanto che sia pasticcio de riso o pennette all’arrabbiata avrà comunque lo stesso sapore del ciuccio della Chicco, 100% polietilene.

Se avesse potuto parlare con gli occhi avrebbe detto “signorina ci rivediamo a Settembre quando l’uva è pronta e lo fico penne”. Purtroppo aveva ragione. Però ci fu non solo lo smacco ma anche la beffa: quell’esame lo passarono tutti, per i fuoricorso storici fu tipo l’apertura delle frontiere, libera circolazione come nelle zone Schengen.

Sto racconto continua...

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