scrivi

Una storia di NikRebirthRogliero

5

Nick Black

E LA MASCHERA D'ARGENTO

Pubblicato il 21 dicembre 2016

A mamma,

che mi sopporta e sorride

CAPITOLO 1

IL GUASTAFESTE

Era una giornata qualunque, quella del 7 settembre 2010 e, come tutte le mattine, la signora Lazzari cominciò a brontolare, mentre con una vecchia scopa lucidava il suo vialetto.

Era la direttrice del Covacciolo, un piccolo orfanotrofio situato su un’isola del Mediterraneo nel Sud Italia. Una donna anziana, molto magra e con i capelli bianchi arruffati, il che non era affatto strano, giacché dedicava la maggior parte del suo tempo alle faccende domestiche anziché alla cura della propria persona.

Il suo più grande vanto era quello di avere la capacità di commerciare qualunque oggetto le capitasse fra le mani per trarne un guadagno, cosa che in maniera evidente le riusciva piuttosto bene, infatti, “a sua modesta opinione”, riusciva inequivocabilmente a fare lo stesso con tutti gli ospiti del suo umile orfanotrofio.

Era molto facile riconoscerla nei piccoli mercatini del paese, non di certo per i suoi capelli bianchi arruffati e nemmeno per il suo modo fiero e disinvolto di indossare una vestaglia color prugna in pendant con una borsetta a fiorellini blu. La cosa che più la distingueva da tutti, e che la rendeva unica, era il suo modo di ostentare una serie di oggetti, talmente sfarzosi da farla sembrare una vecchia principessa zitella caduta in rovina, forse era per quello che tutti la soprannominavano “Madame Tristesse”.

Non esisteva mercante, banchiere o marinaio della città che non conoscesse le folli gesta di Madame Tristesse.

Quell’estate, infatti, doveva essere abbastanza euforica. Passava le sue giornate a vantarsi con tutti di come fosse riuscita a far adottare gli ultimi tre bambini del suo orfanotrofio ai Mcallister – una famiglia di ricchi imprenditori Americani – e di come questa operazione le avrebbe assicurato gli ultimi anni della sua vita arricchendola di sfarzo. Tutti i pomeriggi, dopo le faccende domestiche, era solita recarsi in paese per acquistare qualcosa per cena. Gironzolava di negozio in negozio, origliando pettegolezzi e introducendosi in discorsi di gente che, a volte, a stento conosceva.

«Con la mia pensione potrò finalmente comprarmi un’auto fucsia fiammante» disse impettita al lattaio Giovanni.

«Sa, mia cara signora, bisogna avere fiuto per certi affari, mi spiego?» bofonchiò in presenza della signora Ilde in una pasticceria.

«In soli tre mesi sono riuscita a comprarmi un orologio da tasca, due collane di perle e tre visoni» continuò sussurrando fiera, facendole storcere più volte il naso. Poi, come ogni sera, prima di rientrare a casa, concluse il suo giro da Jimmy, il proprietario di una piccola enoteca nei pressi del porticciolo; fu lì che la signora Lazzari, dopo aver degustato qualche buon bicchiere di vino rosso, diede tutto il meglio di sé.

«Mio caro Jimmy!» singhiozzò innalzando il calice con le guance rosse, «ho deciso, bisogna festeggiare, domani cominceremo con i preparativi. Prima della fine dell’estate organizzeremo qui la più grande festa di pensionamento della storia di questo paese.»

Da quell’istante l’estate della signora Lazzari passò senza tregua e molto più in fretta del previsto. La notizia della festa si diffuse così rapidamente che alcuni abitanti si dichiararono disposti a pagare pur di ottenere un invito. Mai come in quel momento la signora Lazzari sentì di essere ammirata e invidiata da tutti. Finché non arrivò il fatidico giorno…

Era una calma sera di un venerdì di fine estate, l’aria era afosa e un sole rosso intenso cominciava a nascondersi dietro l’orizzonte.

La signora Lazzari, dopo aver sbrigato le faccende domestiche, si recò in cucina, accese il televisore e sedette su una consunta poltrona in attesa dell’inizio di una delle sue trasmissioni preferite. Durante la pubblicità, per ingannare il tempo, prese un calice dal tavolino vicino alla poltrona e lo riempì con il vino che aveva acquistato la sera prima dall’enoteca di Jimmy. Mentre lo riempiva, la pubblicità fu interrotta bruscamente da una sigla dai toni molto più drammatici di quelli di una semplice soap opera televisiva.

«Buonasera a tutti» esordì un cronista, «interrompiamo le trasmissioni per un’edizione straordinaria del Tg8 del pomeriggio. Siamo qui per darvi una drammatica notizia che arriva direttamente da Londra. Poco fa, nelle vicinanze di Brixton, in pieno centro abitato, un intero stabile ha preso fuoco dal nulla. In diretta da Londra, la nostra inviata Cristina Green, a te la linea Cristina.»

«Grazie Giorgio, arrivano da Londra le immagini delle strade di Brixton finite sotto assedio, contemporaneamente è giunta anche la strabiliante notizia di alcune navi apparse dal nulla lungo tutto il Tamigi. Le autorità locali stanno valutando l’ipotesi che possano esserci dei collegamenti tra i due avvenimenti. Vi contatteremo appena avremo ulteriori informazioni sul caso. Cristina Green, Tg8, da Londra è tutto, linea in studio.»

Alla fine del notiziario, la signora Lazzari si ritrovò distesa pancia all’aria con la bottiglia di vino rovesciata sul pavimento.

Erano quasi le sette di pomeriggio quando aprì gli occhi e riprese conoscenza. Mentre riordinava la cucina, decise di recarsi da Jimmy, per controllare gli ultimi preparativi e magari, perché no, continuare a buttar giù qualche altro bicchierino prima dell’inizio delle danze.

Scelse uno dei suoi vestiti migliori con i merletti dal suo armadio e, per darsi un tono, indossò un’enorme collana di perle, si diede un ultimo sguardo allo specchio e uscì da casa.

Presa ancora dal luccichio delle sue perle, la signora Lazzari non si accorse dello strano silenzio che la circondava.

Solo dopo pochi isolati notò che c’era qualcosa di strano: le strade erano deserte, come se qualcuno fosse scappato via per una qualsivoglia strana ragione. Per un attimo, pensò a qualche complotto, magari escogitato dai suoi vicini pur di rovinarle la festa; quasi tutte le persiane del vicinato erano chiuse, persino le quattro “anziane pettegole brontolone” (come amava chiamarle lei), che sedevano sempre sull’uscio di casa in fondo al vicolo, sembravano essere sparite nel nulla.

Mentre girava l’angolo di una ripida strada in direzione del porto, ancora immersa nel più completo silenzio, la signora Lazzari udì alle sue spalle, in lontananza, un suono simile a quello di un’enorme carrozza. Lì per lì la cosa non sembrò preoccuparla affatto, anche se in città non se ne vedeva una da moltissimi anni. Dopo pochi metri il suono si fece più intenso, accompagnato da una serie di ripetuti e incessanti tonfi: come se qualcuno avesse perso il controllo di qualcosa di molto grosso e pesante. La signora accelerò il passo e all’improvviso fu sorpassata da un enorme gatto nero e un piccolo schnauzer che giocavano a rincorrersi su due botti di rovere, facendole rotolare giù per la strada all’impazzata. Si stropicciò gli occhi incredula, poi però pensò che si trattasse di qualche nuova trovata di qualche strambo artista circense.

Quando fu arrivata alla fine della via, tirò un sospiro di sollievo. La maggior parte dei suoi vicini era radunata nel centro della piazza del paese, così decise di raggiungerli per chiedere come mai fossero tutti lì, proprio il giorno della sua festa.

Una volta giunta a destinazione, non poté fare a meno di notare che quasi metà del paese era immobile a fissare un immenso veliero malridotto, attraccato giù al porto. Un relitto con delle grandi vele nere che aveva tutta l’aria di non portare proprio nulla di buono. La signora Lazzari non sopportava i visitatori, soprattutto se si trattava di turisti curiosi o clandestini in cerca carità. Immaginò subito che si trattasse di un nuovo modello di nave da crociera o, peggio ancora, di qualche contrabbandiere di quelli di cui tanto si sentiva parlare in televisione.

Mentre saliva una scalinata che portava al centro della piazza, cominciò a divenire rossa di rabbia nel constatare che le quattro anziane brontolone, sue vicine di casa, erano sedute su una piccola panchina in marmo e la fissavano sogghignando eccitate.

«Buonasera Madame, come procedono gli ultimi preparativi?» chiese una di loro, sfoderando un lieve sorriso di scherno.

«Molto bene, grazie è tutto pronto» rispose fredda la signora Lazzari. «Spero non vi sentiate offese, ma ho ritenuto inappropriato coinvolgervi in un evento cosi tanto mondano… sapete, alla vostra età…»

Le donne ebbero come un piccolo tuffo al cuore, e per l’invidia si voltarono, continuando a confabulare tra loro. Era tutto alquanto strano: quartieri deserti, gente curiosa, in estasi nel vedere un veliero, un gatto e un cane che correvano su due barili… era davvero troppo! La signora Lazzari, continuò a credere che tutto fosse un complotto contro di lei, poi però pensò che poteva trattarsi soltanto della sua immaginazione.

Alcuni minuti più tardi, si accorse che il sole era quasi tramontato, così decise di recarsi in fretta da Jimmy per assicurarsi che tutto fosse pronto.

Superata la piazza, costeggiò il lungomare, fino ad arrivare a un porticciolo dove era ormeggiata l’immensa nave dalle vele nere, proprio di fronte al locale di Jimmy. Sulla banchina vi erano alcune grosse botti di rovere, identiche a quelle che aveva visto sfrecciare davanti ai propri occhi poco tempo prima. Mentre tentava invano di aprire la porta d’ingresso, si accorse che dalla maniglia penzolava un cartello:

CHIUSO PER

RICORRENZE PRIVATE

FORNITORI USARE

SECONDO INGRESSO

GRAZIE

La signora Lazzari girò intorno alla locanda e si infilò in un vicolo buio e stretto. In fondo, su un barile di rovere, una candela dalla luce fioca faceva intravedere un enorme gatto nero che troneggiava come imbalsamato dinanzi a una piccola porta in legno. Più su, un vetro, decorato con un mosaico raffigurante un pirata con tre chiavi nella mano destra, permetteva di guardare all’interno. La signora Lazzari, come tutte le donne che si rispettino, decise di dare una sbirciatina, ma non appena ebbe appoggiato il viso sul vetro udì un lieve suono, simile al dlin dlon di un piccolo campanello, e la porta si aprì.

«Buonasera Madame, non l’aspettavo così presto» disse Jimmy in tono sorpreso. «Io e il nostromo stavamo giusto parlando di lei» aggiunse, afferrandole il braccio per accompagnarla fuori dal vicolo.

«Chi sono queste persone, Jimmy?» chiese lei accigliata. “Di chi è questa nave? E quel gatto? Per poco non mi investiva con una di quelle botti. Lo trovo alquanto antiquato… per non dire che ormai in città non si parla d’altro… non vorrai mica boicottarmi?» chiese paonazza.

«Madame, lei mi conosce…» esordì Jimmy, «sono un tipo alquanto originale, ho creato un tema per la sua festa, così mi sono permesso di invitare alcuni dei miei più cari amici, che si sono dimostrati gentili nel procurarmi tutto lo stretto necessario per una delle mie clienti più fidate…» concluse in tono mellifluo.

In quell’istate un enorme figura incappucciata sbucò dal vicolo, tra le braccia stringeva un piccolo schnauzer nano di colore bianco che, avvinazzato, singhiozzava con sguardo perso.

«Buonasera Madame, mi perdoni l’intromissione, non ho potuto fare a meno di ascoltare la vostra conversazione» disse l’incappucciato. «Mi presento, sono il nostromo Little Armando Dickens dell’Amianto Express, al suo servizio.» Coì dicendo, accennò un lieve inchino.

La signora Lazzari, di solito, era molto restia a fare nuove conoscenze, ma qualcosa in quell’uomo riuscì ad attirare la sua attenzione. Aveva come l’impressione di averlo già visto da qualche parte, ma com’era possibile? Non aveva mai varcato i confini del suo piccolo paese.

Subito dopo concentrò il suo sguardo sullo schnauzer, che rispose mostrando la lingua singhiozzando.

«Ah si! Quasi dimenticavo» disse Dickens, sorridendo.

«Questo è il mio fedele amico a quattro zampe, Crappa. Lui è sempre in compagnia di un gatto nero di nome Salvatore, sono inseparabili, e sempre a caccia di guai. Spero non le abbiano creato problemi. Sono un po’ vivaci, in effetti, ma sa come sono fatti gli animali, a loro piace giocare.»

«Io detesto gli animali, mio caro signor nostromo Litens… Ditens.»

«Dickens…» precisò Jimmy con aria molto divertita.

«Dickens o come diavolo si chiama» continuò paonazza la signora Lazzari, «mi ascolti bene, tenga alla larga dalla mia festa quelle orrende bestiacce, non ho intenzione di far rompere l’osso del collo a nessuno dei miei invitati… desidero che tutto sia perfetto, Jimmy. E soprattutto Non voglio i tuoi strambi amici in giro per il locale, siamo intesi?»

«Le assicuro che tutto sarà perfetto» la blandì lui, «il Nostromo Dickens stava giusto andando via, vero Armando?»

«Vero!» rispose Dickens, asciutto. «Sulla nave mi staranno aspettando da un pezzo, Madame…» Inchinò il capo. «Spero che la nostra merce le sia di gradimento. Il capitano inoltre si raccomanda di provare il nostro nuovo articolo, un prodotto davvero molto esclusivo, e nel trambusto mi rammenda anche di augurarle una buona serata…»

«Buonanotte, mastro Dickens» disse Jimmy.

«Buonanotte, Jimmy, vecchio mio, si ricordi i documenti.» Gli rivolse un ultimo sguardo amichevole e si incamminò verso la nave con Crappa, che gli si era accoccolato fra le braccia. Quando fu ben distante dalla locanda, quasi vicino alla banchina, la signora Lazzari non risparmiò i propri commenti.

«Che razza di fannullone andrebbe mai in giro conciato in quel modo…» borbottò aspramente. «Definirla nave, poi? Quella bagnarola... Amianto Express bla bla…» continuò facendogli il verso.

Jimmy si lanciò in una lunga risata. «Beh, in effetti…» disse divertito, «al primo impatto può sembrare un tipo strano, ma le assicuro che la sua merce è unica, Madame.»

«Puoi gridarlo al mondo intero, figliolo, con tutto quello che mi è costata questa storia» lo rimbeccò la signora Lazzari. «Bene allora, gli invitati saranno qui tra un’ora o due, offrigli pure quel tuo vino introvabile, io arriverò in ritardo, farò il mio ingresso trionfale finalmente…» disse in un sussurro. «Conto su di te, Jimmy!» aggiunse, e frettolosamente, si avviò verso casa.

Nelle ore che seguirono, la signora Lazzari cercò di attirare l’attenzione del vicinato, trasformando il Cavacciolo in un vero e proprio piccolo teatro. Tutte le luci dell’abitazione erano accese, a partire da quelle dell’insegna scricchiolante in giardino fino a quelle della cupa soffitta all’ultimo piano. A dimostrazione della teatralità del momento, per la prima volta dopo quasi trent’anni, le tende dello stabile erano tutte abbassate a mo’ di sipario – cosa piuttosto inusuale, dato che la signora Lazzari di solito preferiva tenerle spalancate, con la speranza di origliare o comunque avere una visuale ottimale per spiare tutto il vicinato.

Quello che all’apparenza poteva sembrare un silenzioso orfanotrofio periferico di un piccolo paesino sperduto si trasformò – almeno a detta delle quattro signore brontolone che erano lì casualmente per godersi la scena – in una sottospecie di balera.

Un impianto stereo faceva girare una vecchia musicassetta dell’opera di Turandot. L’acuto del tenore indeboliva le fragili crepe della finestra dei signori Maggi al terzo piano, e i bassi facevano tremare le persiane lungo tutto il viale.

Fu solo alla fine del primo atto, quando partì il fragoroso applauso della platea che si ebbe il vero e proprio colpo di scena.

La tenda del bagno al secondo piano si spalancò, lasciando intravedere un’orrenda figura unta di creme, sali e unguenti da bagno.

La signora Lazzari, immaginando di essere davvero dietro le quinte di uno dei palcoscenici internazionali dell’opera, si lasciò andare in una performance che suonò come la peggiore interpretazione della storia musicale di tutti i tempi.

Stonò talmente tanto che riuscì persino a convincere Billy, il cane dei poveri signori Maggi, a catapultarsi nella vasca da bagno – erano anni che la signora Maggi ci provava invano.

La signora Lazzari dapprima scimmiottò la principessa dal cuore di ghiaccio, colorandosi il volto con un fondotinta chiaro e un rossetto rosso fuoco e successivamente, immaginando di trasformarsi nella principessa falena, svolazzò per le camere da letto, provando decine di abiti sfarzosi accatastati su un piccolo letto dalle lenzuola finemente ricamate.

Quando ebbe finito di prepararsi, spalancò con orgoglio tende e finestre e, per la gioia di Billy e dei poveri signori Maggi, si diresse da Jimmy.

Appena giunta a destinazione, notò che la grande nave dalle vele nere era sparita e, felice di essersene sbarazzata, entrò nel locale. Fu accolta da decine e decine di persone che accorrevano per congratularsi. Dopo qualche fugace stretta di mano, si accorse di non conoscere nemmeno la metà degli invitati, ma non le importava, quello che per lei contava veramente era che il giorno dopo tutto il paese avrebbe parlato bene di lei e, finalmente, i suoi vicini avrebbero smesso di soprannominarla Madame Tristesse.

Tutto sembrava filare secondo i suoi piani, finché all’improvviso…

«Un brindisi per Madame Tristesse» disse uno degli invitati sconosciuti mentre si nascondeva tra folla.

La signora Lazzari divenne paonazza, lasciò cadere impietrita un calice di vino sul pavimento e scrutò tra la folla per scorgere il colpevole. Jimmy – che di solito non amava risse nel proprio bar – si catapultò raggiungendola nella mischia per cercare di rasserenarla.

Proprio allora, altre voci si unirono formando un coro.

«Alla salute di Madame Tristesse.»

Questa volta il brindisi fu seguito da un fragoroso applauso che, a giudicare dallo sguardo mellifluo della signora Lazzari, le fu particolarmente gradito.

«Visto Madame? Dopotutto Tristesse non è cosi male» disse Jimmy, porgendole un nuovo calice di vino.

La signora Lazzari, tornata del colore pallido del suo fondotinta, continuò la sua marcia trionfale, stringendo mani e origliando commenti del tipo: “Ma come avrà fatto a permettersi tutto questo con una misera pensione?”

Orgogliosa del suo operato, decise di coinvolgere Jimmy, per cercare di ottenere l’attenzione dei presenti, attraverso una delle sue stravaganti trovate.

«Jimmy, mio caro…» esordì eccitata, «abbiamo ancora quel prodotto introvabile dei tuoi amici marinai, vero?»

«Sicuro!» rispose lui, battendo con una mano su una grossa botte di rovere, «è ancora caldo, ed è tutto qui, speedrumrice con polvere magica Logan, speciale per le occasioni speciali.»

La signora Lazzari diffidava dei nuovi prodotti che non conosceva, ma era di Jimmy che si parlava, l’unico amico presente quella sera.

«Caldo?» domandò stupita.

«Sì! Caldo» rispose asciutto. «È una specialità. Mi creda, non se ne pentirà.»

Mentre preparava dei calici puliti per servire la nuova bevanda, estrasse dalla tasca un foglio e contemporaneamente scelse una penna da un barattolo sul bancone.

«Questo è un prodotto davvero particolare, Madame, deve firmarmi prima questo documento.»

«Suvvia, riserviamoci le formalità per domani, oggi è la mia festa, Jimmy, e non intendo badare a spese» rispose in tono austero la signora Lazzari, respingendo la penna con un gesto. «Ti firmerò la fattura, come sempre, domattina, non temere mio caro.»

Prese il foglio dal bancone, lo accartocciò con una mano e se lo mise in una tasca.

Un minuto dopo, pescò dal barattolo una penna, fece cenno a Jimmy di abbassare il volume della musica e prese a batterla sul calice di vino ormai vuoto. Per un attimo calò il silenzio e, quando ebbe ottenuto l’attenzione di tutti, si lanciò in un breve ma intenso discorso: «Miei cari e gentili ospiti, prima di tutto volevo ringraziarvi per avermi deliziato della vostra presenza. Vedervi qui riuniti, dopo tutti questi anni, è per me motivo di orgoglio e felicità, ed è per questo che questa sera voglio condividere qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno di voi ha mai provato prima.»

La folla eccitata cominciò ad acclamarla incuriosita.

«Questa sera» proseguì con enfasi, «proverete un nuovo prodotto, che verrà servito caldo solo per voi: lo SPITRIDE.»

Jimmy esplose in una fragorosa risata e, nascondendosi dietro al bancone, le suggerì a bassa voce: «SPEEDRUMRICE.»

La signora Lazzari lo ignorò volutamente, lanciandogli un’occhiataccia e, con aria disinvolta, aprì la valvola di sfogo della botte di rovere, che prese a gocciolare un insolito e profumato liquido caldo.

Tutti gli invitati, compresa la signora Lazzari, presero a bere la nuova bevanda e, a giudicare dalla loro espressione, non doveva dispiacergli affatto.

In quell’istate accadde qualcosa di impensabile. A uno a uno gli invitati scoppiettarono dissolvendosi nell’aria, come fossero bolle di sapone. La signora Lazzari non ebbe il tempo di stropicciarsi gli occhi che si ritrovò dritta sul viale dell’orfanotrofio, insieme a lei, ancora sveglie, le quattro brontolone sedevano davanti alle loro case. Era spaesata e, per di più, le sembrava di avere dei vuoti di memoria, come se le ultime ore fossero lontane e difficili da ricordare.

Avrebbe giurato a se stessa, inoltre, di aver sentito da lontano una delle quattro dire con voce stridula: «Gran bella festa, Madame Tristesse.»

Non appena ebbe imboccato la strada di ritorno verso casa, la prima cosa che vide – e che la turbò ancora più profondamente – fu Crappa che giocava con Salvatore, si rincorrevano proprio sulla soglia di casa sua.

«Sciò, andate via! Orrende bestiacce!» urlò infastidita.

Gli animali scapparono – anche se non sembravano affatto impauriti –, dileguandosi dietro una siepe.

La signora Lazzari, che detestava gli animali più di qualsiasi altra cosa mondo, entrò in casa e serrò porte e finestre.

Cercò di dimenticare quella strana giornata, addentando un enorme panino al prosciutto e bevendo due grossi bicchieri di succo di frutta. Un po’ stordita, se ne andò sul divano del soggiorno e, con ancora mezzo bicchiere di succo tra le mani, si addormento profondamente, lasciando il televisore acceso.

Cadde in un sonno inquieto. Fuori dalla finestra, Salvatore, sedeva immobile sulla cassetta delle lettere, con gli occhi vispi fissava Crappa che saltellava avanti e indietro ai piedi di una vecchia panchina in legno sbilenca. Sembrava che entrambi fossero in trepidante attesa, come se stessero aspettando che qualcosa o qualcuno piombasse lì all’improvviso. Ci vollero quasi due ore prima che Crappa smettesse di trotterellare.

All’improvviso un lampo luminoso interruppe la quiete dell’isola, illuminando per un breve frangente l’intero quartiere, cadde proprio al centro della panchina, che prese fuoco. Sembrava che qualcuno avesse scattato una foto dal cielo. Salvatore drizzò la coda e restò immobile, sorpreso.

Poco dopo, come per magia, una donna apparve seduta proprio nel punto in cui era avvenuto l’impatto. Si scrollò disinvolta, la polvere dai vestiti, con una mano, e con un nero mantello consunto spense le piccole fiamme che ancora scoppiettavano nell’aria, come se non fosse accaduto nulla di strano.

Era alta, molto vecchia, con il viso scavato. Gli occhi di un colore verde scintillante catturavano l’attenzione distogliendola da un enorme naso adunco, i lunghi capelli scuri, lisci come la seta, erano annodati da un nastro porpora che fuoriusciva da un cappello a punta, nero come il suo mantello le sue scarpe in pelle. La donna si chiamava Concetta Hons.

Concetta Hons aveva il viso stanco e lo sguardo disorientato, tipico di chi affronta lunghe ore di viaggio e svariati jet lag. Come se non bastasse, da qualche minuto, era alle prese con uno strano oggetto, infatti, una catena stretta le penzolava da un polso: assomigliava a un orologio da tasca con un quadrante in ebano nero e le lancette dorate a forma di saetta, che puntavano su alcuni simboli che parevano runici.

«Dannati flashwatch di ultima generazione» disse scuotendo con forza l’oggetto nella speranza di rianimarlo.

Un po’ infastidita e alquanto rassegnata, si alzò dalla panchina sbilenca, abbassò il suo sguardo severo verso la cassetta delle lettere, dove troneggiava un grande gatto nero che la fissava, immobile, come imbalsamato.

«Ah… buonasera Salvatore!» Sorrise compiaciuta. «Sei in anticipo, come sempre. A quanto pare esiste ancora qualcuno che riesce a essere puntuale senza far del tutto affidamento su questi strambi aggeggi infernali!»

Salvatore, in risposta, si toccò il muso con una zampa e, in maniera del tutto confidenziale, balzò dritto sulla spalla dell’anziana signora Hons. Lei tese la mano col flashwatch, lo accarezzò e lo fece oscillare, lasciandolo quasi ipnotizzato.

«Dimmi, Salvatore… che fine hanno fatto Crappa l’ubriacone e i suoi strambi amici pirati?» domandò aggrottando la fronte. «Non staranno mica dando ancora la caccia a qualche sirena, vero?»

Salvatore cercò di restare del tutto indifferente alle domande della Hons, lo si capì immediatamente dal fatto che rizzò la coda dopo aver sentito pronunciare il nome Crappa.

Nello stesso momento l’ombra di uomo con un cane al seguito apparve dal fondo del vicolo.

L’uomo era alto e ossuto, indossava degli abiti lisi e rattoppati, una benda nera su un occhio nascondeva i segni di una profonda cicatrice, in testa, un tricorno con un’incisione in ottone dorata brillava al richiamo del candore della luna, ai polsi, decine di bracciali in perla colorati, tintinnavano sfiorandosi a ogni suo movimento.

«Ah… Mastro Dickens e il suo fido cagnolino da riporto, Crappa. Io e Salvatore stavamo appunto parlando di voi» disse asciutta la signora Hons, poi lanciò a Crappa un’occhiata torva. E continuò in lieve tono di sfida: «Mastro Dickens, come lei ben sa, rivederla non mi lusinga affatto. Vorrei rammentarle, inoltre, di informare il suo capitano che, sulla terra ferma, non è educato far attendere così a lungo una signora, specie quando si tratta di situazioni delicate e formali.»

L’uomo fece poco caso alle sue parole, le si avvicinò in silenzio e molto lentamente, lo sguardo vacuo e una triste espressione disegnata sul volto. Sembrava che, quella notte, qualcosa di tanto terribile lo avesse scosso. Allungò una mano ruvida e callosa verso il suo tricorno e sfiorò l’incisione dorata, che si aprì, mostrando una piccola fessura. All’interno, un comune anello d’argento, su cui era incastonata una pietra di un rosso vivo, che pareva aver smesso da poco di brillare.

«Ci hanno traditi, Madame Hons…» sussurrò, la voce roca e il capo chino.

«Quando siamo arrivati, era già troppo tardi… il capitano… beh … lui… ecco…»

«Lui cosa, Mastro Dickens?» domandò curiosa la signora Hons. «Non mi avrà mica fatto arrivare fin qui per contrabbandarmi un misero anello, vero?»

A quel punto, si avvicinò a Dickens – che restò zitto –, afferrò con ferocia l’anello dalle sue mani e cominciò a studiarlo in ogni suo minimo particolare. Notò subito un’incavatura: incastonata vi era una gemma a forma di scudo, sui bordi un serpente, al centro l’incisione di un cavaliere dalla solenne armatura che brandiva un’enorme spada infuocata.

«Questo… anello?» domandò la signora Hons, quasi esterrefatta.

«Apparteneva ai coniugi Daniel Black e Ivy Adams, mia signora» rispose secco Dickens, abbassando la voce fino a un sussurro.

Salvatore si fece tutt’a un tratto inquieto, scese rapidamente dalla spalla della signora Hons e, per qualche ignota ragione, si diresse sul davanzale di una piccola finestra al primo piano, proprio dove dormiva beatamente la signora Lazzari che brontolava nel sonno.

Lì per lì, la signora Hons lo ignorò, ma era chiaro che in quella notte c’era qualcosa che proprio non andava.

«Per tutti i fulmini e le saette!» esclamò accigliata. «Cosa sta cercando di dirmi Armando? Arrivi al punto!» sospirò.

«Siamo stati attaccati, mia signora… la scorsa notte… al quartier generale di Brixton a Londra. Crappa ha tentato in tutti i modi di avvisarci, ma…»

La signora Hons ebbe un sussulto.

«Crappa? Che ci faceva quel cane combina guai a Brixton?» domandò rabbiosa.

«Ecco… lui… era con il capitano, è ovvio! Erano giorni che si comportava in modo strano, così il capitano ha pensato di portarlo con sé al quartier generale, sa, per farlo giocare un po’ sulla terraferma.»

La signora Hons abbassò il suo sguardo gelido, incrociandolo con quello di Crappa, che intimorito mise la coda tra le gambe, nascondendosi dietro il mantello del suo padrone.

«Chi ci ha attaccati?» chiese asciutta, riportando la sua attenzione su Dickens.

«Non lo so… nessuno lo sa… erano incappucciati, uno di loro indossava una maschera. Ha tentato di rubare una strana spada dalla stanza di Corvinius» rispose Dickens spaventato.

«E c’è dell’altro, Madame, quando Daniel e Ivy hanno cercato di impedirgli di prendere la spada… beh… ecco… lui, gli ha scagliato contro un’orribile maledizione, uccidendoli entrambi… all’istante!»

«Un omicidio al quartier generale?» incalzò lei. «Chi mai oserebbe? Per una spada poi!»

«Nessuno, mia signora, infatti… non erano interessati solo alla spada… girano strane voci… pare che i Black prima di morire abbiano rivelato un segreto… un segreto oscuro, che è stato tenuto nascosto per molto tempo!»

«Di quale segreto stai parlando?» s’informò la signora Hons con voce tremante.

«Riguarda il loro unico figlio» sopirò il pirata . «Si vocifera da tempo che i Black siano interessati alle arti oscure…»

«Su, coraggio Dickens, mi dica qualcosa che non so» ringhiò la donna.

Lui strinse più forte a sé il tricorno e disse con una leggera esitazione nella voce: «Lui… beh, ecco… ha il marchio, mia signora.»

Lei restò immobile e senza fiato: a giudicare dalla sua espressione doveva conoscere molto bene la famiglia Black. «Il marchio!» esclamò basita. «Oh, diamine Dickens, Nick Black ha solo due anni!» imprecò poi. «Chi mai può essere così sciocco da pensare che un bambino…»

Fu interrotta dallo sguardo gelido del pirata che le penetrò nel corpo congelandole la lingua.

«Ma è proprio questo il punto, Madame» disse piano, «un complotto. Il rettore Goldrigel ne era al corrente, è stato lui a consigliare ai Black di riunire l’ordine, per proteggere il ragazzo, per tenerlo al sicuro e lontano da ogni fonte di minaccia.»

«Dove si trova adesso?» volle sapere la Hons.

Dickens si voltò e indicò con lo sguardo Salvatore, che era accucciato sul davanzale della finestra della signora Lazzari.

«Questo è un orfanotrofio, non ci sono più ragazzi. A quanto pare, la direttrice è una donna molto in gamba, un po’ scorbutica, a dire il vero ma, a detta del rettore, questo è il posto più idoneo e sicuro che conosciamo, lontano da ogni forma di magia.»

«Cosa dovrei fare, Armando?»

«Convincerla» rispose Dickens. «Convincere la direttrice a farlo restare… almeno finché tutto non sarà risolto e lui non sarà pronto.»

«Pronto per cosa?»

I due si guardarono restando immobili e si capirono tacitamente.

«Può andare Mastro Dickens, non ha più motivo di restare, mi saluti il capitano.»

L’uomo si sistemò il tricorno sul capo, richiamò Crappa con un fischio e insieme si avviarono verso il porto.

La signora Hons si avvicinò alla finestra dell’orfanotrofio, Salvatore si fece da parte saltandole su una spalla. I vetri erano ricoperti da uno strato di polvere talmente spesso che era quasi impossibile vedere attraverso, così allungò il braccio verso la sua lunga treccia di capelli e sfilò il nastro rosso che li teneva legati; ripulì il vetro e si sporse per guardare. La stanza era piccola e umida, lo si capiva dalle pareti fatiscenti e ingiallite. Sulla destra c’era una piccola scrivania impolverata, accompagnata da una sedia spaiata e senza schienale. Guardando oltre, sul fondo della camera, vide Nick sdraiato su un letto sbilenco, che dormiva a denti stetti, rannicchiato in un fagotto di lenzuola.

«Povero ragazzo…» sussurrò a Salvatore accarezzandolo.

«Proteggilo Salvatore, per tutti quanti noi…»

Lui la guardò e annuì con una zampa, poi balzò dritto verso un albero da cui aveva la visuale sulla stanza di Nick.

Nel frattempo la signora Hons frugava sotto il suo mantello nero, infine, ne estrasse una lunga bacchetta di legno alla cui estremità era incastonata una pietra verde smeraldo; appoggiò il nastro di seta rosso sul davanzale, lo colpì e disse: «Sortego.»

Ancora una volta, quella notte, accadde qualcosa di straordinario: la finestra si aprì e, come per magia, il nastro rosso prese vita, cominciando a volteggiare nell’aria. Entrò con prepotenza nella stanza in cui era addormentato Nick, si diresse verso la scrivania, oltrepassando la sedia spaiata, e svolazzò in direzione del suo letto, come fosse in cerca di qualcosa. Si udirono due tonfi e poi un fruscio: il nastro provò ad attraversare un sottile strato di cartongesso, che separava due camere, per poi scivolare attraverso una minuscola fessura tra la porta e il pavimento, attraversò quindi un lungo corridoio fino ad arrivare in cucina. La signora Lazzari era lì, sul divano, ancora avvinazzata, la TV accesa. Il nastro rosso volteggiò per tre volte su di lei e si lasciò cadere, posandosi perfettamente sulla sua fronte. La donna prese a tremare e le si rizzarono i capelli, come se una lunga e intensa scossa elettrica le avesse attraversato il corpo, scombussolandole il cervello. All’improvviso spalancò gli occhi e iniziò a dire cose senza senso – non che non le dicesse di solito – e tutti i suoi pensieri e suoi desideri cominciarono prendere vita nella sua mente. Si dimenò elettrizzata ancora per qualche minuto, poi stremata allungò una mano verso la tasca, prese il foglio che aveva stropicciato nella locanda di Jimmy e, a voce alta e a denti stretti, declamò: «Accetto!»

Il foglio sparì magicamente e il nastro rosso, per l’occasione, si trasformò in una penna a sfera. La signora Lazzari l’afferrò e appose la sua firma.

Salvatore emise un sarcastico e stridulo miagolio, che pareva una risata, e la signora Hons capì. Diede un altro piccolo colpo di bacchetta e disse: «Remedio!»

Un istante dopo, il nastro rosso ricomparve dalla finestra, facendole scivolare il contratto nelle mani, poi prese a volteggiare e le si posò sul capo, intrecciandosi ai suoi capelli e ricomponendo una treccia perfetta.

La signora Hons fece un cenno di saluto, che Salvatore ricambiò, sfiorandosi il muso con una zampa, poi si arrotolò il flashwatch al polso, bisbigliò una parola magica incomprensibile e svanì, avvolta da un lampo di luce.

Poco dopo, si ritrovò a bordo di un enorme veliero, che navigava a tutta velocità in mare aperto. Un lieve vento spiegava le vele nere che, nonostante la loro impetuosità, si confondevano nella foschia della notte. Ancora una volta, la signora Hons si scrollò la polvere dal mantello con una mano e superò il ponte, dirigendosi a poppa della nave.

Tutt’intorno un gran silenzio, mentre passava dalla cabina di comando, notò una piccola candela che aleggiava nell’aria, sbattendo le ali di cera e illuminando il timone di quercia, finemente decorato in oro. A quanto pareva, era quello a pilotare il veliero, muovendosi da sinistra verso destra, con naturalezza. Dopo aver superato il ponte che affiancava la cabina di comando, la signora Hons si ritrovò affacciata a una ringhiera malridotta e scricchiolante. Lì accanto, uomo sedeva su una lunga panchina di legno. Era abbastanza alto e dall’aspetto esile, il suo viso era nascosto da una lunga barba bianca e da un comunissimo paio di occhiali tondi, che si incastonavano perfettamente su una gobbetta alla cima di lungo naso arcigno. Un cappello a punta e un mantello color cobalto brillavano come fossero ricoperti da polvere di stelle. Le sue mani erano ornate da anelli d’oro, impreziositi da pietre e diamanti. In una di queste stingeva un cono gelato che emanava un gradevole odore di pistacchio e cioccolato.

«Buonasera signorina Hons» disse con voce profonda, lo sguardo perso tra le onde del mare. «Serata incantevole… non crede?»

Al contrario della signora Hons – che evidentemente era in forte apprensione –, l’uomo sembrava molto calmo.

«Contro chi combattiamo questa volta, Rufus?» ansimò lei.

«Le forze del male spesso non si manifestano in maniera chiara… mia cara Concetta.»

«E il ragazzo?» chiese timorosa la Hons.

L’uomo abbassò il capo e la guardò, lasciandosi sfuggire un radioso sorriso.

«Per il momento, il ragazzo è in ottime mani, Concetta.»

«Ma Rufus!» esclamò lei. «Ha un marchio nero… i suoi genitori sono morti per questo! Più di una creatura oscura lo starà cercando, rischieremo di rivelare il nostro mondo.»

L’altro restò impassibile, diede un’ultima slinguata al gelato, dalla parte al pistacchio, e disse: «Nessuno verrà a sapere dove si trova, il nostro mondo è al sicuro, Salvatore veglierà su di lui… fino al momento opportuno…»

Il silenzio fu interrotto da un forte scricchiolio: la porta della cabina di comando si spalancò, le vele si ammainarono e la nave rallentò, cominciando a beccheggiare dolcemente. Crappa apparve all’improvviso attirato da alcune gocce di gelato sul pavimento.

«A quanto pare, mia cara signora Hons, il rum non è l’unica passione del nostro simpatico amico» disse l’uomo sorridendo e lanciando a Crappa quel che restava del cono gelato.

Il cielo si fece più chiaro e una terra sconosciuta apparve all’orizzonte.

«Dovremmo essere giunti a destinazione di questo ennesimo viaggio» sospirò Rufus amaramente, «dopotutto… dentro di me, qualcosa mi dice che siamo solo all’inizio di un’altra lunga e intricata avventura.»

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×