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Una storia di angeloranieri

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Giorno 1 - Venezia

Diario di viaggio

Pubblicato il 25 gennaio 2017

22/08/2016

Mi giro e mi rigiro nel letto ritardando il momento del risveglio definitivo, odio svegliarmi presto, soprattutto dopo poche ore di sonno neppure piacevoli. Il pensiero che sto per partire, però, mi regala una spinta emotiva talmente forte da farmi alzare energicamente dal letto e concludere gli ultimi preparativi. In auto regna il consueto silenzio assonnato del mattino, imbarazzante ma stranamente piacevole.

Giunti a Napoli, papà tira fuori dal bagagliaio le valigie mie e di mia sorella, ci abbraccia e ci raccomanda, come di consueto, di fare attenzione. Questa seccatura però, infondo, piace a tutti noi figli, anche quando ormai sei un adulto e sai badare a te stesso. Salito in treno, improvvisamente il sonno svanisce e ne approfitto per continuare la lettura di Canne al vento della Deledda, spinto dalla curiosità di ciò che sta accadendo tra Efix e Giacinto. Ci piace così tanto immergerci nelle storie degli altri, nei racconti di vicende che, gira e rigira, ci riportano sempre a noi. Ci siamo noi, in quelle storie, ci entriamo e le viviamo, forse egoisticamente, vogliamo essere noi al centro di quel racconto, e allora rivediamo noi stessi, continuamente, nelle storie che leggiamo.

Alzo per un secondo lo sguardo dal libro proiettandolo fuori dal finestrino: le nuvole, il cielo, i campi, i contadini, i tetti. Mi precipito a rovistare nello zaino in cerca di carta e penna, non so cosa devo scrivere, ma devo scrivere, come in ogni viaggio, come in ogni notte, come sempre ultimamente. La poesia mi aiuta a guardare il mondo con un’altra ottica, una prospettiva nuova, un modo di pensare leggero e soave, libero.

Chiuso il blocchetto delle note, schiaccio il tasto play e avvio la riproduzione casuale della playlist del mio cellulare che, magicamente, si apre con altre, meravigliose, note. Ogni volta è la prima volta. Experience di Einaudi. Per 5 minuti e 18 secondi si è fuori dal mondo in cui si sta vivendo, non si sa dove. Sai di essere fuori, dove si sta bene, dove l’aria è mite e dolce.

Ritornato dall’aldilà einaudiano, faccio la mia scorpacciata giornaliera di hip hop e arrivo a Venezia senza nemmeno accorgermene. E’ stata la prima volta in assoluto che ho attraversato il mare sui binari di un treno. Venezia che si avvicina a poco a poco, e che sembra venga a prenderti per mano. La stazione di Venezia Santa Croce è pulita e accogliente, sembra sorridente e ospitale.

Io e mia sorella ci dirigiamo affannosamente verso l’albergo a causa del peso delle valigie trasportate su e giù per le scale degli infiniti ponti che attraversano le acque della città, ma fin da subito rimaniamo sbalorditi dalle caratteristiche raffinate e pregiate delle strade che attraversiamo. Sembra di vivere una storia che non è la nostra, un film in bianco e nero, un dipinto animato e cantato di una canzone di cent’anni fa.

Ci sistemiamo nella stanza della pensione, anch’essa antica, dai mobili che sembran lì morti, o vivi, da tempo, dall’aspetto cupo ma materno, dal fascino romantico di un libro di Hemingway o Baricco, che si affaccia sull’acqua e che ne assorbe tutti i rumori, del giorno e della notte, cullando l’intera struttura in un abbraccio affettuoso. Venezia è così: dall’acqua si erge quella leggera e sottile foschia che avvolge l’intero suolo urbano. A tratti questa foschia crea sensazioni di gioia e vivacità, in altri momenti meravigliosa malinconia. Venezia è l’eccezione della natura per eccellenza, è la dimostrazione che l’uomo ha vinto sulla natura, dominandola, e non viceversa, è la forza e l’ingegno dell’uomo che ha saputo dar vita ad un capolavoro urbano in un luogo poco propizio alla costruzione, in lagune sabbiose e improduttive. Nonostante la mobilità dei fondali, la corrosività del sale marino, l’azione degli agenti naturali, Venezia resta lì, bella e triste, eretta come per magia, troppo preziosa da corrodere, troppo poco fragile da poter spezzare del tutto. Legno, marmo e mattoni rosa dominano e risaltano ovunque. Numeri civici a quattro cifre, turisti di ogni nazionalità, colori - tanti colori ovunque - di frutti e maschere. Mi sento cittadino del mondo intero, senza barriere, senza alcuna differenza sociale. Non c’è luogo, non c’è tempo, qui, a Venezia. Passeri, rondini, merli, piccioni, gabbiani, aironi cinerini e garzette trovano pace sui cigli delle strade, come se avessero scelto con cura la meta delle loro lunghe e faticose migrazioni.

Come se non volessero essere in altro posto se non in questo.

Di sera, poi, Venezia diventa ancora più malinconica, ancor di più di noi esseri umani quando ci rintaniamo nelle nostre case e nei nostri letti ci abbandoniamo alle nostre paure e ai nostri desideri più profondi. Affacciato sul Ponte dell’Accademia, ho chiuso gli occhi, ascoltando le note di un artista di strada che con un mandolino dava la buona notte a tutta la città, così dolce e premurosa la sua musica, faceva da colonna sonora a quella vista mozzafiato: alle barche che galleggiavano silenziosamente, alle finestre delle case che si chiudevano, ai colori gialli e rossi delle luci soffuse rispecchiate sul manto acquoso, ai lampioni di un tempo che non c’è più e che sembrano vivere ancora qui, solo qui, in un presente ibernato.

Così, tra quelle note che ancora echeggiano nella mia testa e che mi trasmettono tanta malinconia e gioia profonda, chiudo questa giornata, cullato dal rumore delle acque, e dall’attesa di quello che verrà.

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