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Una storia di StefaniaCastella

1

Ispirare. Espiare. Respirare

Di noi. Me.

Pubblicato il 19 marzo 2017

“Dimmi com’era”

“Come ti aspetti”

“Che vuol dire”

“Come sai che è”

“Come sei criptica. Com’era?”

“Un uomo normale. Forse un po’ più triste di come immaginavo”

“Triste”

“E solo”

“Solo”

“Si. Un uomo normale, una mostra banale. Solo”

“Allora è messo male. Intendo se non aveva nessuno dei suoi prototipi stereotipi, modelli tipo, al seguito”

“Adesso posso considerare chiuso l’argomento. Ho fatto quello che volevi, ora direi che basta così”.

Vorrei cancellare la tua stupida vocina penetrante alla quale non potrei mai dire di no. Le tue inutili idee, questo stupido voler sapere tutto di lui, quando ormai dicevi che era finito tutto. Un tutto di quanto? Due mesi, tre? Sono vent’anni che ti conosco Linda. Non hai mai messo la testa a posto, non te ne è mai fregato di mettere la testa a posto. Lo hai conosciuto quando, dove? Per caso a una mostra, mi sembra di arte moderna, ci può stare, i tipi che girano per certe mostre sono stravaganti. Come te. Non fanno per me le mostre dei pittori moderni non ci capisco niente. Però capisco quando mi parli e sei presa, quando ti sento raccontare un’avventura e poi un’altra. Quando torno a casa, levo le scarpe e aspetto che torni Marco, l’aspetto da più o meno quindici anni, mai uno sbandamento, un binario fermo. Un binario morto. E ci volevi tu per farmelo capire. E la tua stupida inutile richiesta: “Seguilo. Non ti conosce non lo conosci, voglio sapere perché è sparito. Ti dico quello che ti serve, ti mostro qualche foto. Dai, sei sempre a scrivere storie per le tue riviste, sei sempre in giro, vuol dire che un po’ girerai anche per me…Sono o non sono la tua migliore amica?”. Faccia da schiaffi. Guardo le foto che mi ha mandato. E vedo un viso diverso da quello che avevo immaginato. Lui non è come gli altri. Lui non ha quel viso dall’espressione frivola quello a cui mi ha abituata da anni di frequentazioni labili. Lui è diverso. Giro e rigiro lo schermo, ingrandisco, stringo, strizzo gli occhi, sposto lo sguardo. Bevo il mio caffè penso a cose da scrivere, mi distraggo. Ho quello “che serve” un indirizzo, un numero di telefono. Qualche notizia. Le mostre che fa. “E’ un ritrattista. He si, e poi come poteva essere diversamente, il tema principale quale poteva essere…” Facce, pose, donne. Bellissime. Una venere mi guarda da un bianco e nero che sembra una foto. La guardo e provo una strana sensazione, sembra malinconia, sembra un impeto di gelosia. Sembra rabbia, sembra di sentire una forza prepotente, sembra di sentire il bisogno di essere lì. Mi distacca il rumore di un tuono, forte, squarcia un cielo improvvisamente nero. Penso che dovrei pensare a Marco. Marco che torna da lavoro, stanco, entra leva la giacca, posa la borsa. Chiama sua madre. Saluta distratto. Ogni gesto è matematico e prevedibile. E me ne accorgo soltanto adesso. Appunto un indirizzo lì vive, lì’ ci sono i suoi quadri resteranno fino a metà mese, ma ho fretta di andare. Mi guardo allo specchio, mi trovo un po’ scialba. Mi trucco, stranamente, mi vesto con cura, come faccio raramente. Piove, acqua gelata potente e distratta. Scomode scarpe su scomode strade. Non passo spesso per il centro a quest’ora vestita come se dovessi incontrare qualcuno. Non esco mai senza avvisare nonostante un lavoro anomalo e senza orari. “Esco per seguire una cosa. Poi ti dico” lascio un laconico biglietto e la foto del riso da scaldare nel forno. Penso che non tarderò, il tempo di dare un’occhiata. Tanto non ci sarà da restare troppo. Sento un vocio che arriva da una luce aranciata, all’angolo di una strada buia. Cerco di ricordare dove ho lasciato l’auto. Vado incontro a quelle ombre deve essere lì, c’è gente, mi sorprendo. Gruppi si muovono ad ondate gracchianti, varco la soglia attraverso un corridoio claustrofobico, e le vedo, posate a muri di pietra viva. E sono anch’esse vive, bocche e occhi e volti che sembrano tentati di uscire dalla tela. Eccola infondo nell’angolo appena illuminato, la venere che avevo visto, bella perfettissima, un tre quarti che esalta ogni angolo della sua forma. Una bellezza imbarazzante.

“E’ bella vero?” Mi avvolge al quasi buio, la voce alle mie spalle. “Si, bellissima. Perfetta” Rispondo senza voltarmi, rapita dal dipinto.

“Sarà una donna vera? Cioè scusi, - la solita imbranata- volevo dire è così perfetta che…”

Mi volto e colgo uno sguardo dritto, profondo, rassicurante. So che è lui ricordo le sue foto.

“Sì, è una donna vera, una modella che ha posato per me”.

Stringo la sua mano, e non ricordo bene, non ricordo più il mio nome. Mi accorgo solo ora dell’ombrello che gocciola sul pavimento, dei capelli bagnati, del cappotto umidiccio, faccio un passo indietro come per sparire nell’ombra.

“Sono Luca, sono l’autore del quadro, della mostra”. Sorride e vedo angoli di bocca che so, dovrei smettere di fissare. Mi sento stupida, mi sento a disagio. Voglio andare via, ma accetto un caffè. E resto. Resto seduta a parlare e non conto il tempo e non conta lo spazio. E non sento il rumore, le voci. E mentre sorrido stupidamente mi scuote il telefono. La faccia di Marco lampeggia un messaggio brevissimo. “E’ tardi a che ora pensi di tornare?”. Mi riporta a terra. Mi scrolla ma è rabbia, mi sale la rabbia, mi chiude la gola, mi opprime mi costringe a destarmi, a salutare, a raccogliere a forza il peso di tutto. Ad andare. E non vorrei.

Lo guardo arrabbiata, non voglio spiegare, non posso spiegare. Penso a quel buio a parole, al suo numero non ho bisogno di leggerlo. L’ho stampato nella testa. E non riesco a pensare a nient’altro. E nient’altro sarà più come prima.

“Ci sei andata e quindi…” E cose che non vorrei dire, che non potrei dire. Non reggo al messaggio della mia cara amica, ho la testa ingombrata. La doccia mi rende la pace, ma è un tempo che dura pochissimo, e Marco sorpreso dalla mia reazione, da me che lo cerco come non facevo da tempo, e nei suoi pensieri “se mi cerca mi ama” inconsapevole che tanto un fantasma era entrato al suo posto. Passo giorni sospesi, lavoro rallentato aria rarefatta, appuntamenti mancati, un’attesa di cose, non sapevo di cosa.

Le quattro di mattina “Vieni da me?”. Mi distoglie dal sonno vibrazione rumorosa che Marco non sente.

E’ un messaggio brevissimo, rispondo “Che cosa…”

“Oddio chiedo scusa ho sbagliato a inviare…” Mi alzo in silenzio mi infilo nel bagno. “Figurati capita” …E restiamo a parlare finché fuori si desta la luce del giorno e assonnata raggiungo la sveglia svegliando anche lui. Involucro triste inconsapevole di tutto. Un messaggio sbagliato, che tradiva il pensiero mentre altri giungevano a rompere giorni noiosi che mancavano di aria.

“Vorrei che vedessi i miei quadri, non quelli che ho esposto, quelli che ho a casa, dovresti venire…” E il mittente sono io. Ma forse lo sbaglio era proprio nel fondo. Ci rifletto due giorni, ma so già che il pensiero avrà a breve la meglio. Penso di scrivere “sono uscita di fretta” saprò come chiedere scusa. E’ veloce e rapida la decisione ingiusta. Ci vado, è quasi sera, mi vesto studiando qualunque dettaglio. Percorro la strada che ho già fatto una volta, raggiungo il portone, indirizzo a memoria. Spingo, mi infilo, raggiungo le scale, la porta è socchiusa, non suono, in silenzio oltrepasso la soglia, la luce dal fondo mi induce a seguire, è lui che dipinge e una donna bellissima sorride distesa, mi avvicino leggera, si avvicina anche lui a quel corpo perfetto, la sfiora, la bacia la solleva di peso, mi ritraggo, inciampo qualcosa rotola sul pavimento, si voltano, mi vedono, vorrei morire. E che fanno? Sorridono, mi invitano ad avvicinarmi, scappo via, ripercorro la strada, mi dico “Che scema”. Mi chiudo la porta alle spalle, al calore di casa, mi sento un’inutile stupida donna. “Perché sei andata via?” Tempo di arrivare a casa il messaggio che riempie la stanza, non riesco a rispondere, e so che cederò.

E’ uno stupido, stupido gioco, che non voglio giocare. Ma qualcosa mia attrae, non riesco a vincere la voglia di tornare, piango di rabbia allo specchio del bagno. Mi trucco, mi vesto, resisto due giorni, e poi torno da lui.

Nudo, nudo e impassibile, “sei tornata” mi dice e lo sguardo sbeffeggia il mio grande imbarazzo.

“Vorrei che posassi per me”. Sorrido, non posso, mi vergognerei troppo. Ma non so per quale inconsapevole forza gli stringo le tempie, e un bacio che non immaginavo di saper neanche dare. Resto immobile la testa al calore di un ventre che non mi appartiene, eppure così familiare, un amore impossibile che non voglio pensare. Mi risveglio abbracciata a un cuscino, lo guardo sorride

“Che fai?”

“Lavoro a una cosa”

“La modella di sempre…”

“No, una donna che ha preso il mio cuore e…”

Non gli lascio altro tempo, non guardo il ritratto, prendo le cose lasciate per casa, devo scapare, non so da quanto manco, non so cosa inventare. Mi vesto, gli bacio la nuca, infilo le scale senza parlare, sfioro una donna che mi passa affianco. Arrivo alla strada che riempie di luce e di freddo la faccia, corro e mi accorgo che ho lasciato l’agenda, il telefono… ritorno veloce, risalgo le scale, spingo al porta e li vedo al mio posto, al posto che ancora sapeva di noi. “Mi fai proprio schifo” è un tuono arrabbiato la mia voce dispersa su due facce avvinghiate, raccolgo le cose. Mi chiudo la porta alle spalle.

“Da quanto non ti sento, non mi dai nessuna notizia e…”

“Posso dirti una cosa Linda, puoi andare a fanculo grazie”. Odio il mondo e anche lei, e soprattutto me per l’inutile voglia che avevo di lui. Ci metto un’intera settimana a convincere Marco, a cancellare il ricordo a pensare che niente, che niente infondo era successo. Quando Linda mi viene trovare, scemata la rabbia, sorride di nuovi pensieri. “Sono venuta solo adesso, ho capito che dovevi avere qualcosa sullo stomaco che non volevi dire”. Marco sorride, mi bacia le labbra sorrido anche a lei. “Oh da quando siete così affiatati.” Mi dice sarcastica. “E’ un po’… Un po’”. Che non osa chiedersi che cosa ha mutato la noia in ardore.

“Ti ho detto del tipo della palestra…”

“No non mi hai detto ancora del tipo della palestra…”

“Allora …” E parla e parla rapita, e Luca rimane un discorso sospeso ma sempre presente. Mi alzo, riassetto ripongo le tazze mi cade l’Agenda ne esce fuori un foglio, uno schizzo di donna, la guardo, è nuda, sembra che mi somigli, mi buca lo stomaco, mi guardo intorno, lo strappo, lo butto senza più pensarci.

Senza più pensarci.

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