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Una storia di TurelCaccese

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CRIATURE: We Have Assumed Control (9/9)

9/9: Mêlée Island (ft. Carmela Zarrillo)

Pubblicato il 17 luglio 2017

Otis non disse nulla per tutto il viaggio. Lo stereo nella macchina di Antonio era spento. Più si allontanavano dalla strada, meno lampioni illuminavano il sentiero, fino a raggiungere l'oscurità più totale. Solo i fari alti del''auto spezzavano le tenebre. Otis era stanco, confuso e nella sua mente tutto risultava una menzogna. I suoi ricordi e le sue fantasie viaggiavano in maniera univoca come i sensi di un sinestetico. Per chi non ha mai letto o sentito questa parola, è giusto cercare di definire la sinestesia in un modo non molto preciso, ma sicuramente alquanto facile da capire: Guardate il palmo della vostra mano, aprite tutte le dita, immaginate che ogni dito sia un vostro senso. Ora provate a chiudere solo il mignolo. Se non ci siete riusciti a chiudere un solo dito in maniera spontanea, allora avete una mezza idea di cosa sia la sinestesia. I ricordi e l'immaginazione di Oto sono il mignolo e l'anulare della vostra mano. Per quanto tutto questo aveva portato Otis, come detto in precedenza, a diverse visite da un terapista, non amava molto parlare della cosa. Aveva paura che le persone avrebbe cominciato a guardarlo in maniera diversa. Antonio era uno dei tanti che non conosceva questo aspetto di Otis. Entrambi si erano conosciuti qualche anno prima per dei seminari storici, poi si erano visti molto più spesso quando Oto e Rachele avevano cominciato a frequentarsi. Rachele abitava in uno dei paesi là attorno e spesso per venirsi incontro e risparmiare benzina si incontrava in uno dei tanti paesi nel mezzo di questa distanza. Era da un po' di tempo che Otis e Antonio avevano perso i contatti. Otis, dopo aver scritto diversi articoli senza venir pagato, aveva cancellato quasi tutti i suoi account social, lasciando solo le app di messaggistica istantanea. Questo era uno dei motivi per cui non era più molto informato su fatti, avvenimenti e persone. Otis era in silenzio mentre la sua testa continuava a generare continuamente immagini. Arrivati al punto della strada in cui Otis aveva lasciato la sua autovettura quella mattina, Antonio fermò la macchina, tirò su il freno a mano ed interruppe il silenzio.

- Allora Oto, te la senti di guidare fino a casa mia? Ho mandato un messaggio a mia moglie, ha già preparato la stanza degli ospiti. Lei ha tutta la documentazione, puoi rimanere da me, ci ceniamo qualcosa e poi possiamo dare un occhiata. Domani mattina io dovrò tornare al museo, ma tu puoi cominciare a fare delle ricerche.

Otis non rispose a voce, si limitò a fare un cenno con la testa. Aprì lo sportello e si avvicinò alla sua macchina, poi si girò e disse all'amico:

- Parto fra 5 minuti, voglio un attimo controllare una cosa in macchina.

- Vuoi che ti aspetto?

- No vai, ti raggiungo subito, ricordo la strada di casa tua.

- A fra poco allora.

Antonio, un po' intimorito, decise di rispettare la volontà del ragazzo e ripartì. Oto accese i fari della sua auto per non rimanere nel buio più totale e riscese dall'auto. Prese il tabacco e si rotolò una sigaretta. La mise fuoco e fece un profondissimo respiro. I fari illuminavano la zona boscosa che aveva attraversato quella stessa mattina con Michel… no. Forse non era andata così. Otis chiuse gli occhi, respirò ancora e poi, in maniera del tutto istintiva, tirò un calciò ad una delle ruote dell'auto, poi un altro e ancora un altro. Gridò mentre calci e pugni al tettuccio si alternavano furiosamente. Otis mentre colpiva l'auto non riusciva ancora a percepire dolore. Sentiva solo una rabbia crescente dentro di sé e quel modo di reagire sembrava la soluzione più logica per far si che la rabbia, trovasse pace. Un colpo, un altro, un altro ancora. Quando qualche minuto dopo si placò sulla sue mani era rimasto solo un po' di sangue ma si sentì molto meglio. Aprì quindi il bagagliaio dell'auto e ci appoggiò lo zaino. Poi prese la tenda e… qualcosa. Qualcosa si mosse tra le foglie. I fari accesi puntavano su quella strana figura. Otis guardò gli occhi di quella creatura brillare, e cercò di focalizzare. Doveva per forza essere una volpe, ma le volpi scappano. Quella creatura stava fissando Otis nascosta tra i cespugli. Forse era un cane, un gatto… ma i cani e i gatti non stanno in piedi. No. Quello che Otis aveva di fronte era un bambino con un grembiule blu. Il ragazzino cominciò a correre. Oto prese la tenda e cominciò ad inseguirlo. Si buttò in mezzo agli alberi, accese la torcia del suo telefono e cercò di raggiungere il ragazzino. Si buttò in un oscuro sentiero, riconobbe una grossa roccia.

"La verità che nessuno vuole sapere… loro si sono ripresi il proprio nome… ed è colpa loro se i bambini sono spariti!"

Sentì il suono delle foglie muoversi. Nonostante qualche titubanza sulla strada da seguire, Otis proseguì in un piccolo e breve sentiero piano, dove il terreno sembrava più percorribile. Forse fu per una mancanza di ossigeno o semplicemente per via di come le ombre stavano cominciano a coprire la luce della luna ma Otis provò un senso di Deja Vù. Tutto ciò che stava facendo, tutto il percorso che stava esplorando, sembrava un percorso già battuto in passato.

Era lo stesso identico percorso che aveva fatto cercando di raggiungere Michele nei boschi. Camminò ancora fino a quella pietra dove aveva trovato il suo amico ad aspettarlo. Ma questa volta era troppo buio per guardarsi intorno e cercare Michele. Respirò. Cercò di ascoltare il movimento di qualche ramo o delle foglie per capire dove muoversi. Porse l'orecchio, il suono del vento tra gli alberi in quel determinato punto fischiava più che a San Cupo. Ma non era l'unico suono che riuscì a definire. C'era qualcos'altro a qualche centinaio di metri da lui.

Un lieve ronzio. Un lieve ronzio elettrico non molto distante. Otis puntò verso quella direzione. Non era la via intrapresa quella stessa mattina, anzi, il suono proveniva da una zona per nulla accessibile, ricoperta di rami secchi. Otis si avvicinò con cautela mentre notò che il terriccio sotto i suoi piedi diventava sempre più molle. Iniziò quindi a camminare con più cautela seguendo il ronzio elettrico. Passò su alcuni rami e con l'unica mano che aveva libera, spostò vari legnetti spezzati per farsi strada. Il suono cominciava ad essere sempre più forte ma non riusciva a capire dove potesse sbucare. Con la poca luce emanata dal telefono, trovò una piccola insenatura tra le rocce ed i rami, un piccolo tunnel. Lasciò la tenda che si era messo a tracolla e ci infilò la testa. Con non poche difficoltà riuscì a passare. Otis aveva di fronte un piccolo tunnel. L'insenatura cilindrica era cosparse di foglie terriccio e… falene morte. Otis proseguì cercando di raggiungere il suono. Dopo qualche decina di metri sbucò da qualche parte. Otis cominciò a far passare un braccio e la testa nell'insenatura ma nel fare questo, fece cadere il telefono. Otis non riusciva a vedere nulla al di fuori della proiezione della luce del telefono ma dai quei due metri di illuminazione aveva capito che si era intrufolato in una strana stanza rurale. C'era della pavimentazione, forse del cemento o delle mattonelle. E quel ronzio… quel ronzio proveniva da lì. Ma non c'era modo di vedere di cosa si trattasse. Otis bloccò il respiro quando vide un paio di gambe mettersi sotto la luce del telefono. Poi se ne aggiunsero un altro paio, poi altre ancora. Qualcuno raccolse il telefono e puntò la luce su di Oto che era rimasto immobilizzato in quel tunnel. Otis guardò per pochi istanti chi aveva di fronte ma rimase inorridito e ripugnante. Cercò di uscire da quel tubo stretto in cui era incastrato. Ma non c'era modo di liberarsi. Otis guardò quelle figure di fronte a lui… dieci, venti, forse trenta bambini lo stavano guardando. Erano sporchi, i loro grembiuli pieni di terra, sudici e la loro pelle era così… strana. Era qualcosa di nauseante, qualcosa che stava spaventando a morte Oto. La loro pelle raggrinzita… non poteva essere possibile… e quegli occhi… dove aveva già visto quegli occhi? No. Forse era tutto uno scherzo, era tutto un incubo. Non poteva essere possibile. Con la poca luce che c'era non riusciva a guardare bene. Ed il terrore che stava provando non aiutò a focalizzare meglio. Otis tirò fuori un grido di terrore e sgomento ma a parte le creature che aveva di fronte, nessun' altro riuscì a sentirlo.

La troupe della RAI aveva abbastanza materiale quel giorno. C'era stato modo di intervistare diverse persone a San Cupo. La maggior parte erano anziani, qualche giovane e un paio di operai che si trovavano a lavorare ad un cantiere a pochi passi dal centro del paese. Il sindaco Zaccaria Lo Conte aveva fatto un intervista brevissima perché gli attendevano altre tre ospitate in diretta per "Mediaset" e "Sky". Il totale del girato erano di un paio d'ore e tutto era stato salvato in delle schede Micro SD.

Uno dei Cameraman si rivolse al giornalista che conduceva le interviste.

- Ah Claudio, per oggi semo apposto, non ci serve altro materiale, annamo a magnà qualcosa che qua in zona le trattorie so una mejo dell'altra!

Il reporter acconsentì anche perché erano già le due di pomeriggio. Entrambi si diressero verso il loro furgone ma mentre passarono per un vicolo, videro una vecchia signora sull'uscio di una casa che li guardava e rideva. Il reporter rimase incuriosito.

- Aspetta Franco, facciamo una domanda alla signora che ride, magari ci esce qualcosa di diverso dalle solite risposte.

- Se vabbeh però famo in fretta che c'ho fame!

Il reporter si avvicinò alla signora, il cameraman stava rimettendo mani alla telecamera:

- Salve signora siamo della RAI, vorremo farle due domande sui bambini, "li criature"…

La signora con un affabile sorriso cominciò subito a parlare:

Li criature prima nascevunu cu l’uocchi chiusi. Accussi dicevnu! Era alluero ma no come penza mo’ la gente! Che facevano queddre criature? Meh! Criscevunu nu poco a tipu ‘nnimalucci, nisciuno li cacava. Sevna sta cittu ‘nneuna risponne, naevna sente niente picché si diceva ca “chi si metteva cu li criature, la matina su truvava cacato!”

Se si raciniava di cose sconce dicevunu: “Cittu ca ci stanno li gghiurecche sorde”. Però la sera, ‘nfaccia lu ffuoco, s’accuntavnu tanta cunti di spiriti, janare, lupi pumpinari, di santi miraculi di la terra, di la mal’annata, di li trezze a la criniera di li cavalli, si mischiava tutt’ cose e si ievnu a colica cu na’ paura ‘nguollo!

Però era bello sente tanti cunti, quelle ernu le favole! S’accuntava la vita di criature cchiù sfortunate, andò ci steva probbio assai miseria o assai che ffa, ievna a fatià. ‘Nun gghievunu a la scola, evna vardà l’animal, l’evna pulizzà, cambià e darl’ a magnà. A’ mongerle, li figlie femmine ‘cchiu grosse evna fa da mamme a li tanti frat’ e sore ‘cchiu piccoli. Li ‘bbidiv a sei, sett’anni già com’ à femmin’ fatte cu na morra di criature appriessu! ‘Ndannu di figli si ni facevano assaie! Ci steva puru lu premiu pi li famiglie numerose. A ‘bbote si li femmine tenevnu assai latte, si ievnu a piglià li criature a la “Rota” pi l’allattà, ca devnu puru cinqu lire! Ate mammme allattavnu li criature di li mamme ca n’tenevanu lattu e divintavnu mammure di lattu di li figli di ate femmine e li criature diventavanu frati e sore di lattu e la famiglia cresceva ancora di cchiu’! Chi ieva a la scola ‘mmece, ieva a mineva sulu e a appiede, si steva luntanu cu ‘ati uangliuncilli e figliuncelle. Certe vote ievnu scauzi pi nzi lurcià li scarpe, tantu era sulu nu’ paru. Sinnò le maestre (cert’ maestre) ci diceunu: “CAFUNI e LURCI”. Po’ ci ni stevinu certe ca devnu tanta cignate, mittevnu ‘ngastigo cu li ciciri sott’à li ginocchie arretu a la lavagna! Li criature? Cittu! A li mammmure e a li padri non dicevnu niente sinnò avevnu lu riestu! Mo uno penza “poveri crature!“ Perciò ernu addurmuti, mo so cchiu ‘ntiligenti... ‘ndannu forze manco sunnavnu! Nnea alluero! ‘Ndannu ammaturavano prima, la megliu maestra era la vita e sunnavnu cchiù di mo, picchè ntinevnu niente! Però quant’era bellu quann’era festa, era festa pi ruossi, picculi e mezzani! Tutt’anziemu! Lu muzziciellu bbuono, lu vinu, lu ruganetto, li sturnellate e zumbittiamenti pi chi ‘nsapeva abballà. Tarantelle, mbriachia, ammiccamenti e puru quacche mal’ parola! Sunnavnu, sunnavnu eccome! Sacciu lu cuntu di na figliulella ca s chiamava Melina ca vuleva esse vientu, no COME a lu vientu, ma probbio VULEVA ESSE VIENTO! ‘Nci stevnu pazziarelle o ate diavularie com’ a mo’ e quannu steva sola pinzava. Era ‘cchiu fortunata di late criature ca a l’età soia già fatiavnu ‘nda la terra! Picchè sì, ndannu li figli si facevnu PURU pi aiutà a fatià! Sta creatura era quattr’ossera ‘mpalate, purtava sempre na maglitella tutta stintinnata ma era curiosa com’à na scimmia! Sta caspita di figliulella addummanava sempe a la mamma

“chi puteva firmà lu vientu?” e quannu la mamma li risponneva: “Li muntagne”, essa ‘nci crideva! Aspittava com’à na razzia ca lu vientu si faceva vidè. Lu ieva sulu acchiappannu! E... ‘quannu viento arrivava, che ti cumbinava! Quannu lu grano, cu lu vientu, si cunniliava com à nu maru, ci si minava dinta e bbideva lu maru ca ‘nnera mai vistu! Quannu steva malinconica cercava lu vientu pi si fa accarizzà picchè a quiddri tiempi li carezze ‘nsausavavno! Le mammure dicevnu ca li figli si vasinu quannu duorminu!

Quanno po’ lu vientu era forte e si purtava lu munnu pi ‘nnanze, ‘ndannu era lu mumentu ca pur’essa cacciava fore tutta la raggia ca teneva ‘nguorpo e lu vientu la capeva e l’aiutava, picchè spaccava, rumpeva, spizzava probbito come vuleva fa essa, MADONNA CHE PASSIONE pi lu vientu! A quiddri tiempi, quari nonnarelle e bacini! Tuttu era tuosto com’à lu ‘ppane. Certe volte, seva coce o seva ‘nfosse pi si lu magnà. Nunn’era cchiu lu pane tuosto ma “pane cuotto cu lu putresino, l’aglitello e l’oglio o acqua e sale cu l’ezeuna e l’uoglio”. Com’era bbuono! Picchè li mammure nun tinennu nient’ato, lu cunzavno cu l’AMORE.

Quannu Melina si ieva a colica e lu vientu d’afore friscava, ci diceva: “Portmi cu tte!” E nda lu suonnu girava lu munnu sanu, ‘nzieme a isso! Mo com’ea come nunn’ea, ha successo ca quannu ha fatto rossa e ha potuto girà nu poco lu ‘munnu, nda cierti posti come lu Marocco o la Turchia, ha dittu: Jo qua’ ciagghiu già statu!

Il reporter la guardò stupefatto, senza aver capito gran parte di quello che la signora avesse detto. Non ebbe nemmeno il coraggio di interromperla. Il Cameraman invece, non riuscendo a trovare le schede SD che aveva già messo da parte, solo ora aveva finito di montare la telecamera.

- Ok, semo pronti!

- Signora, puoi gentilmente ripetere quello che ha detto?.

La signora continuò a ridere e lentamente se ne tornò dentro l'abitazione lasciando entrambi senza parole.

illustrazione: Ruben Curto (Storie e merd)

WE HAVE ASSUMED CONTROL

(Leggi tutti gli altri capitoli)

i. Attention to All Planets of the Solar Federation...

ii. #SanCupo

iii. By The numbers

iv. コモレビ / アスパラゴ

v. ontwaken

vi. OBEY

vii. Vermillioncore

viii. Ignis Fatuus

ix. Mêlée Island

Messaggio dell'autore:

Ciao sono il Turello. Seguite Criature su Facebook o su Twitter e fateci sapere se la storia vi è piaciuta. Ancor meglio se ne parlate in giro o sui social che così magari verrà fatta anche la seconda stagione. Del tipo potete vantarvi con un amico che conoscete una serie che lui non ha ancora visto (o meglio letto) e fare cose del tipo:

- Oh ma l'hai vista Criature?

- No, ma la trovo in Streaming?

- Si.

Potete anche taggarmi su facebook ma non vi rispondo perchè non lo uso. Su twitter e Istagram invece rispondo. Potete anche scrivermi via mail (turel@hotmail.it) se avete domande del tipo "Hai un sito internet?" oppure "Ma che razza di finale è questo?" Rispondo sempre con modi buffi.

Grazie a tutti per aver letto questa storia.

Andrea Turel Caccese in una foto a bassa risoluzione

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