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Una storia di MariaProcentese

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Lui, lei, l'altra.

Pubblicato il 08 gennaio 2017

E così hai vinto di nuovo tu!” Gli urlò a pochi millimetri di distanza appena ebbero finito.

Pochi attimi per pronunciare quella frase, rosso in viso dalla rabbia o dalla vergogna di averlo fatto di nuovo e proprio con lei. Tutte le volte si prometteva di non farlo più, le diceva che sarebbe stata l’ultima volta e poi non voleva più vederla. Alzò il braccio con una velocità spaventosa e con la stessa fece per spazzarla via, ma si fermò. Perché, sebbene quel gesto fosse veloce, ebbe tempo di capire quanto lei fosse preziosa per lui e quanto le mancava se non c’era. Le lacrime scorrevano, gli passavano sul viso proprio deve c’era stata appena lei, ma non le sentiva. A differenza dei sensi di colpa quelli li sentiva, eccome! Bussavano alla porta come il miglior venditore di aspirapolveri, insistevano.

Lasciò tutto lì, ancora sudato si buttò sul letto e iniziò a sentire i battiti del suo cuore accelerati, chiuse gli occhi, tirò un sospiro e si calmò.

Si disse che ormai era fatta, non poteva tornare indietro e allora meglio godersi il momento. “E domani poi chi lo sa”. Accennò un sorriso, tirò sul col naso e sentì lei c’era ancora.

La tenda in camera si muoveva, il vento la scostava. Il sole, a tempo con il vento, gli illuminava il viso, un’alternanza di luci che gli fecero capire che era in ballo anche lui e i suoi sensi di colpa. Il vento spingeva la tenda verso di lui, il lembo si avvicinava a lui in maniera così violenta che sembra volesse colpirlo, come un pugno e quando la tenda tornava indietro sembrava accarezzargli le mani. I suoi sensi erano cosi vigili che sentì quella carezza molto simile alle carezze della sua donna.

Pensò a lei. Si alzò e la cercò sperando lei non ci fosse, che lei non avesse visto quello che aveva appena fatto. Il telefonò squillò, il nome di lei comparve sul display, pensò che quello fosse un miracolo, che lui era davvero potente anzi, in certi momenti diventava perfino telepatico. Rispose al telefono fingendo una naturalezza che ormai non aveva più. Cercava di coprire con la voce della tv i battiti del suo cuore. Il venditore non vendeva più aspirapolveri ma sensi di colpa e debolezza. Sentì la voce di lei che non era bella, ma la ascoltava perché era la voce di chi amava anche se in casa c’era ancora l’altra. Sperava lei non si accorgesse di nulla. Maledisse il fatto che lei sapesse di quell’esistenza. Dall’altra parte lei raccontava la sua giornata, con la sua solita ironia. Mentre parlava lui tornò al giorno in cui lei scoprì tutto: ricordava perfettamente i muscoli del suo viso quando lei li vide insieme. Ricordò la sua freddezza. Sapeva quanta forza avesse messo per non urlare, per non inveire contro di lui anche se lui la implorava di dire qualcosa così che lei avrebbe sbagliato e lui le avrebbe fatto venire i sensi di colpa. Gli venne in mente il tono della voce di lei alle sue spalle che gli chiese cosa stesse facendo. Ricordò l’eternità che ci mise a girarsi e la paura mai provata fino ad allora di incontrare i suoi occhi, quegli stessi occhi di cui lui si era innamorato. Lei non bella ma quegli occhi tristi, che cosi definiva lui, l’avevano fatta abbattere il muro e lui la amava e sapeva che nei suoi occhi c’era amore per lui. Rammentò quando lei, solo dopo ore, pronunciò una sola frase: “è stata colpa mia! Se cerchi in quell’altra qualcosa di forte è colpa mia, ma ne usciremo, ce la faremo. Porteremo addosso i segni e se non ce la faremo sarà solo colpa mia”.

A sentire quelle parole lui si sentì come al luna park: canzoncine, lucine e girandole. Un mondo tutto suo, lui il proprietario della giostra e aveva fatto fare il primo gira anche a lei. Sapeva che con quella frase l’aveva legata a sé per sempre.

Dall’altra parte del telefono lei richiamò la sua attenzione. Con una voce dolcissima e lui sapeva quanta fatica avesse fatto per tirarla su, gli disse: ”ti auguro una buona giornata amore mio. Mi manchi”. Lui lanciò il telefono contro la parete e lo guardò andare giù, gli corse incontro andò a prenderlo, il display rotto, lui cercò i messaggi di lei, li lesse e ad ogni parola vedeva sempre meno, non per colpa del vetro rotto ma erano le sue lacrime ad impedirglielo. Guardò un messaggio in cui lei disperata gli chiedeva di non essere duro con lei, lo implorava. Alzò la testa, tirò di nuovo su col naso e sentì l’altra non c’era già più. Voleva urlare ma non poteva, la tenda ancora si muoveva e questo gli ricordò che le finestre erano aperte e che i suoi, che abitavano di sotto, avrebbero potuto sentirlo. Chiuse le finestra, guardò quel messaggio e urlò tutto il suo senso di colpa. Urlò: “l’ho rifatto ancora”. Spinse il tasto verde e le telefonò. Lei non fece in tempo a pronunciare una delle sue battute che lui gli disse con lo stesso tono di prima: “l’ho fatto. Di là, nella stanza, c’è l’altra. “L’ho fatto e rifatto ancora”. Lei non parlò, ma lui sapeva che in quel momento si stava strofinando il viso o le guance come faceva tutte le volte che si arrabbiava ed era in difficoltà. Prima di agganciare lui, con l’ultimo filo di voce e stremato, le disse: “aiutami”.

Si sedette sul pavimento, quello dove avevano fatto l’amore lui e lei senza l’altra.

Quando l’altra non c’era, quando si amavano e lui teneva fuori l’altra era tutto più bello. Lui faceva l’amore con lei in maniera diversa, la respirava, la stringeva, la cercava con lo sguardo. Faceva tutto lentamente. La aspettava, godevano insieme perché le urla di lei erano il suo vero orgasmo.

E su quel pavimento, tra quelle pareti in cui era sempre successo tutto, lui la aspettò perché lei era cosi prevedibile, aveva tolto qualunque filtro e lui conosceva ogni sua mossa. Mise su un cd del suo cantante preferito, quello live, e la aspettò.

La senti salire le scale, la sua voce inconfondibile che scambiava battute con la mamma. Sentì sua madre ridere con lei e si arrabbiò. Aprì la porta, si guardarono, lui riconobbe i suoi occhi, occhi di chi aveva pianto. Avrebbe voluto chiederle se lo avesse fatto, non glielo chiese. Non era importante lei ora, ma lui e la sua confessione e lui che si sentiva onnipotente. Lei si sedette sul divano e lo guardò gli disse che non sapeva cosa fare, che non sapeva gestire la situazione. Che sicuramente era colpa sua e non di lui. Lui si girò di spalle, non voleva vederla. Lei guardava le sue spalle e riconosceva quelle del suo uomo, sapeva che in qualche parte c’erano le sue mani, e il suo respiro quando ansimava su di lui. Quelle spalle grazie alle quali spesso aveva pensato di sentirsi al sicuro. Guardò i suoi capelli un po’cresciuti come piacevano a lei e riconobbe che lui sarebbe stato suo, ma non per sempre. Lui si girò di scatto e gli urlò tutta la sua rabbia contro, gli disse che era colpa sua se lui era stato con l’altra. Urlava e godeva di quelle urla. Aveva sentito la campana che avvertiva che il luna park fosse aperto, che la giostra era in funzione, la trascinò con sé in quella più pericolosa, senza protezione. Doveva spaventarla e poi lasciarla lì. La voce diventava sempre più grossa e lei sempre più piccola.

L’altra che coraggio gli aveva dato!

Il suo sorriso sfacciato e strafottente le ricordarono tutte le volte che lui voleva farla sentire piccola e di tutte le volte in cui c’era riuscito. Le urlava che domani sarebbe passato tutto e lei si ricordò che domani aveva maledettamente bisogno di lui.

Si sentì anche lei al luna park, ma nella casa degli specchi. Vedeva un’altra se stessa immobile, non si piaceva, abbassava lo sguardo perché lei riflessa nello specchio era la cosa più brutta potesse aver visto. Lei così insicura e trascurata, lei che per la prima volta aveva incontrato il suo sguardo e si era accorta fosse davvero triste. Capì d’un tratto doveva trovare un’uscita, la trovò. Allungò la mano per prendere lui e portarlo fuori dal luna park. Lo guardò un’ultima volta, incrociò un altro specchio e vide la loro immagine riflessa e lui che andava via.

Si alzò dal divano, andò incontro a lui che ancora si agitava e sbraitava. Gli corse incontro e lo strinse forte, lui si dimenava voleva liberarsi di quell’abbraccio, di quell’amore che ancora lei gli dava e che lui respingeva. Si dimenava e urlava: “è colpa tua. Di te che non sai dosare un cazzo, nemmeno l’amore che devi darmi”. Lei lasciò la presa, tanto era consapevole lui l'avrebbe avuto sempre addosso così anche le loro storia.

Gli occhi pieni di lacrime lo guardarono. Si ricordò che da una parte, forse su un muro, aveva letto la frase: il problema sono gli occhi. Quanto era vero! Gli occhi erano l’ago della bilancia del loro amore. si guardavano per un attimo anche per mandarsi a cagare. Gli occhi che si cercavano quando non sapevano ancora di amarsi, quell’attimo in cui si guardavano dopo aver fatto l’amore. Si guardavano negli occhi e le pupille non riuscivano a star ferme perché non volevano perdersi nulla l’una dell’altro. Gli occhi di lei su di lui mentre di notte si svegliava di proposito per guardarlo dormire.

Il suo cantante preferito intonava: “e vivrò tutto il giorno per vederti andar via”. Si girò e andò via sapendo che avrebbe vissuto ogni giorno come diceva la canzone. Il silenzio di quella casa faceva sentire solo i passi di lei che andavano via. Passò accanto alla camera dove c’era appena stata l’altra. Tornò indietro. Volle andare a vedere, sentiva lui che piangeva. Entrò nella camera e c’erano tracce di lei: una carta di credito, per tagliarla meglio, una banconota arrotolata e tutto pulito, l’altra non c’era. Lui non ne avrebbe lasciato nemmeno un granello, era preziosa l’altra, la cocaina.

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