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Una storia di Jelena

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Falsi miti

Pubblicato il 31 marzo 2017

In terza elementare era successo a Marta, poi a Davide e a Sara. Non avevo mai pensato che potesse succedere anche a me e forse non avevo mai pensato che potesse succedere davvero. Erano figure mitologiche i bambini a cui accadeva, erano tristi ma inconsapevoli, irrequieti ma fragili. Vittime con una manciata di caramelle in mano, una casa in più, giochi nuovi, vacanze doppie e un futuro segnato.

In quarta elementare, appena un anno dopo, mi aggiunsi all'esiguo ma crescente gruppetto, e capii che di mitologico c'era ben poco.

Mia madre me lo comunicò al ritorno da scuola, mentre mangiavo un piatto di non ricordo cosa. Fu breve e concisa. Il dolore arrivó immediato.

Mio padre prese le sue cose e le infilò tutte nella sua Astra del '91, le camicie, le cravatte, le scarpe, le divise e la sua dignità. Non una lacrima mentre moriva dentro.

Io fissai senza respiro la macchina filare via nel vialetto, ricordo che inizia a contare i giorni che mancavano al finesettimana ed iniziai a non tenere il conto dei giorni passati senza papà in casa.

No, non ero affatto un abitante dell'Olimpo, non ho avuto giochi nuovi o vacanze doppie. O meglio, sì c'è stato anche questo, ma alla parola vacanze corrispondeva una scelta. O uno o l'altro. A questa scelta corrispondeva un senso di colpa che non faceva chiudere occhio. A otto anni.

Ai racconti dei compagni sulla loro allegra famiglia corrispondevano silenzi e nodi alla gola. Ai nodi alla gola corrispondevano varie scuse per non far trapelare nulla. Per essere forti. Per smettere di essere semplicemente ciò che eravamo: bambini che soffrono.

Non è vero che a determinate età non si comprende, anzi , la sofferenza è doppia. Te ne stai li con le bambole mentre la tua famiglia va in pezzi, e tu, bambino quale sei non puoi fare nulla per evitarlo.

Ma poi gli otto anni passano, arrivano tutti gli altri come schiaffi in pieno volto e fanno più male del primo. Ti guardi indietro e stai peggio di quel giorno mentre con la testa china sul piatto tua madre pronunciava la parola divorzio con la stessa facilità con cui si stila una lista della spesa.

Iniziano le paure, inizi a credere che non saprai averla una famiglia perché infondo non sai nemmeno cosa sia.

Iniziano i ricordi mancanti, i racconti che non potrai mai fare, le domande invadenti a cui rispondere.

Eravamo bambini. Eravamo una famiglia.

Ora siamo pezzi di ció che fu.

Ora sono una paura e una voglia di riscatto.

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