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Una storia di Ivanbavuso74

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Poesie in soffitta

La generosità di chi scrive buoni libri

Pubblicato il 09 dicembre 2016

Le tegole del tetto sono rotte e quando piove l’acqua cola dal soffitto da tutte le parti. A nulla servono vasi e vasini a raccoglierla sul pavimento. Non sono sufficienti. La pioggia s’infila fra gli spiragli e dilaga nella soffitta fredda e cattiva, senza curarsi di risparmiare la miseria del disperato.

I poeti vivono nelle mansarde sudice curando di porre attenzione solo alle parole che scrivono. Il più delle volte, se ancora non sono riconosciuti per le strade, nelle librerie, o nei più noti circoli culturali, la Povertà diviene loro inseparabile compagna.

Di questa condizione, al limite del sopportabile, Tita, che è poeta e filosofo insieme, non sembra curarsene. Lascia che sia.

Ogni giorno sempre più indolente, ravvolto nel suo logoro pastrano, con alle mani guanti tagliati in punta di dita, fa scivolare veloce la penna sui fogli che ha appoggiato sul piano di una cartelletta che tiene sulle ginocchia. Un lume di candela balugina sulle righe che ha appena scritto: il filo di luce le stringe in un abbraccio fioco di chiaroscuro.

Tita, il poeta, ha la schiena storta a furia di tenerla contro una metà del materasso poggiato contro la parete umida. L’altra metà ospita il suo sedere infreddolito.

Oggi non ha mangiato niente.

Forse mangerà domani. Si prenderà una pausa e uscirà dal suo tugurio per andare in qualche mensa dei poveri. Tita sa che deve mangiare per non indebolirsi troppo e aggravare il suo stato già abbastanza pietoso, non riuscirebbe altrimenti a portare a termine il suo lavoro. Capita, però, che si dimentichi spesso di questo insignificante particolare, e così si consuma insieme a quei mozziconi di cero che recupera nella chiesa di San Giovanni. In simili circostanze, la Provvidenza, se ancora non ha deciso del destino del miserabile, gli manda un aiuto inaspettato; può succedere che qualche altro disperato come lui, non vedendolo, si decida di andare a trovarlo e allora gli porta qualche tozzo di pane raffermo e una crosta di formaggio.

O Tita come ti sei ridotto. Ma che ci fai tutto solo? Eri così allegro e bello un tempo!

È la voce di sua madre a dire queste cose. Si è piazzata davanti a lui e lo fissa compassionevole, con gli occhi di una madre che commisera un figlio caduto in disgrazia.

La madre di Tita è morta, ma dal giorno del trapasso non ha mai voluto abbandonare il suo ragazzo. Tita non può vederla né sentirla, anche se misteriosamente, in qualche modo, ne percepisce la presenza, e i due dialogano:

Conosci la generosità dei libri?

Come dici figlio mio?

Conosci qualcuno più generoso di un autore che ha scritto un buon libro?

Non capisco cosa tu voglia dire!

Non fa niente mamma. Ti voglio bene.

Anch’io caro. Anch’io ti voglio bene.

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