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Una storia di Valeriaiannini

3

Paddy

Il bambino "avanzato"

Pubblicato il 25 novembre 2017

Era seduto sul marciapiede. Al suo fianco teneva la valigetta di cartone che ogni tanto sfiorava con le dita per assicurarsi che fosse sempre là. Si guardava la punta delle scarpe mentre le faceva stridere sulla ghiaia, prima una poi l’altra – la destra aveva la suola staccata davanti e, oltre a farlo cadere quando correva, si riempiva di minuscoli sassolini fastidiosi. La lunga fila di formiche, che seguiva il ciglio della strada, incontrando i suoi piedi cambiava direzione. Sarebbe potuto rimanere ore a osservare le formiche, a volte le accompagnava fino al formicaio e quando lo individuava – riconoscendolo dal cumulo di terra che sembrava un vulcano in miniatura – metteva accanto all’ingresso alcune briciole di pane, così facendo pensava di risparmiare loro un po’ di fatica. Si sentiva estremamente buono in quei momenti, una specie di “Dio delle formiche”.

«Paddy entra in casa!», gli gridò la Madre Superiora affacciandosi appena dal vecchio portoncino di legno. Lui non le rispose, nemmeno si girò, fece scivolare il visetto lentigginoso sulle braccia conserte, serrò le mascelle e rimase ad attendere.

La Signora glielo aveva promesso: sarebbe tornata a prenderlo, doveva solo pazientare. Era stata la prima volta, da quando era al brefotrofio, che una macchina si era fermata per lui. Tutti i bambini erano usciti fuori, stavano aggrappati al cancello, con le testoline che spuntavano dalle inferriate. Paddy aveva camminato fino all’automobile nera, per mano con Suor Mary, e gli era saltato il cuore in gola nel momento in cui aveva visto emergere dal vetro appannato un viso identico al suo: gli occhi che lo fissavano erano gli stessi che avevano ricambiato il suo sguardo ogni mattina, quando si specchiava per lavarsi la faccia. Poi la Signora si era avvicinata accarezzandogli velocemente i capelli rossi e sembrava stesse piangendo. Aveva detto qualcosa alla suora, ma lui non aveva capito, parlavano piano piano. In quegli anni aveva visto tanti bambini andarsene con le nuove famiglie, salivano in macchina ed erano pronti per una nuova vita. Paddy credeva che a quel punto lo avrebbero messo a sedere accanto al bambino uguale a lui e sarebbero partiti per una vera casa. Ma non accadde. La Signora lo guardò e gli sorrise, però era un sorriso triste e gli sussurrò: «Tornerò a prenderti». E così erano dieci giorni ormai che Paddy aspettava, dalla mattina al tramonto, seduto sul marciapiede.

Quando una famiglia veniva a scegliere un bambino c’era un gran fermento nella “casa”. Le suore ripulivano i piccoli da capo a piedi, mettevano loro i vestiti migliori, facevano le trecce alle bambine e strizzavano a tutti le guance, per dare un po’ di colorito che sembrasse salute. Poi dicevano a ognuno cosa fare: i bimbi più belli stavano dietro – li mostravano per ultimi – i grandi, che da anni nessuno voleva, li sistemavano in prima linea. E chi recitava una poesia, chi doveva sbattere i grandi occhi blu, Paddy invece non doveva ridere, perché i pochi denti che gli erano ricresciuti, dopo aver perso quelli da latte, erano storti e venuti su senza alcun ordine, quindi si era abituato a stare imbronciato e non sorrideva quasi più ormai, anche se non c’erano le famiglie a guardarlo. Ma la prima fila non veniva considerata, andavano diretti ai piccoletti dietro, belli e paffuti. Paddy non ricordava quando anche lui era in ultima posizione, chissà perché non lo avevano mai scelto, che prima i denti neppure li aveva. Le suore gli avevano detto che in quegli anni i bambini piccoli erano molti e quindi lui probabilmente era “avanzato”.

Ora invece non voleva farsi scegliere perché doveva andare con la Signora della macchina nera e con il bambino uguale a lui. Quei giorni, quando c’erano le visite delle famiglie, Paddy nemmeno si sistemava con gli altri per non lasciare la postazione sul marciapiede, temendo che, se la Signora fosse tornata e non lo avesse visto là ad aspettarli, avrebbe potuto pensare che lui non volesse andarsene via con loro. Ma i giorni passavano e ogni volta quella valigetta con le poche cose che trascinava dentro, a testa basta, sembrava più pesante. Gli altri bambini lo prendevano in giro perché non giocava e stava sempre a guardare le formiche per strada, ma presto – meditava – avrebbe riso lui guardandoli dalla macchina nera, e li avrebbe salutati con una linguaccia.

La Madre Superiora lo chiamò quella domenica, come tutte le altre volte: «Entra dentro, somarello, che tra poco arriva il temporale!». Il cielo si era chiuso all’improvviso, sembrava un grande cancello di ferro senza fessure. C’era quel silenzio profondo che prepara la tempesta, e Paddy seguiva con lo sguardo le foglie secche trasportate dal vento che si rincorrevano sopra la sua testa. «Conto fino a dieci – diceva tra sé e sé – poi entro». Guardava in fondo alla strada, ma solo indirizzando gli occhi senza voltarsi completamente, per non far vedere agli altri che aspettava; e se spuntava un’auto, dalla nuvola di polvere bianca che si alzava sulla strada imbrecciata, il cuore cominciava a battergli all’impazzata e in bocca gli veniva un senso di caldo, come se la lingua si gonfiasse e volesse rotolare via. Ma non era mai la sua macchina.

Il vento intanto cominciava a ululare sempre più forte e enormi gocce di pioggia si schiantavano sulla ghiaia generando acquitrini che le formiche – in preda al panico – cercavano di evitare mentre tornavano al riparo. Lui ci avrebbe messo un attimo a portarle tutte in salvo se solo loro si fossero fidate: le avrebbe fatte salire sul braccio e scendere poi una alla volta nel formicaio. Ma proprio in quell’istante il suo braccio da “Dio delle formiche” venne strattonato con forza: «E alzati ragazzaccio! Non senti che piove?! Sei più sordo dei somari!», gli gridava la Superiora trascinandolo via.

«Lasciami, cattiva!», le fece Paddy tentando di fare attrito con i piedi, ma la ghiaia era ormai tutta bagnata e le sue scarpe erano troppo consumate, quindi scivolò dietro la suora che continuava a tirarlo per il braccio. Lui sapeva che la Signora, quel giorno non sarebbe venuta, ma non voleva darla vinta alla Superiora: «Lasciami ti ho detto!», le gridò di nuovo, mentre le piccole ombre dei bambini dietro le finestre illuminate guardavano la scena.

«Lo vuoi capire che non verrà nessuno a prenderti? Tua mamma ti ha lasciato quando sei nato e manco ora ti rivuole». Paddy sentì all’improvviso tutta la forza che aveva abbandonarlo, cadde in avanti e si aggrappò alla veste della suora. Un dolore intenso lo afferrò alla gola e improvvisamente avvertì qualcosa di umido e bruciante spingergli dietro le palpebre.

«Ne eravate due, troppi per lei. Ha scelto l’altro gemello…». Rivedeva quel volto che lo guardava dal finestrino, ora lo odiava perché aveva preso il suo posto, la Signora pure odiava che era la sua mamma e non lo aveva voluto. Tornò dentro senza dire una parola, senza che una sola lacrima fosse venuta fuori dalle palpebre serrate. Salì in camera, appoggiò la valigetta sul letto, l’aprì e tirò fuori una ad una le sue cose, rimettendole nel posto esatto che avevano occupato negli anni.

Quella notte non riuscì ad addormentarsi. Fece attenzione ai sospiri degli altri bambini, ai versi nel sonno, ai pianti degli ultimi arrivati. Erano tutti bambini “avanzati”, lui lo era più di loro: già nel grembo di sua madre c’era un altro che era stato preferito a lui, che adesso poteva permettersi di ridere anche se aveva i denti brutti e storti.

Dopo lunghe ore di livida notte giunse il mattino, e sembrava più sbiadito del solito. Paddy quel giorno non si lavò il viso e non si specchiò. Guardò dalla finestra il tratto di marciapiede dove era rimasto quei lunghi giorni ad aspettare. Non sentì più niente, né la rabbia, né il desiderio di piangere, né la frustrazione. Nello spicchio di cielo davanti ai suoi occhi una nuvola scura creava disegni nell’aria: erano storni, piccoli come le sue formiche. Con il dito sul vetro seguiva quelle sagome che cambiavano di continuo. Rivolse lo sguardo di nuovo in basso e, anche se non riusciva a scorgerle, sapeva per certo che loro erano lì, in fila, tutte uguali, a ripercorrere la stessa strada.

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