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Una storia di FrancescoPomponio

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SCHADENFREUDE

Breathing rust

Pubblicato il 21 settembre 2015

C’è solo da distruggere, non c’è niente da festeggiare. Ore, minuti, sveglie, orologi, scadenze, sempre in ritardo. Le loro voci sono come deserti che prosciugano il mio cuore, e urlano, gridano, con le loro coscienze favellanti travestite, avvelenano il silenzio. Strisciano cercando di allontanare il proprio fetore che li impregna, è insopportabile ai loro nasi. Vogliono essere più alti inginocchiandosi. Fanno diete, leggono libri, corrono, fumano, studiano, si drogano, vanno in chiesa, giocano a calcio, tutto, pur di non passare un solo secondo con se stessi, pur di non ricordare che il proprio oro è arrugginito. Hanno svuotato persino l’amore, a furia di forzarlo nei loro freddi cuori. E le forzature puzzano lontane un miglio. Ormai è come guardare un vecchio tempio, una volta c’era adorazione, genio, follia, magia, catarsi, ora rimangono solo fredde pietre.

Oh Signore, guarda questo posto! Guarda il sole ferito che affonda, e con i suoi ultimi sette minuti di luce dipinge questo chiaroscuro sublime, sta morendo danzando. Guarda queste case aggrappate alle colline, non resisteranno a lungo. Vedono il Paradiso, ma odi il Poeta o il lascito dei Sepolcri? Qui è un perpetuo letamaio di delinquenti. Ora ridi tu giustificandoti che anche nell’Eden ci fosse il Diavolo. Mi tormenta che dall’alba lui ci abbia convinto di essere Te. Non ci resta che avere una scusa per tutto, assolvendo la nostra coscienza sporca per necessaria, attendendo invano che questa ragione si spieghi nel tempo.

Dimmi, se non è altro che questo: vivere; sopravvivere. Annegare nell’ombra con un cuore che batte di purezza, strisciare tra i dubbi delle proprie azioni e cadere nelle bugie che l’oscurità spaccia come leggi di vita. Spingere; tenere; mantenere. Ricevere in cambio un pugno di mosche per abbassare la testa. Tendere la mano agli squali che intendono divorarci l’anima. Quanto dura quest’apnea nelle fredde acque? Abbastanza da farci elemosinare aria, aria a buon mercato! E questo solletico che annebbia la nostra vista facendoci credere che domani troveremo la pace, che l’amore non affliggerà più il nostro cuore ma scaccerà via i fantasmi, nient’altro che morfina per cadaveri agonizzanti! Per corpi arenati nel fango, in paludi di incoscienza, dove le putride acque sembrano così tangibili ai palmi della mia mano, ma la loro visione sembra un lontano grido della mia mente.

Mi strapperei le vesti, i capelli, la faccia, gli occhi dalle orbite, per avere un cenno che tutto ciò abbia un minimo di senso, perché questo caos mi stordisce. Ha rubato persino il tempo, e ora le pareti della mia prigione sono così opache che non riflettono nemmeno i miei pensieri. Una volta credevo che avrei superato me stesso, ma ora sento con rabbia addirittura la sua voce che un giorno mi accarezzava. Ripudierei qualunque dolce sospiro tanto ubriaca di veleno è la mia esistenza.

Ahi, come si adira la mia speranza! Ahi, come sono strette le sue catene! Quante volte ha visto il sole tramontare? Quante volte potrà ancora sopportarlo? Ogni notte si corica tradita nella sua cupa soffitta. Bestemmia al cielo che tace colpevole. Maledice le anime che volano nella loro leggerezza: ucciderebbe per scappare con loro, via dal rumore di questo posto. Ma non fa altro che graffiare le pareti e piangere: come chiodi sono le lacrime della mia speranza.

Arderei tutto senza pietà, mi scoppia la testa. Inutile infuriare contro l’oscurità, ormai essa mi accoglie.

Così mi sorge un dubbio, il trucco si sta sciogliendo, il sipario cade e rivela uno specchio: son dunque io il mio deserto?

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