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Una storia di Franco.frasca.bhae

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Ricordi

Inebriarsi dei ricordi che affiorano nella propria mente. Senza alcun ordine, senza pudore, per non farli morire...

Pubblicato il 28 dicembre 2014

Stavo seduto a cavallo del muretto a schiacciare pinoli. Non è da tutti riuscire

a schiacciare pinoli. Bisogna munirsi di una pietra appuntita e poi assestare un

colpo secco non troppo forte. Se calibri male la forza, rischi di maciullare il

seme . I pinoli assieme a mandorle, noci e frutta ancora appesa agli alberi , erano

la ricca varietà di stuzzichini che offriva la campagna delle mie villeggiature di

quando ancora portavo i calzoni corti. Poi tiravi dalla cisterna un secchio d’acqua

di quella che si era raccolta durante l’inverno dai tetti della casa e che ora

se ne stava immobile e al buio in una prigione di roccia sotto terra . Veniva su

fresca, dissetante, naturale come nessuna bibita di oggi lo potrebbe mai essere.

C’era un gran movimento di persone attorno alla casa. Quel giorno ero stato

stranamente sollecitato ad andare fuori a giocare. Mia zia, mia madre le mie

sorelle più grandi parevano quasi impazzite. L’arrivo di una macchina nera mi

distolse dalle mie spiluccate di giornata. Quel signore assieme a mio padre col cappello bianco era il dottore della nostra famiglia. Io ne ero atterrito, ogni volta

che veniva , per me si annunciavano scatole di punture, sciroppi amari come il

veleno o insopportabili perette di glicerina. Ma quella volta non ero io il malato

da curare. C’era la nonna, che stava male da diversi giorni. Non si alzava più dal

letto e a me era stato vietato entrare nella sua stanza. Mi acquattai timidamente

in un angolo della veranda in attesa che tutto tornasse come prima. Nessuno mi

dava conto, nessuno sembrava accorgersi della mia presenza. Si sentivano solo

rumori concitati e poi come all’improvviso un coro di pianti e singhiozzi. Io non

avevo mai visto mio padre e mia madre piangere assieme. Poi non so come, ad

un certo momento, la porta finalmente fu lasciata aperta. Tutti i parenti, amici,

vicini di casa, attorno al letto della nonna che se ne stava beata a dormire. Immobile,

incurante delle voci, dei pianti, elegantemente vestita di nero con una

veletta che le copriva il volto. Quella fu per me la prima volta. Sino ad allora

non sapevo che cosa fosse la morte. Né mi resi conto della sua irreversibilità.

Pensavo che terminate tutte quelle visite, la nonna si sarebbe svegliata e mi

avesse chiesto come tutti i pomeriggi di giocare a carte all’asso pigliatutto. Ecco

di quella prima volta mi è rimasta impressa la speranza del risveglio . Una illusione

che mi porto ancora appresso. Mi aiuta a non aver paura, a sdrammatizzare

su questo passaggio obbligato della nostra esistenza . Lo dirò a mia moglie

e alle mie figlie prima di morire davvero , dirò loro di non disperarsi e di non

piangere , perché di sicuro dopo qualche giorno tornerò a vivere, e questa volta

per sempre, accanto a loro.

L’albero di fichi era enorme ed era ficcato ai piedi della scala che portava nell’orto e i suoi rami carichi di frutti penzolavano sul tetto della casa. Con le mie sorelle ci si arrampicava su in alto, per la grondaia, e con un pezzo di pane a testa si faceva colazione sdraiati sulle tegole della lavanderia. Poi mi perdevo tra gli ulivi e gli alberi di mandarini a combattere battaglie immaginarie, una volta armato di una lunga spada, altre volte di un fucile mitragliatore che non si scaricava mai. Tutto dipendeva dall’ultimo telefilm che mi era rimasto impresso nella testa. Quello non era un orto qualunque era una sorta di giardino pensile che stava addossato ad uno sperone di roccia che dominava il paese. Io mi sentivo come in un castello difeso da alte mura inaccessibili, era un luogo magico, dove accadevano tutte le cose meravigliose create dalla mia fantasia. Gli amici che abitavano nel quartiere mi guardavano con rispetto e quasi con timore. Quelli che ammettevo nel mio regno erano dei privilegiati e alla messa della domenica mi stavano tutti attorno come un corpo di armigeri a difesa del loro comandante. Poi senza capire il perché un giorno lasciammo quella casa e quel giardino. Andammo giù in centro ad abitare con una vecchia zia. Avevo perso tutto, la mia spada, il mio fucile, il rispetto delle mie guardie e persino il sapore di quei fichi. Non mi ricordo più cosa accadde dopo. Quasi mi affrettai a crescere e a diventare adulto. Poi c’è stata la mia famiglia, il mio lavoro, la mia casa. Ed ora c’è la mia vecchiaia. Ricca di ricordi e di sogni . E di tanta nostalgia per quel giardino pensile che era il mio castello scavato nella roccia e che di sicuro nessuno, fino a quando io resterò vivo, riuscirà mai ad espugnare. ​

Quando c’era la TV dei ragazzi, prima c’era stato Ivanhoe, il cavaliere senza macchia e senza paura reduce dalle Crociate al seguito di Riccardo Cuor di Leone, poi venne Rin tin tin il pastore tedesco in servizio permanente presso Fort Apache e schierato contro indiani e banditi della peggiore risma. Niente a che vedere con la serie di telefilm di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, trasmesso dalla televisione quando io frequentavo i primi anni delle scuole superiori. Rimasi affascinato dal personaggio, lui si muoveva in una Parigi magica con classe ed eleganza, le donne cadevano ai suoi piedi senza opporre resistenza e qualcuna ci rimetteva anche gioielli e collane preziose. Non usava armi, non aveva mai ucciso nessuno né mai era stato un solo giorno in prigione . Era abile nei travestimenti, assumeva di volta in volta le sembianze delle persone che gli facevano comodo per introdursi impunemente nei salotti importanti, nelle gioiellerie di Place Vendome o nei sotterranei della banche, sempre per mettere a segno dei colpi impossibili. Mi piaceva quell’incedere, quel portamento, mi piaceva la Belle Epoque che faceva da sfondo, mi piaceva la sua sicurezza, la sua invincibilità. Le pagine del mio diario cominciarono a parlare francese. Nomi di nobiluomini, di castelli, di musei, di località famose, frasi celebri di scrittori, di pittori, di attori e tutti esclusivamente d’Oltre Alpe. E sotto tutti questi graffiti , la mia firma o meglio quella del mio eroe, Arsenio Lupin! L’avevo provata e riprovata e ormai era quasi perfetta. Il numero delle lettere era lo stesso ma ne avevo modificato i caratteri, avevo arrotondato le consonanti e stirato le vocali, insomma chiunque avrebbe scommesso che quello era il mio vero autografo. Scrivevo Arsenio Lupin e tutti gli altri leggevano inconsapevolmente Franco Frasca. Era il mio capolavoro, avevo camuffato la mia firma, prendevo in giro il mondo intero. Firmavo i compiti in classe con il mio nome di battaglia, nessuno riusciva ad accorgersene. I temi erano un mio punto di forza, ero il più bravo della classe, con quei voti navigavo sicuro fino agli approdi trimestrali , se c’era qualche falla in altre materie , il professore di italiano s’intestava battaglie memorabili per riportare la barca a galla. Poi accadde l’imprevedibile. Compiti di tecnica e di matematica come al solito per un soffio non arrivavano alla sufficienza. Dovevo riscattarmi col tema d’italiano, dovevo caricare a pallettoni il fucile del mio nume tutelare. Mi dilungai nelle descrizioni dei fatti, tratteggiai con cura i personaggi, ondeggiai con la retorica , insomma confezionai un prodotto che mi aveva dato sempre eccellenti soddisfazioni. Ma non andò così, il voto fu basso, molto basso e fu determinato esclusivamente “dalla firma apocrifa dello studente che rivelava uno stato di impudente sufficienza nei confronti della istituzione, un prendersi beffa del corpo insegnanti. La scuola era un luogo per imparare a diventare adulti e non per giocare ai ladri gentiluomini” . Arsenio Lupin era stato scoperto, non c’era più posto per lui, per vivere in quel tempo nuovo era meglio riprendersi la vecchia identità!​

Sotto il mio mento è rimasta una piccola cicatrice. Correvo all’impazzata nel cortile, forse qualcuno mi aveva spinto oppure ero inciampato. Mi ero spiaccicato sulle basole di pietra dura . La monaca mi sollevò da terra come la borsa della spesa e mi tenne stretto a lei con un fazzoletto tutt’attorno al collo con un abbraccio quasi soffocante . All’improvviso nessuno gridava più, i giochi si erano interrotti come se qualcuno avesse staccato la corrente e tutti quei grembiulini si fossero disanimati. Si sentiva solo il mio pianto, si vedeva solo il rosso del mio sangue e due o tre monache che andavano e venivano su e giù dal salone del teatro. La madre superiora apparve in tutta la sua maestosità e con un cenno delle mani e qualche ordine secco rassicurò tutti, grandi e bambini. Fu lei a disinfettarmi la ferita e a rendersi conto che forse non bastava. Infatti arrivò il medico con ago e filo per darmi i punti di sutura. La monaca mi teneva fermo e per non farmi impressionare mi coprì il volto con la pettorina bianca, quella che portano sul vestito nero e che somiglia ad un bavaglino che si mette ai bambini piccoli per non farli sporcare. Poi mi accompagnarono a casa tutto fasciato come un reduce di guerra . Mi lasciarono anche una statuetta della Madonna che mi doveva proteggere e che dovevo riportare a scuola una volta guarito. Non passarono molti giorni, i punti mi erano stati tolti e ormai bastava solo un cerotto per coprire la piccola ferita che si stava rimarginando. Allora le macchine si usavano per viaggiare e non come oggi per accompagnare i figli a scuola. Si andava a piedi tutti assieme con i propri compagni di classe, di scuola e di giochi. Lungo la strada anche la Madonna si spiaccicò sulle basole di pietra e non si fece solo un taglietto ma si frantumò in almeno cento pezzi. Preso dalla disperazione più profonda mi ripresentai a casa, senza la Madonna non potevo tornare a scuola, meglio non guarire più che incrociare lo sguardo severo delle monache arrabbiate. Quel mondo ormai non c’è più, tutte quelle persone che lo abitavano sono scomparse, quelle monache, quel medico, i miei genitori che per farmi tornare a scuola con il sorriso mi procurarono tramite il parroco della chiesa madre una copia perfetta della statuina, lo stesso convento è tutto diroccato e quel cortile è diventato una selva di rovi e di sterpaglie. Ora mi sento vecchio e forse anche lo sono. Ecco vorrei avere sempre qualcuno vicino a me che mi abbracci forte e che mi copra il volto con una pettorina bianca per non impressionarmi mai di quello che sta accadendo intorno a me, per non sentire dolore , per smettere di piangere. Sfioro con le dita la mia piccola cicatrice, ogni volta mi ridesta ricordi e oggi mi ha acceso nel cuore questa improvvisa speranza. ​

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