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Una storia di Buenosaires

Buonanotte amore

"E mi avrai perdonato e mi avrai consolato, tienimi ancora tra le tue dita di seta"

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Pubblicato il 24 agosto 2018 in Storie d’amore

Tags: Amore Musica Soldout Tramonto

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- Chissà che pensano quei tizi laggiù! – disse la donna tra sé e sé, strizzando gli occhi verso i minuscoli puntini che sciamavano via dalla spiaggia sottostante in una lenta processione.

L’inclinazione a osservare gli altri – o, come le chiamava lei, le vite degli altri – le apparteneva fin da quando era bambina: non riusciva a resistere alla tentazione di immaginare cosa passasse per le loro menti, che persone frequentassero, se fossero tristi o felici…

Ormai erano quasi le 8 di sera. Il sole, compiuto il suo dovere giornaliero, calava piano piano all’orizzonte confondendosi col mare. La donna, stretta nella camicia bianca di lui, gli teneva la testa poggiata sulla spalla, lo sguardo rivolto oltre la ringhiera del balcone.

La giornata era stata decisamente troppo calda per lavorare: dopo alcuni tentativi mattutini, di comune accordo si era deciso di rimandare alla giornata seguente e ritirarsi ognuno al fresco delle proprie stanze. Un bene e un male insieme per due amanti clandestini come loro, che – alla prima occasione utile – non mancavano di rifugiarsi tra le lenzuola.
Così era passato quel pomeriggio, atto ennesimo della loro reciproca incoscienza; ora stavano lì, seduti sulle calde piastrelle di quel balcone su cui il sole aveva battuto per ore; da poco si era alzato un leggero venticello e l’uomo, imprecando, riaccese la cicca per la terza volta.
- Oh, sta un po’ zitto! – esclamò Anna, ridendo poi sommessamente.
Lui le restituì un’occhiata di sbieco, accennando una smorfia con la bocca. - La solita rompiscatole… -

- Io? Tu piuttosto! - e alzando fintamente esasperata gli occhi al cielo, si sporse in sua direzione rubandogli la sigaretta dalle labbra.

Nel momento in cui gli occhi di lei gli si erano riavvicinati pericolosamente al viso, la mente gli si era annebbiata quasi fosse sotto l’effetto dell’alcool; non avrebbe dovuto fargli quell’effetto, eppure non riusciva a controllarlo: era magnetica e quando stavano insieme si sentiva completamente soggiogato dalla sua aura. Il suo sguardo sembrava passargli attraverso la pelle e le costole, guardarlo dentro, carpire la sua anima: nessun’altra donna – anzi, nessun’ altra persona – l’aveva mai guardato così, senza giudicarlo, senza emettere sentenze nonostante la reciproca condotta poco ortodossa.

Da quella posizione riusciva a vederne ogni singolo particolare: dalla mascella spigolosa, alle macchie del sole sul collo, ai capelli corvini che il vento le sbatteva sulla faccia. Avrebbe voluto separare repentinamente la distanza che li divideva – invece no, era meglio non farlo, o sarebbe stato ancora più difficile separarsi di lì a poco. Già, perché un tempo irrisorio lo divideva dal ritorno a casa, dalla sua famiglia. Nei momenti che passava accanto a lei gli sembrava talmente lontana che non sapeva più se l’amava o l’odiava, quella famiglia.

- A che pensi? – chiese Anna, mettendogli un braccio attorno al collo. Daniele prese tempo, iniziando a osservare gli ultimo gruppi di persone che pigramente lasciavano la spiaggia. Dal sesto piano di un palazzo era difficile distinguerli – una famiglia o un gruppo di amici? – ma dall’andatura lenta si capiva quanto la lasciassero a malincuore.

- A noi. – disse piano, fissando un punto imprecisato tra le piastrelle del pavimento.

Faceva male a entrambi quel “noi”. Era una parola che non avevano mai il coraggio di usare e il fatto che fosse uscita per prima dalla bocca dell’uomo gelò la sua interlocutrice, che deglutì con un singulto, quasi l’aria fosse diventata un mattone. Non era mai capitato che si riferissero alla loro "particolare" situazione sentimentale con un "noi": ritenevano, infatti, che quel pronome fosse ad esclusivo appannaggio di chi potesse mostrare un sentimento reciproco alla luce del sole; sentirglielo pronunciare così, senza preavviso, la scosse il giusto per farle capire - benché non lo avesse mai messo in dubbio - quanto cuore stesse investendo anche lui nella loro relazione.

- A cosa su di noi, se posso saperlo? - chiese nuovamente, non davvero sicura di voler sentire la risposta. Il vento stava iniziando a soffiare più forte, in lontananza si vedeva il mare incresparsi anche al largo.

- Un po' a tutto: alla difficoltà della nostra storia, al fatto che la stiamo portando avanti comunque nonostante tutto, al tempo che abbiamo trascorso insieme...

- Quattro anni. - lo interruppe lei: puntualizzare era un'abitudine che, con il tempo, l'uomo aveva imparato a non prendere troppo sul personale.

- Sì... Mi chiedevo cosa ci aspetti, insomma.

Dopo un profondo e sonoro sospiro, la donna riprese ad osservare il panorama oltre il balcone. Un po' ingenuamente, doveva ammetterlo, credeva di essere l'unica dei due a porsi quelle domande, a riflettere sull'impossibilità del loro amore. I suoi occhi neri si perdevano seguendo gli ultimi bagnanti raccogliere le proprie borse e andare via. Per quanto si fosse sempre dimostrata incapace di sottrarsi alle situazioni affrontandole di petto, quella volta le sembrava di essere un po' pavida - come se esporre paure, dubbi, verità di sentimenti equivalesse ad urlarle quanto folle e sbagliata fosse la loro esperienza. Non sapeva cosa dire: razionalmente si rendeva conto che non esisteva un vero e proprio futuro e che avrebbero vissuto la cosa sempre e solo giorno per giorno - consapevoli del fatto che, con ogni probabilità, un altro uomo sarebbe prima o poi arrivato; dal punto di vista dei sentimenti, invece, in cuor proprio sperava in un qualche "coup de théâtre" che permettesse loro di uscire allo scoperto. Sentì il bisogno stringergli la mano, sapere che anche solo in quegli istanti si trasmettevano la stessa forza. Aspirò dalla sigaretta tenendola con l'indice e il medio destri ed osservò la cenere diventare prima rossa e poi grigia, mentre il fumo volava lontano spinto dal vento. L'uomo la guardava rapito dalla spontanea profondità dei suoi gesti, dal lasciar trasparire con cautela i suoi tormenti.

- Adesso sei tu quella sovrappensiero.- le disse lui abbracciandola.

- Credevo - rispose la donna in un mezzo tentativo di sviare il discorso, - che soltanto gli adolescenti passassero il tempo a fumare sul balcone senza essere visti.

Daniele sorrise e alla vista di quell'espressione Anna non poté fare altro che ammettere quanto in realtà ne fosse innamorata, per fortuna o purtroppo - non riusciva a deciderlo. Gli lasciò la mano per accarezzargli il viso: alcune volte sentiva che soltanto un gesto come quello avrebbe potuto parlare per lei.

La luce rossastra del tramonto li immergeva in un'atmosfera quasi da cinema, con il vento che portava nelle loro narici il profumo della salsedine. Di tanto in tanto i gabbiani richiamavano a sé l'attenzione per poi sparire dietro i palazzi. I due amanti guardavano tutto ciò che li circondava con la consapevolezza del fatto che momenti come quelli - in cui potevano rimanere davvero soli - erano rari e, dunque, da sfruttare al massimo. Anche guardando in faccia la realtà, non soltanto nascondendosi sotto un lenzuolo.
- Quattro anni...- ripeté Daniele a mezza voce, come a rendere più vera l'affermazione.

"Non sarebbe nemmeno dovuta iniziare" pensò la donna in un esagerato e inopportuno slancio della consueta razionalità, ma si scoprì a rispondere - Rifarei tutto da capo -. Il conflitto che sentiva dentro di sé era tale da non permetterle nemmeno di sapere chi avesse ragione in quello scontro all'ultimo sangue tra testa e cuore.

Quello che doveva rimanere un pensiero tra sé e sé le uscì quasi inconsapevolmente dalle labbra in un sussurro, non sufficientemente debole da sfuggire all’orecchio dell’uomo. Un sorriso sbieco gli colorò il volto, ma, mentre di norma avrebbe accompagnato l’espressione con una battuta tagliente, in quella circostanza si limitò a fissarla con un’espressione indecifrabile tra l’imbarazzato e il compiaciuto.

“Anche io, anche io, anche io!” avrebbe voluto urlarle; quella frase gli rimbombava nel cervello come un mantra, eppure si trattenne, sapendo che avrebbe fatto più male a lei che a se stesso pronunciandola. Era un codardo e - ancor peggio - consapevole di esserlo, ma non aveva cuore di dare alla donna false speranze alle quali – lo sapeva – almeno per un secondo avrebbero entrambi creduto.
I loro occhi si in incontrarono nuovamente per qualche secondo, e dalla profondità del suo sguardo l’uomo sentì che, seppur senza parlare, lei aveva compreso ogni pensiero da lui formulato in quel frangente di silenzio: gli prese la mano e lentamente se la portò alla bocca, baciandone il palmo; la fede nuziale brillò d’oro riflettendo per un secondo la luce del sole, rendendo la sua presenza se possibile ancor più fastidiosa. I primi tempi quella piccola ma significativa presenza la metteva ancor più a disagio di quanto non fosse, ma ora non vi badava più; era diventata una delle mille cose dell’uomo a cui aveva imparato a non dare peso in quegli ultimi anni.
Sciogliendosi da quella posizione in cui era accoccolata da ormai troppo tempo, si stiracchiò le braccia protendendo i palmi contro il pavimento tiepido, la testa ruotata verso il cielo. Il sole ora era accerchiato da numerosi nuvoloni bianchi trasportati forse dal vento, uno dei quali catturò la sua attenzione.
- Guarda, – disse, indicandolo – sembra un gatto! –
- Che cosa? – fece lui, distrattamente. Era troppo immerso nei suoi pensieri per dare peso all’ennesima sua stramberia.

- Dai, guarda! Quella sembra una coda, - spiegò, tracciandone il contorno con le dita – quelle invece devono per forza essere le orecchie! –

L’uomo sbuffò, ma nessuno dei due resistette a lungo prima di scoppiare a ridere.

Tre colpi secchi alla porta spezzarono l’incanto di quell’idillio pomeridiano.

La donna si voltò di scatto verso di lui, guardandolo come se all'improvviso qualcuno avesse scoperto tutto di loro, e si spostò meglio dietro la parete che divideva la camera dal balcone per non essere vista. Daniele si alzò per andare ad aprire e, passando davanti all'armadio, tirò fuori una camicia azzurra per non presentarsi a chiunque lo aspettasse soltanto con i pantaloni; chiuse gli ultimi bottoni ed afferrò la maniglia. Di fronte a lui, in corridoio, un uomo alto, castano, con i baffi lo aspettava rimettendosi a bussare come se la porta fosse ancora chiusa e canticchiando una filastrocca inventata sul momento.

- È Alberto! - esclamò rivolgendosi alla persona nascosta sul terrazzo. - Entra pure... -
Continuando con il suo motivetto, il nuovo arrivato andò fuori a salutare la donna e l'abbracciò come se non la vedesse da una vita intera benché fosse passata appena qualche ora.
- Mi dispiace dovervi interrompere, - disse Alberto tenendo la sua amica per mano, - ma ci hanno chiamati per tornare a girare...
- Adesso? - chiese Daniele mentre si appoggiava con un braccio allo stipite della portafinestra che dava sul balcone.
- Almeno recuperiamo quello che non abbiamo fatto oggi. - si intromise Anna in un ennesimo slancio di razionalità. - Iniziate pure ad andare, vi raggiungo... - I due uomini la osservarono perplessi. - Mi devo cambiare: non posso presentarmi così, con una camicia e per giunta non mia!

Capitavano delle volte in cui per alcuni istanti tutti e tre si dimenticavano del fatto che quella situazione fosse, oltre che precaria, un segreto di cui nessuno avrebbe dovuto sapere nulla. Ciò accadeva quando si alleggerivano dal peso di quell'enorme segreto anche solo per poco e si concentravano sulla bellezza di quei momenti vissuti lontano dalla città e dalla quotidianità. Se non fosse stato per Anna e il suo (una volta tanto prezioso) vizio di riportare tutti il più possibile con i piedi per terra, occasioni come quelle sarebbero state ancora più pericolose. La donna sembrava quasi essersi trasformata rispetto ad una decina di minuti prima: l'arrivo dell'amico era servito a ridare loro coscienza con la realtà, facendoli evadere dal quell'effimero mondo isolato che si creavano quando riuscivano a rimanere da soli.

- Allora noi iniziamo a scendere. - fece Daniele, riappropriatosi improvvisamente di un tono asciutto e distaccato, mente si aggiustava con le mani il colletto della camicia.
- Sì, sarà meglio non scendere tutti e tre insieme - rispose lei, abbozzando un sorriso. “Almeno nessuno potrà insospettirsi”, penso tra sè e sè, ricacciando giù il groppo in gola che puntualmente la assaliva ogni volta che si dovevano separare. Pensieri come quello erano parte di quei piccoli accorgimenti che li aiutavano a tutelare la clandestinità di quella relazione - una routine da anni ormai, ma non per questo meno dolorosa.
Li osservò uscire dalla stanza con una certa inquietudine, come se il peso di quella momentanea distanza le fosse piombato addosso all'improvviso. Le capitava spesso di ricadere nella malinconia, specie dopo aver vissuto momenti tanto spensierati. Nell'istante esatto in cui sentì il rumore dell'uscio che si chiudeva, Anna si sedette sul bordo del letto e si guardò intorno: la luce rossastra del tramonto la immergeva in un'atmosfera allo stesso tempo tranquilla ma piena di nostalgia, le faceva credere che dall'inizio della giornata fossero passati giorni, mesi, perfino anni. La donna fece un profondo sospiro e, voltandosi per alzarsi e andare in camera propria a rivestirsi, notò sulla scrivania davanti al letto un taccuino.

Incapace di resistergli, lo prese tra le mani, studiandone la copertina nera e lucida per qualche secondo. In un angolo vi era una targhetta recante il nome e cognome del suo amante e lei sorrise nel constare di essersi appropriata di un accessorio tanto personale dell’uomo quanto allettante per la sua curiosità.

Sfogliando alcune pagine, si rese conto che si trattava di un diario: a dominare era la calligrafia di Daniele, fitta e allungata, a tratti al limite dell’indecifrabile. Distrattamente riconobbe alcuni aneddoti che la riguardavano in prima persona, e le strinse il cuore prendere atto di quanto - nonostante tutto - lui le riservasse anche i suoi pensieri più intimi. Continuando a farle scorrere tra le dita capitò in alcuni fogli vuoti e, accortasi della penna che l'uomo aveva lasciato sulla scrivania, Anna la prese in mano e pensò velocemente a qualcosa da dirgli che sarebbe rimasto soltanto fra loro due.

Dopo alcuni istanti, si sedette, appoggiò il taccuino e iniziò a scrivere. "No, questa la strappo via, rifaccio da capo" riflettè e, allungandosi verso la porta per essere sicura di non sentire nulla, tornò con la penna sulla pagina. Era una delle tante brevi riflessioni che era solita scrivere sul quaderno che portava sempre appresso; bastava un nonnulla a farle scattare l’ispirazione - il panorama dal finestrino del treno, un cielo stellato, una pomeriggio su un balcone abbracciata all’uomo che amava. Sbattendo le palpebre, diede un’ultima occhiata alla pagina appena macchiata d’inchiostro.Sistemò di nuovo la penna e il taccuino chiuso sulla scrivania, si alzò dalla sedia e controllò ancora una volta di non aver lasciato nulla in giro per la camera. Nella mano destra teneva il foglio che aveva strappato e, aprendo la porta, gliede un'occhiata, mentre il sole piano piano calava all'orizzonte tra le onde del mare.

"2 maggio '89

'Stanotte il tramonto è l'alba dei sogni.

Buonanotte amore"

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