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Una storia di sugarkane

La leggenda della Compagnia delle Sirene

Narrava la leggenda che i copri dei marinai, morti durante i naufragi, una volta sprofondati in acqua diventassero sirene

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Fantasy

Tags: leggenda marinai sirene

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Narrava la leggenda che i copri dei marinai, morti durante i naufragi, una volta sprofondati in acqua prendessero di nuovo vita e diventassero sirene. Andando ad esplorare i fondali, infatti, si possono trovare le navi e gli oggetti trasportati, ma non i resti dei cadaveri. Essi venivano attaccati da una sorta di sortilegio compiuto dall’acqua che, come per magia, li resuscitava chiedendo indietro la loro “essenza umana” e restituendo loro anche una coda di pesce.

A metri e metri di profondità, il sole non arriva con i suoi raggi e gli esseri viventi stanziati a quei livelli non possono sopportare la vista della luce; ovviamente, non erano molti ad abitare quelle zone buie e cupe: alcune specie di pesci senza occhi, plankton e coralli. Proprio tra una roccia e l’altra nacque, col passare del tempo, un cospicuo gruppo di esseri umano-ittici che prese in seguito il nome di Compagnia delle Sirene. Diversamente da come si possa pensare, i suoi membri erano, per la maggior parte, omaccioni grossi il cui volto era ricoperto da folte barbe e lunghi baffi, con le braccia tatuate e le spalle larghe. Essi erano il frutto delle magie dei mari e degli oceani, coloro che potevano essere uccisi soltanto dalla civiltà terrestre ed avevano imparato, a proprie spese, quanto quest’ultima non guardasse in faccia nessuno. Le donne negli abissi non arrivavano nello stesso modo: nel momento in cui gli ex-lupi di mare decidevano che fosse giunta l’ora di avere degli eredi, si avvicinavano alla riva, sceglievano la fanciulla preferita e la trascinavano con sé giù nel nuovo habitat; le costringevano a diventare anch’esse sirene facendole annegare, in modo tale che riuscissero a sopravvivere alla mancanza di ossigeno. Le povere ragazze, strappate alla loro vita, si trasformavano nelle vittime di violenze assurde di uomini che, essendo ormai metà pesci, non sapevano resistere agli istinti animali, e forzate a portare avanti una strana gravidanza. Quando terminava il periodo di gestazione e nasceva la piccola creatura, si operava una scelta: se maschio, veniva fatto crescere secondo una mentalità chiusa e sessista, ma se femmina, non le sarebbe stato assicurato l’arrivo all’età adulta. Dopo aver subìto un brusco congedo dal neonato, le madri, in preda alla disperazione, quasi sempre sceglievano il suicidio, abbandonandosi su una spiaggia e lasciando che il loro corpo venisse intrappolato dalla sabbia e sciolto dal sole. Per questo le donne sopravvissute della Compagnia delle Sirene erano poche, ovvero quelle destinate al mantenimento della specie, le piccine segregate in vecchie gabbie arrugginite, le due amanti del re e le sue tre figlie femmine. Il quarto erede, l’unico maschio, sapeva perfettamente di dover nascondere il suo vero io per salvarsi la pelle.

Nato dallo stupro di una giovane circense poi abbandonata su un’isola senza viveri, Axel aveva sempre vissuto la sua condizione di potenziale maschio dominante come un fastidio o un’atrocità. Pur non avendo mai conosciuto sua madre, il giovane ospitava tra i suoi ricordi un grido di donna che rimbombava periodicamente nella testa; sentiva la voce ripetere con tono sempre maggiore “Non farti imprigionare, bambino mio! Tu sei libero, libero!” e poi il vuoto, poiché subito dopo sveniva. Fin dai primi episodi di perdita di coscienza in cui lo trovarono accasciato sul fondale sabbioso, tutti credevano soffrisse di attacchi epilettici; eppure Axel sapeva che non si trattava di questo, piuttosto di un segnale che gli stesse indicando la strada giusta. Il principe della Compagnia delle Sirene era il ragazzo più bello dell’intero regno: aveva il viso dai lineamenti delicati, con i capelli castani culminanti in un folto ciuffo riccio sulla fronte, un paio d’occhi grigi come il ghiaccio e il naso proporzionato al volto, le labbra carnose e rosa. La sua pelle era chiarissima, molto più di quella degli altri che, in confronto, sembravano essere appena riemersi dalla cenere; non aveva nulla del marinaio, né la corporatura possente, né il carattere burrascoso.

Veniva chiamato dalle malelingue “femminuccia” per il suo comportamento mite e l’aspetto di giovincello che non abbandonò mai, anzi, e poi era il centro degli insulti anche per la sua presunta epilessia. Axel lo sapeva, conosceva le voci che circolavano sul suo conto, ma non faceva niente per dissuadere le persone dal crederci: al suo unico amico, disse “Non sento il bisogno di difendermi da certe storie fasulle; io sono così, non è colpa mia, ma non cambierò per loro”. Non aveva mai detto a nessuno che le perdite di coscienza erano legate a quella voce di donne che urlava, ritenendo fossero soltanto sue e custodendole come il tesoro più prezioso.

“Non farti imprigionare, bambino mio! Tu sei libero, libero!”

Libero? Di fare cosa? Il giovane non era mai riuscito a darsi una vera e propria risposta: di essere ciò che voleva, di pensare e vivere, o di come e chi amare? Tentò per un periodo di dar retta alla volontà altrui e non la sua, ma scoprì che forse sarebbe stato meglio dare adito alle domande esistenziali piuttosto che alle persone; provò anche a dare una soluzione all’ultimo quesito, “Sono libero di amare come e chi voglio?”, e ci riuscì. Capì che, essendo cresciuto circondato da donne, non avrebbe mai accettato di dover aggredire una ragazza che avrebbe potuto essere una delle sue sorelle! Guardandosi intorno realizzò che intorno a lui c’erano solo uomini rozzi e senza rispetto per il prossimo, bestemmiatori incalliti e cacciatori a mani nude.

Optò, dunque, per non decidere quale fosse la scelta migliore e di diventare lui stesso la scelta, di un uomo o di una donna poco gli sarebbe importato. Felice, Axel voleva essere felice e potersi confrontare con gli altri fieramente, a testa alta: perché non esiste e mai esisterà un modello unico di felicità, ognuna ha la sua ed è stupido pensare il contrario.

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