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Vietnam on the road

Alla ricerca di me stessa

Pubblicato il 22 novembre 2016

Villaggio Tam Coc, località Ninh Binh
Hanoi, tempio della letteratura

Quando hai 23 anni e la curiosità di conoscere il mondo, la voglia di metterti in gioco e di mollare le cime del porto sicuro, per scomodare Mark Twain, lo spirito di avventura e di libertà ti portano ad andare lontano, oltre confini geografici che mai avresti pensato di superare, finché non ti ritrovi su un volo di quindici ore, direzione Ho Chi Minh City (HCMC).

È iniziato tutto per caso (perché, si sa, le cose più belle nascono improvvise e inaspettate), quando una mattina di metà novembre dello scorso anno, tramite un’associazione internazionale, sono venuta a conoscenza della possibilità di partecipare a progetti di volontariato all’estero. I temi ambientali a me cari mi hanno spinta a scegliere tra diverse mete, tutte affascinanti: Brasile, Sri Lanka, Vietnam. Tutti posti di cui ho letto libri, visto documentari, studiato la storia, le guerre, la situazione politica. Tutte realtà così lontane che improvvisamente riuscivo a proiettare nel mio futuro prossimo. Dove andare? Come organizzare tutto? E, soprattutto, come rendere partecipe di questa follia la mia famiglia? Non è stato difficile, scetticismo iniziale a parte, complice il mio spirito nomade che mi contraddistingue nel nucleo familiare.

Eravamo in due, una mia amica e io, a farci intervistare per valutare il nostro livello di “adattabilità” a situazioni estremamente lontane e diverse dalle nostre. Poi il colloquio via Skype direttamente con i partner del lontano Vietnam, quei lineamenti tipicamente asiatici e il viso gentile a darci informazioni su orario di lavoro, location, obiettivi del progetto, burocrazia, alloggio e tanto altro.

Infine, a Gennaio, l’e-mail di conferma: “Congratulazioni, sei risultata idonea per partecipare al progetto di volontariato ambientale in Vietnam!”. Tutto iniziava davvero a prendere forma, pian piano ho realizzato che da lì a due mesi sarei stata catapultata in una realtà distante cinque ore di fuso orario.

Velocemente è arrivato il momento della partenza, tra preparativi infiniti e la consapevolezza di ciò che stavo per affrontare, anche se non completamente.

Seduta sulle poltroncine di attesa di Fiumicino ho acceso il pc, decisa a tramutare in parole il mio stato d’animo. Non ci sono riuscita, presa dall’eccitazione della partenza e, a dire la verità, anche da un po’ di sana paura dell’ignoto. Io da Roma, la mia amica da Milano, ci siamo ritrovate ad Abu Dhabi per lo scalo, e poi insieme verso Saigon.

L’aereo atterrava e l’emozione saliva. Curiosità. Un pizzico di incoscienza. La terra asiatica sotto i miei piedi, finalmente.

Il primo impatto con il Vietnam è descrivibile in una parola: caos.

Automobili, motorini, gente che urla, clacson, buio alle sei di sera, caldo asfissiante, strade enorme, traffico incontrollato. È stato bellissimo. Ero in Vietnam, eravamo arrivate, stava per iniziare la nostra avventura. Tutto sembrava straordinariamente assurdo e stupendamente incredibile.

Ogni volta, prima di intraprendere una nuova esperienza di vita, mi ripeto, come un mantra “Entusiasmo, ragazza! Entusiasmo, in tutte le cose che fai; sei nel pieno della giovinezza, non sprecare neanche un minuto!”

E sorridevo, come una bambina che vede per la prima volta le bolle di sapone, senza curarmi del tassista che guidava selvaggiamente facendo slalom tra le centinaia di vetture riversate in strada senza ordine. Poi ridevo più forte, rendendo partecipe la mia amica, entusiasta tanto quanto me. Eravamo catapultate in una situazione che inizialmente sembrava surreale, partite cercando informazioni sulla città e vedendo video e foto. Ma la realtà è un’altra cosa.

Il Vietnam mi ha accolta tra noodles e frutta esotica, bevande ghiacciate e dolcissime e sorrisi gratuiti, paesaggi mozzafiato e uno stile di vita che più umile è difficile da immaginare. Il Vietnam dei colori e dello smog, del cibo squisito e delle strade sempre troppo sporche, dei luoghi di culto intimi e delle piazze gigantesche. Un paese dalle mille contraddizioni, difficile da capire, ma meraviglioso da esplorare.

E così è stato. Dopo due settimane di permanenza a HCMC, però, la voglia di cambiare aria ha preso il sopravvento. Dopo i primi giorni in città, infatti, si è fatta sentire la pesantezza dell’aria irrespirabile che, unita al costante e persistente caldo, ha indebolito i nostri fisici, nonostante la fedele presenza della mascherina antismog. Passato l’entusiasmo iniziale, abbiamo dovuto fare i conti con la vera essenza del paese e renderci conto di non essere abituate a quello stile di vita che, però, piano piano è diventato un po’ anche il nostro. Camminare tra le strade di Saigon, e del Vietnam in generale, non è come passeggiare nelle grandi città europee: devi schivare i motorini, imparare ad attraversare la strada, evitare i mercanti che ti prendono per mano per mostrarti la loro merce, stare attenta ai topi che camminano con te tra la spazzatura, prendere al volo gli autobus che non si fermano, gesticolare più di quanto gli italiani facciano. La fatica è doppia se non abiti nel distict 1, quello centrale, turistico, occidentale, ma vivi con tre studentesse vietnamite un po’ fuori e quindi sei l’unica faccia europea nel raggio di chilometri: ti abitui agli sguardi curiosi degli abitanti, dei commenti che non comprendi, anche dei sorrisi. Con il tempo quei luoghi inizialmente ostili diventano quasi familiari, vedi le stesse persone tutti i giorni, cominci a saper pronunciare i nomi e a distinguere i volti, impari addirittura qualche parola che sembrava impronunciabile. Provi a integrarti o, semplicemente, a sopravvivere. E anche questo è stato bellissimo.

Ma, dicevo, dopo due settimane abbiamo sentito la necessità di muoverci, scoprire, esplorare. Abbiamo quindi intrapreso un viaggio di due settimane on the road, prenotando un biglietto autobus, ovviamente contrattando il prezzo (come tutto, del resto), da Ho Chi Minh City a Hanoi, la capitale, a 1500km di distanza, con tappe intermedie a Mui Ne, Nha Trang, Da Lat, Hoi An, Hue, Ha Long, Ninh Binh. Nomi sconosciuti che ora credo di non poter mai dimenticare per il resto della vita. Ogni meta meriterebbe una storia a sé, ogni luogo visitato ha lasciato migliaia di emozioni ancora vivide, dalle città rurali all’interno del paese alla costa, dai silenzi assordanti rotti solo dal verso degli animali alla musica in strada.

Man mano che ci avvicinavamo alla meta finale, sempre più a nord, il nostro piccolo bagaglio culturale di partenza aumentava esponenzialmente. Ogni meta conquistata ci spronava ad andare avanti, a volte con il freddo inaspettato, altre con pochi dong (moneta vietnamita) in tasca, altre ancora alloggiando in zona cesarini in ostelli trovati sul posto, vinte dalla stanchezza.

Voglio fare un esperimento e provare a descrivere tutti questi posti utilizzando poche frasi per ognuno, cercando di racchiudervi più sensazioni che parole, provando a portarvi in quei luoghi con me.

Mui Ne è stata la prima località visitata sulla costa. Abbiamo preso parte a un tour di gruppo in jeep con altri tre ragazzi sconosciuti, partito alle quattro di mattina per osservare l’alba dalle dune bianche del deserto: dopo un’ora di cammino, la fatica è stata pienamente ripagata e il caldo sole vietnamita ci ha poi portati a Suoi Tien, un ruscello immerso tra il verde della vegetazione e il rosso delle rocce sabbiose, da percorrere a piedi nudi, controcorrente. Ultima tappa del giro, un tipico villaggio di pescatori con le caratteristiche, e coloratissime, imbarcazioni tonde sparse in acqua a formare un dipinto degno dei macchiaioli.

Nha Trang è stato più un punto di passaggio tra una meta e l’altra. Tipica località turistica marittima, è stato strano e curioso constatare l’altissima percentuale di turisti russi, ma, soprattutto, di attività –dalle agenzie viaggi ai ristoranti- dagli stessi gestite. Comunque, mangiare frutta dolcissima ed esotica in riva all’oceano, di notte, è stato sublime.

A Da Lat, più all’interno del paese, abbiamo noleggiato un motorino e abbiamo girato tutto il giorno tra parchi naturali, templi carichi di silenzio e spiritualità, cascate e luoghi selvaggi, per poi renderci conto, a fine giornata, di aver percorso decine e decine di chilometri con una ruota forata. Esperienza incredibile, nonostante il freddo inaspettato e noi sprovvedute.

Hoi An è la bellissima città delle lanterne: il centro storico è decorato in ogni angolo da tipiche lanterne asiatiche coloratissime che danzano insieme alla leggera brezza e ricoprono intere pareti. Una città molto turistica, forse troppo, ma assolutamente meritevole di una visita approfondita.

Hué è sede di una antichissima e suggestiva cittadella nel cuore della città e del Vietnam: siamo a metà viaggio, non si torna indietro, si va avanti! Qui la pioggia ci ha davvero preso alla sprovvista, ma di certo non ci ha impedito di apprezzarne la bellezza senza tempo.

Si arriva, dopo altre dieci ore di viaggio, nella capitale: Hanoi. Storia, cultura, modernità e tradizione si fondono creando un ambiente esotico e, al tempo stesso, occidentale. Il traffico non manca neanche qui, ma passeggiare nella old town, il quartiere antico, e perdersi tra le strade o percorrerle inspiegabilmente più volte riesce a far apprezzare al meglio la dinamicità della città che però è orgogliosa dei valori tradizionali secolari.

La famosa baia di Ha Long l’abbiamo visitata in un giorno grigio, freddo e piovigginoso. L’aria a tratti tetra ha donato un’atmosfera surreale e il religioso silenzio è stato rotto soltanto dai remi del kayak che ci hanno permesso di esplorarla in diversi punti. Fermarsi al centro della baia e rimanere in ascolto della natura che ha la meglio sulla civiltà, non potevamo chiedere di meglio.

Ninh Binh, ultima tappa prima di tornare a Hanoi per prendere l’aereo di ritorno per Saigon, è stata la meta che più ricordo con emozione. Dopo due settimane in giro per il paese senza mai fermarsi, tra disagi di ogni genere e lunghissimi viaggi in autobus, approdare in questa zona remota del Vietnam è stato il coronamento perfetto di un viaggio incredibile. Abbiamo alloggiato al villaggio Tam Coc, non avevamo più soldi e il bancomat più vicino era a 30chilometri di distanza. La stanchezza accumulata, ma eclissata dalla voglia di conoscere sempre di più, cominciava a farsi sentire. L’idea di avere soltanto altre due settimane prima di tornare in Italia ci rendeva tristi ma ancora cariche per affrontare al meglio gli ultimi attimi in quei posti che probabilmente non rivedremo più. Abbiamo quindi fatto un giro su un’imbarcazione tipica, accompagnati da una signora cinquantenne che però aveva in viso molti più anni. A farci compagnia, il silenzio. Non templi o luoghi religiosi, ma soltanto la natura a rendere spirituale quelle risaie infinite che costeggiano il fiume o le rocce a strapiombo sul fiume o gli animali che si animano da lontano, facendosi sentire ma non vedere.

Le ultime due settimane a Saigon ci hanno rese consapevoli di quante cose avessimo fatto, conosciuto, provato: il cibo tradizionale delizioso, gente di ogni età pronta ad aiutarti senza conoscere la tua lingua, luoghi esotici divenuti reali, viaggiatori da ogni parte del mondo conosciuti negli ostelli, ognuno con la propria storia da raccontare, i sorrisi gratuiti, i bambini che ti corrono incontro per parlare inglese, la frutta regalata, le signore del mercato, gli autisti matti, la sicurezza di viaggiare da soli, la spiritualità percepita ovunque. Sì, due mesi di permanenza in Vietnam hanno inevitabilmente modificato il mio modo di vedere il mondo: mi hanno dato modo di apprezzare tutto, di vivere con poco, di accontentarmi, di aiutare e lasciarmi aiutare, di provare, nel mio piccolo, a cambiare la realtà. Il Vietnam mi ha dato tanto, con poco. E non sarò mai in grado di ripagarlo pienamente.

Da Lat
Hoi An, la città delle lanterne
Suoi Tien, Mui Ne
Scorcio di Ha Long Bay

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