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Una storia di _MartaGasparon

Il bipede innamorato

Pubblicato il 11 aprile 2018 in Humor

Tags: amiciaquattrozampe amore foxterrier umorismo

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Gli umani, sono proprio strani.

Io ho smesso di capirli da un pezzo (ebbene sì, ammetto l'amara sconfitta). Il mio padrone, poi, lo ritengo doppiamente strano rispetto ai suoi simili.

Sono appena le cinque del pomeriggio e, dalla mia comoda cuccia imbottita, noto con la coda dell'occhio una nuvola di profumo che sta per aggredirmi minacciosa.

Il mio padrone tra poco mi raggiungerà, mi pettinerà il pelo ruvido e ribelle, mi darà un gustoso biscottino al gusto vaniglia se non mi opporrò al suo volere, mi farà indossare l'elegante cappottino invernale e infine mi infilerà il collare con tanto di guinzaglio chilometrico in pendant.

E' l'ora della passeggiata, l'ennesima nell'arco della giornata.

L'amico umano a volte sembra scordarsi il fatto che alla mia età – dieci anni portati ancora magnificamente, da quel che mi dicono carinamente i vicini – in pieno gennaio, con le strade ricoperte di quella polvere ghiacciata che mi pare di aver sentito chiamare “neve”, mi farebbe bene restare accoccolato accanto al caminetto scoppiettante.

Delle volte fingo un sonno più profondo, nella speranza di riuscire a salvaguardare le mie zampine oramai raggrinzite dal clima rigido. Forse sono un pessimo attore, o forse più semplicemente il mio padrone non vuole lasciarsi impietosire. Anzi, è lui a impietosire me, poiché ho compreso che il successo di quelle continue uscite tanto attese, dipendano in parte anche dal sottoscritto.

Le cinque e dieci; il mio padrone chiude la porta rumorosamente, facendo girare la chiave nella toppa per un paio di volte. Inspira l'aria pungente che penetra nelle ossa nonostante il pesante giaccone – nel suo caso – e il folto pelo, nel mio. Si tira su il bavero e si strofina animatamente le mani per non farle intirizzire.

“Siamo ancora in tempo per rientrare”, gli vorrei dire, ma so quanto per lui quell'uscita sia importante, dunque mi limito a sospirare infastidito dal freddo, ma deciso a non boicottare i suoi programmi.

So già dove andremo; ho un padrone piuttosto monotono.

Fortunatamente il parco comunale non è distante, ma io traino ugualmente con forza il mio fedele amico umano nel tentativo di fargli accelerare il passo, alle volte troppo lento per la mia andatura abitudinaria. Appena oltrepassato l'ingresso, caratterizzato da due possenti cancelli in ferro, lui incomincia a guardarsi attorno palesemente teso, con la speranza di intercettare quel volto oramai ben noto a entrambi.

Deve averla scovata: allunga il passo in direzione dello stagno, dove una giovane donna è intenta a lanciare una pallina di gomma alla sua cucciola di Fox Terrier a pelo liscio. Nella forma del corpo e nelle proporzioni un po' ci somigliamo, non a caso possiamo considerarci cugini di razza. Le mie zampe sono però più lunghe, anche se è soprattutto il pelo a fare la differenza: il mio, infatti, è molto più ruvido e folto rispetto al suo, estremamente corto e liscio al tatto.

La padrona di Fergi – così si chiama la mia nuova conoscenza – mi deve aver preso in gran simpatia: anche oggi, appena mi nota zampettare accanto al mio fedele amico umano, allarga la bocca in un sorriso, rivolgendomi strane parole dal sapore apparentemente troppo sdolcinato per i miei gusti.

Nemmeno stavolta, ne sono certo, riuscirò a sfuggire a quei terribili croccantini che regolarmente estrae dalla tasca del cappotto. Fergi mi osserva con aria compiaciuta, e credo di aver compreso il perché: più croccantini ingoia il povero martire, meno ne avrà lei per cena. Astuta.

La donna non si smentisce e, come per magia, tira fuori un primo bocconcino, poi un secondo, un terzo e pure un quarto. Non so per quanto ancora potrò resistere!

Un gusto di merluzzo ammuffito misto a formaggio verde invade prepotentemente il mio palato raffinato, abituato di norma a ben altre prelibatezze. Quella mano ossuta mi infila tra le fauci l'ennesimo croccantino, poi un altro ancora, finché al nono non inizio a tossicchiare nervosamente per la nausea che mi sta colpendo alla bocca dello stomaco.

Ecco che il mio padrone interviene, salvandomi così dalla decima prelibatezza generosamente offertami (quanto ammiro il suo tempismo...).

«Su su, andate a giocare!», dice poi facendomi cenno di raggiungere Fergi, intenta a scavare una buca poco distante. Con un velo di amarezza mi rendo conto di non avere più l'età per certi giochi: quanto rimpiango la mia cuccia morbida!

Sbircio intanto con la coda dell'occhio i due umani, i quali non fanno altro che rivolgersi smancerie a vicenda. Forse il mio udito canino mi ha tradito, ma credo di aver intercettato un invito al cinema.

L'ho detto io, ho un padrone troppo banale. Ma a quanto pare lei – proposta scontata o meno – pare esserne rimasta entusiasta: gli stampa un bacio sulla guancia e scrive su un pezzetto di carta qualcosa, molto probabilmente il suo numero di cellulare. Un po' scontata pure lei.

Improvvisamente Fergi mi distrae, incitandomi a scavare la terra insieme: beata gioventù! Il sano vigore del maschio che assapora la vita con vivacità e stupore, la solidità delle zampe, le sfide con i cani di stazza maggiore... begli anni, sì, ma cerco ugualmente di cogliere ogni giorno, con vivo entusiasmo, tutto ciò che di buono gli anni della maturità mi stanno offrendo.

Rifiuto gentilmente l'invito della mia conoscente pelosa, nella speranza che il “bipede innamorato” si decida in fretta a riportarmi a casa; sto infatti iniziando a perdere sensibilità alla coda e, nel respirare, emano nuvole di vapore sempre più grandi man mano che scorrono i minuti.

Ecco. Mi sta richiamando, finalmente.

E togliti dalla faccia quel sorriso ebete.

Il telefono ha continuato a squillare per tre mesi interi, fino a cinque giorni fa.

Cene in ristoranti costosi, seratine romantiche a casa di lui e di lei, scatole di cioccolatini infiocchettate da regalarle per ogni minima occasione, mazzi di fiori sparsi per casa, presentazione dei rispettivi genitori. Poi il nulla.

Il “bipede innamorato” non ha più quello sguardo perso delle settimane passate: sembra assente, il viso sciupato incorniciato da una barba incolta che in dieci anni non gli ho mai visto farsi crescere; osserva il cellulare per qualche istante, come se sperasse che con la sola forza del pensiero potesse ricevere una chiamata o un messaggio. Ma il “bipede innamorato” attende invano: le sue speranze vengono presto disilluse da un silenzio prepotente che investe la casa, disturbato soltanto dal timido ticchettio delle lancette dell'orologio appeso in salotto.

Il guinzaglio rimane al suo posto. Nessuna voglia, evidentemente, di portarmi a spasso: il mio padrone si limita infatti ad aprire la porta sul retro che dà sul cortile per consentirmi almeno i bisogni giornalieri. Strano a dirlo, ma tutto sommato rimpiango un po' le numerose passeggiate al parco, o meglio, pur di vederlo felice, avrei continuato anche a sopportare quel piccolo sacrificio richiestomi (se non è fedeltà questa!).

Il giorno seguente, il “bipede innamorato” sembra aver magicamente ritrovato le energie perdute: si rade con cura, mette un po' di gel per fissare il ciuffo ribelle, tira fuori dall'armadio il suo completo preferito e, soprattutto, mi aggredisce all'improvviso una nuvolaccia di profumo che inizia a pungermi la gola. Mi infila il cappottino invernale e il collare, al quale aggancia il solito guinzaglio chilometrico, e si chiude la porta alle spalle con decisione.

In nemmeno quindici minuti siamo al parco. Si blocca all'ingresso ansimando, l'occhio attento cerca di catturare la presenza di lei, i muscoli rigidi, il viso in palese tensione.

Passa qualche minuto interminabile poi, proprio quando sembra voler riprendere la strada di casa, il mio padrone ed io la notiamo avanzare nella nostra direzione: Fergi le sculetta accanto, in una camminata che pare più una sorta di “danza ammaliatrice” rivolta ai cani ancora inesperti; ma c'è un'altra figura che fa loro compagnia. Un uomo sulla quarantina tiene stretta la mano della giovane donna, intenta a esibire quel tipico sorriso ebete che ormai ho compreso appartenere ai “bipedi innamorati”.

Alzo il muso e osservo il mio padrone: temo gli si sia fermato il cuore nel petto.

Riguardo poi lei, avvinghiata come un'edera alla sua nuova fiamma, non potendo che confermare tutto ciò che ho sempre sostenuto: gli umani sono davvero strani.

Su una cosa però mi devo ricredere. Ero convinto che il mio fedele amico umano lo fosse più degli altri, ma evidentemente mi sbagliavo.

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