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Una storia di GianlucaDiMatola

Alfredo

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Pubblicato il 19 marzo 2018 in Altro

Tags: Alfredo bambino giradischi handicap

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Alfredo era nato troppo presto. Fin da quando sua madre lo tratteneva al caldo del ventre quel ragazzino aveva dimostrato una fretta incontenibile. Nove mesi rappresentavano un tempo d’attesa che non poteva assolutamente reggere. Allora decise che al sesto e qualche giorno in più il liquido amniotico e la placenta rappresentavano uno spazio stretto e scomodo per la sua indole.

Dopo circa dodici ore di travaglio, quando Alfredo venne tirato fuori col forcipe dall’ostetrica, un’infermiera lo trasferì direttamente in un’altra stanza. Una adiacente alla sala parto. Margherita se ne stava ancora sul lettino operatorio. Gambe aperte e seno scoperto. Solo Dio sapeva quanto avrebbe voluto tenerlo lì, sul torace, accanto ai suoi capezzoli. Il calore del suo corpicino sporco di sangue che l’avrebbe fatta sentire finalmente madre era il suo unico desiderio.

Invece glielo fecero vedere soltanto due giorni dopo. “Ha respirato in ritardo” disse il dottorone. “Forse resterà handicappato. Ma chi lo può dire. Bisogna aspettare che cresca”. Lo comunicò così, con una gomma da masticare in bocca, mentre leggeva la cartella clinica della paziente sul lettino accanto a quello di Margherita. Tanto mica era figlio suo. ‘Sti cazzi.

In effetti il piccolo Alfredo qualche problemino iniziò subito a manifestarlo. A pochi mesi il suo braccio destro sembrava la coda di un cavallo priva di movimenti volontari. Margherita glielo alzava in continuazione, cercava di tenerglielo su mentre giocavano a farfalline colorate. Ma l’arto, non appena lei lo mollava, cadeva come un oggetto inanimato.

Poi venne il problema delle gambe e della parola. Alfredo si trascinava la gamba destra ed un discorso completo, senza pause eccessivamente logoranti, non lo completò mai prima dei sei anni.

A dodici anni, non appena metteva la testa fuori dall’interno trentasei del sesto piano, i suoi coetanei lo apostrofavano "budino". Budino perché i suoi movimenti dinoccolati, acquosi, si avvicinavano molto a quelli del dolce molliccio quando qualcuno lo scuoteva.

Eppure Alfredo non ne soffriva. Le offese sembravano non sfiorarlo. Sì, era stato bravo a costruirsi uno scudo contro gli sguardi e le vocine che gli schiaffavano in faccia o che gli sussurravano alle spalle.

Festeggiati i tredici anni, tra i corridoi dell’Hotel House non c’era nessuno che potesse sottometterlo. Alfredo non temeva neppure gli scontri fisici, anche se ne sarebbe uscito evidentemente a pezzi. “Non tengo paura nemmeno della morte” rispondeva a chi lo sfidava.

Se qualcuno gli urtava i nervi, e capitava spesso, Alfredo sfoderava quella cadenza napoletana che gli era stata inculcata dai suoi genitori, emigrati a Porto Recanati nei primi anni settanta.

A chi tentava di umiliarlo sull'handicap o sulla meridionalità della sua famiglia, Alfredo aveva inventato un metodo tutto suo per svicolare a testa alta pure da questi vili agguati. “Io mi chiavo le vostre madri e le vostre sorelle” diceva. Ma gli altri rispondevano che lui era soltanto un handicappato di merda e che non era buono a fare nulla. Figuriamoci a scoparsi qualcuna.

Per questo, Alfredo, sorridente manco avesse vinto una bicicletta rossa, si apriva la patta dei pantaloni e tirava fuori il suo enorme cazzo. Sì! Alfredo era dotato di un cazzo davvero grosso. E non era tanto la lunghezza ad impressionare chi lo guardava, ma quanto fosse dannatamente doppio in circonferenza. Così, con l’arnese ben saldo tra le mani, Alfredo iniziava a masturbarsi e ad ansimare i nomi delle madri e delle sorelle di chi aveva di fronte.

A pensarci bene era un comportamento che andava oltre l'assurdo, tuttavia quella tattica da pervertito spiazzava tutti quanti. Era come vincere una guerra giustiziando perfino i prigionieri.

Nelle giornate in cui Alfredo si sentiva stanco per via dei dolori alle ossa ed era costretto a starsene in casa, Margherita gli cucinava le melanzane imbottite di salame e di formaggio piccante. Solo a sentire nelle narici il profumo dell’uovo fritto e della farina in cui si impanavano le melanzane, il ragazzino impazziva. A quel punto, rimanere in casa, non era affatto un sacrificio.

Per ammazzare il tempo, la televisione era poco gradita da tutti i membri della famiglia Rezzuto, Margherita apriva il mobile dove conservava tutti i suoi vinili e fingeva di sceglierne uno. Esatto. Era un vero e proprio rituale. Una sciocca pantomima. Tanto la sua scelta sarebbe caduta come al solito su un vecchio album di Caterina Caselli del 1966. Il titolo era Cento giorni.

Perché per te questa vita è un girotondo

che abbraccia tutto il mondo, lo so,

ed invece la corsa della vita

per me si è già fermata negli occhi tuoi.

Io ti amo, io ti amo,

più della vita, lo sai.

Per cento giorni, per cento anni,

non finirò di amarti mai.

non finirò di amarti mai.

L’avrebbero cantata a squarciagola. Alfredo dal divano. Margherita dalla cucina.

Anno dopo anno l’Hotel House cadeva a pezzi. Intonaci. Tubature. Solai infiltrati dalla pioggia. Insomma, gli interventi di manutenzione si moltiplicavano e le spese non finivano mai. Alfredo necessitava di parecchie cure: le scarpe ortopediche, il bustino che gli reggeva la colonna vertebrale, le lezioni private dalla maestra che gli insegnava la dizione. Tommaso, suo padre, con un buon lavoro da impiegato all’Inps, per sostenere tutte quelle voci in passivo sul bilancio domestico era arrivato a vendersi finanche la macchina, poi l’oro accumulato tra il matrimonio ed il battesimo di Alfredo.

Una mattina d’aprile, la pioggia era sottile che neanche bagnava, la scuola chiuse in anticipo le lezioni per un problema relativo ai bagni. Alfredo si avviò piano piano a piedi perché nessuno aveva voluto dargli un passaggio. Ci mise un po’, una mezz’ora, ma alla fine, nonostante la camicia zuppa di sudore e le fitte alla schiena, riuscì a salire i sei piani che lo portavano a casa.

A metà corridoio, a pochi passi dall’interno trentasei, Alfredo udì chiaramente provenire dall’interno di casa sua la voce di Margherita. Non parlava. Non faceva neppure un discorso. Era una specie di affanno. Uno strano rantolio. Ma non di sofferenza. Bensì di piacere.

Il ragazzino riconobbe quel verso. Non gli era sconosciuto. Un paio di volte aveva maneggiato quelle VHS dove le donne facevano sesso in maniera piuttosto esplicita. I loro gemiti erano identici a quelli che il suo orecchio attaccato alla porta stava appena ascoltando.

Il sangue che scorreva nelle vene di Alfredo si fece denso e rallentò di colpo la sua corsa verso il cuore. Il turno di lavoro di suo padre finiva alle quindici e trenta. L’orologio che portava sul polso segnava le dodici e trenta. Forse era rientrato in anticipo come era capitato a lui? Impossibile. In dieci anni non si era mai verificato.

Certo, lui in tasca aveva le chiavi di casa. Poteva usarle ed entrare. Ma non lo fece. Alfredo andò a sedersi in un angolo lontano del corridoio e si mise in attesa. Soltanto venti minuti dopo la porta del suo appartamento si aprì e ne venne fuori un uomo. Era ben vestito. Quando la porta si richiuse alle sue spalle si stava ancora sistemando la camicia nei pantaloni.

Fece trascorrere altri dieci minuti. Dopodiché Alfredo bussò al campanello e Margherita gli aprì. Il comportamento di sua madre era esattamente lo stesso di tutti i giorni. Né una sfumatura in più. Né una sfumatura in meno. “Vatti a lavare le mani. È quasi pronto in tavola” gli comandò. Alfredo fece esattamente come gli era stato chiesto.

All’uscita del bagno, con le mani ancora umide, gettò un occhio all’interno della camera da letto. Le lenzuola erano disfatte. Strano, pensò. Insolito per una fissata dell’ordine. Poi, prima di tornarsene in cucina, gli occhi si spostarono sul comodino di sua madre. Su quelle due banconote da cinque mila lire sistemate accanto ad un bicchiere d’acqua.

Ad Alfredo si spense l’appetito. La bocca gli diventò amara e secca tutta d'un colpo. Senza avvisare uscì di nuovo sul pianerottolo. Mise il culo sul primo gradino della scalinata che portava ai piani inferiori e, schiacciandosi le palme delle mani sulle orecchie, iniziò a cantare:

Perché per te questa vita è un girotondo

che abbraccia tutto il mondo, lo so,

ed invece la corsa della vita

per me si è già fermata negli occhi tuoi.

Io ti amo, io ti amo, più della vita, lo sai.

Per cento giorni, per cento anni,

non finirò di amarti mai.

non finirò di amarti mai.

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