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Una storia di GiovanniVisone

RITORNO AL PASSATO DEL PICCOLO PRINCIPE - VISONE

ALLA RICERCA DELLA MUSERUOLA

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Pubblicato il 20 ottobre 2017 in Didattica

Tags: consapevolezza favola lavorobenfatto tecnologia unisob

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Prologo

Lo portava sempre con sé. Si, quel foglio. Ma non uno qualunque. Lì dove c’era tutto ciò che desiderava avere. Lì c’era la sua pecora. O meglio, la cassetta con la sua pecora che, molto modestamente, gli avevo disegnato non appena il piccolo principe mi venne incontro. D’altronde dovevo pur sempre sdebitarmi con l’unica persona che si era fatta viva nel deserto. La desiderava tanto. E soprattutto doveva essere perfetta. Non malaticcia, neppure con le corna. Altrimenti mi avrebbe chiesto un ariete. E neanche vecchia. Anzi…

E quella cos’è?” gli chiesi.

Una rosa, non la vedi?”.

E non ha paura che la tua pecora la possa mangiare?”.

Uhm… hai ragione, avrei proprio bisogno di una museruola”.

E in quel momento calò il silenzio. Qualche attimo di suspance. Lui mi guardò. Io lo guardai, poi mi voltai. E ripetette…

Avrei proprio bisogno di una museruola”.

Quasi a farmi capire che quell’aggeggio, di cui non conoscevo neppure il significato, gliel’avrei dovuto disegnare io. Ancora una volta. Ancora un disegno. Eppure lo voleva tanto, ma mi voltai di nuovo. Lui capì e scuro in volto abbandonò, pian piano, il deserto e sparì nel vuoto. Non lo vidi più. Neppure una traccia del piccolo principe. Solo una spina, della sua amata rosa. E un pelo, della sua adorata pecora. Raccolsi la spina, presi il pelo e da allora li conservo in un piccolo barattolo di vetro.

I. Sire

Il piccolo principe era deluso. Amareggiato. Arrabbiato. Ma al tempo stesso sorpreso. Adesso si trovava tutto solo sul primo asteroide, o meglio…

E tu chi sei?”

Una voce, come provenisse dalle tenebre, si alzò dal fondo di quel minuscolo pianeta. Il piccolo principe si voltò e scorse un re. Era solo, seduto sul suo maestoso trono, impugnava uno sfarzoso scettro sul cui dorso erano incastonate pietre preziose e luccicanti. Aveva dei capelli corti fino alle orecchie, lisci e grigi. Sui quali si ergeva la sua imponente corona dorata.

Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito. Vengo dal deserto, posso stare qui?” rispose il piccolo principe, alternando momenti di paura a quelli di gioia. Non ci sperava affatto di trovare un umano lì, eppure quel re non era una sua fantasia. “Ti ho chiesto chi sei?” tuonò ancora stizzito il monarca.

Sono un piccolo principe. Ma non sono solo. Vede, qui con me porto una piccola cassetta e una rosa. Nella cassetta c’è la mia pecora, ma non si preoccupi. Non morde, non è malata e non ha le corna…

Il re sgranò gli occhi, non credeva alle proprie orecchie. Non voleva credere neppure ai propri occhi.

Il piccolo principe continuò: “Sono qui per una museruola. Se la pecora esce dalla cassetta, divorerà la rosa. Capisce? Lei può aiutarmi?”.

Va subito via da qui!”, e lo strillo del sire riecheggiò per tutto il pianeta. “Non ho tempo per le tue fantasie. Ti ordino di andare subito via dal mio pianeta”.

E con la coda fra le gambe, gli occhi lucidi e il capo chinato il piccolo principe sparì.

II. Il vanaglorioso

Adesso una dolce fragranza proveniva dal secondo pianeta. Ma è abitato da un vanitoso! E che odore…

Che bello, ho un nuovo ammiratore”, esclamò divertito l’uomo che, nel frattempo, sistemava il suo grazioso foulard verde acqua in torno al collo e dava un’altra spruzzata di quell’aroma unica al mondo.

Buon giorno”, disse il piccolo principe, “che bei calzoni che ha”.

Musica per le orecchie del vanitoso che mai, prima d’ora, aveva ascoltato una così soave melodia. Così, con il riso in volto, rispose: “E tu da dove spunti fuori?”.

Vengo da lontano. Da molto lontano. Ma l’intenso effluvio che proviene dal tuo corpo perfetto mi ha attratto al tuo pianeta, facendo sembrare l’intero tragitto così breve e piacevole”.

E a quel punto il vanitoso prende l’enorme specchio che aveva conservato sotto il tavolo di un pregiato legno, dietro il quale era seduto, e comincia ad ammirarsi. Comincia a passarsi la mano tra suoi i capelli dorati, a sistemare la maglia di seta che tanto delineava i suoi muscoli, come fossero scolpiti nella pietra. E comincia ad intonare una simpatica canzoncina che faceva, più o meno, così “Sono io il più bello, il più bello del pianeta, non uso trucchi, non ho un’arma segreta”. E cominciò a ripeterla in continuazione…

Il piccolo principe, divertito all’inizio ma scocciato dopo un po’, si tappò prima le orecchie e poi gli girò le spalle. Ma prima di andar via, ebbe la forza di chiedergli: “Ce l’hai una museruola?”.

Il vanitoso si fermò – finalmente – lo fissò per cinque secondi e poi riprese a canticchiare “Sono io il più bello, il più bello del pianeta, non uso trucchi, non ho un’arma segreta”.

Il piccolo principe, esausto, si voltò di nuovo e, agitando la testa, abbandonò anche il secondo pianeta. Quando il sole ormai calava...

III. Dalle stelle alle stalle

Dalle stelle alle stalle. Dal profumo alla puzza. Alla sporcizia. Ai lamenti. E’ il terzo pianeta, quello abitato dall’ubriacone. Che rutta, sbraita, si agita, cade, si muove, continua ad agitarsi e… rutta ancora. Accoglienza peggiore non poteva capitare al piccolo principe.

Hai una bottiglia di vino?” aprì, con tono lugubre, l’ubriacone proprio nel mentre in cui il piccolo principe stava quasi per andarsene.

Ma si fermò. “No. E tu hai una museruola?”, rispose con coraggio il piccolo principe.

Una museruola?”, rilanciò l’ubriacone che con una mano manteneva l’ultimo fiasco di alcol rimasto in vita e con l’altra cercava di rialzarsi da terra, dopo essere di nuovo precipitato a terra.

Si, una museruola per la mia pecora. Non voglio che mangi la mia rosa. Vengo da molto lontano. Siamo in tre. Il re mi ha cacciato via, il vanitoso non vedeva altri al di fuori di sé stesso. Ora sono qui, tu puoi darmi una mano per…”.

Quando un rumore spezzò l’ultima frase del piccolo principe. L’ubriacone si addormentò all’improvviso e lasciò cadere la bottiglia di vino in terra. Impaurito, il piccolo principe lasciò anche il terzo pianeta…

IV. Numeri, solo numeri

Il pianeta appresso era abitato da un matematico pazzo. E il soggiorno qui fu molto breve. L’uomo non si rese neppure conto dell’arrivo del piccolo principe perché immerso nei suoi calcoli. “Quattro più quattro: otto. Nova per dieci fa novanta. Otto più novanta: novantotto…”. Alzò lo sguardo, per un millesimo di secondo, poi riprese a schiacciare freneticamente ogni tasto della sua enorme calcolatrice.

Buon giorno” disse il piccolo principe che in quel millesimo di secondo aveva incrociato il suo sguardo. Che però si perse di nuovo tra un numero e l’altro, e un altro ancora.

Buon giorno” ripeté il piccolo principe, battendo i piedi a terra e dando un colpo sull’imponente scrivania dalla quale pendevano centinaia di rotolini di carta usati. Il pugno attirò l’attenzione di quell’uomo grassoccio che a quel punto si fermò e stizzito rispose: “Cosa vuoi da qui? Non vedi che sono impegnato?”. E riprese a conteggiare ”quattrocentosessantotto più millequatrocentoventidue…”.

Quando ad un tratto la sua vista fu richiamata da quel foglio che il piccolo principe custodiva gelosamente tra le sue manine rosa pallido. “E quello cos’è?” aprì il matematico, appuntando l’ultimo calcolo partorito da un conto lungo e senza senso e sistemando l’ultimo bottone rimasto sulla camicia a strisce bianche e blu.

Qui dentro c’è la mia pecora”

Pecora?”, chiese sgranando gli occhi.

Si. E’ una cassetta con la mia pecora dentro. Questa, invece, è una rosa che…

Il piccolo principe s’interruppe all’improvviso. Quando scorse da lontano un oggetto misterioso. Grigio. Con delle fessure verticali. Andò per avvicinarsi... ma era una museruola! Si voltò e l’uomo era sparito. La museruola pure. C’era solo un mucchio di carte sopra quella scrivania, che manco più si vedeva…

V. Vedo, non vedo

E va via pure la luce ora. Oh eccola di nuovo. Ancora via. Ancora buio. Ma il piccolo principe è finito sul quinto pianeta. Ma è molto strano. C’è solo un omino anziano che accende e spegne un lampione. E’ la sola cosa che fa. E pure a una velocità pazzesca. Ecco, appunto…

Buon giorno. Perché accendi e spegni questo lampione?”.

E’ il mio unico compito. Buona notte”.

E fu di nuovo buio.

Buon giorno. Come mai lo fai?”.

E’ la mia consegna. Se non la eseguo sarebbe sempre giorno o notte”.

E rispense il suo lampione.

“Buon giorno. Io sto cercando una museruola per la mia pecora”. E il piccolo principe indica la cassetta che reca nella mano destra.

Puoi dare un’occhiata in giro, ma dovrai essere molto veloce. Buona sera”.

E calò di nuovo la notte. Ma ecco il giorno, e il piccolo principe si mise alla ricerca dell’oggetto. Ma era impossibile. Il lampionaio eseguiva con così tanta frettolosità la sua mansione che il continuo alternarsi del giorno e della notte precedeva pure il suo frenetico battito di ciglia. Ci provò. E ci provò ancora. Ma non vi riuscì e salutò, per sempre, l’omino che quando accennò a chiamarlo era già troppo tardi…

VI. La svolta

…perché il piccolo principe aveva già messo piede sul settimo pianeta. Era immenso. Davvero grande. E inabitato. Anzi, no. C’era un vecchio signore seduto dietro una scrivania color legno antico. A un passo dallo scrittoio, il piccolo principe spalancò gli occhi e si fermò dinanzi all’uomo, che indossava una lunga camicia di lino sopra un pantalone di stoppa scuro abbinato al cappellino ruotato all’indietro.

Aspirante esploratore?”. Domandò l’anziano al piccolo principe.

Esploratore? Non so neppure cosa vuol dire”. Rispose spaesato il nostro fanciullo.

Te lo spiego io. Un esploratore è colui che si dedica all'esplorazione di regioni ignote o scarsamente note. E io sono un geografo”.

Geografo?” chiese ancora il piccolo principe.

Un geografo è un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti”.

E a quel punto sul viso del piccolo principe si accese una luce mai vista prima. Contentezza. Allegria. Felicità. Tante emozioni che si susseguivano velocemente e una sola domanda che uscì dalla sua bocca: “Mi aiuti a trovare una museruola?”.

Il vecchio geografo, che portava una sacca sulle spalle piena di mappe, fu spiazzato. Era spaesato. E dopo qualche attimo di incertezza, riprese: “Una museruola? E a cosa ti serve?”.

A proteggere la mia rosa. Vedi? Qui, nella cassetta, c’è la mia pecora. Potrebbe uscire da un momento all’altro e non voglio che mangi il fiore”.

L’uomo, stupefatto, tirò giù quella vecchia sacca, stese su un tavolo una mappa impolverata e la mostrò al piccolo principe che non vedeva l’ora di trovare la sua tanto desiderata museruola. Ma, ecco il problema…

Piccolo, mi spiace, non posso proprio aiutarti”.

“Perché?”.

Non si legge nulla. E’ vecchia, troppo vecchia. Strappata. Impolverata. Vorrei aiutarti ma…”.

E un singhiozzo spezzò la sua frase, qualche lacrima veniva giù dai suoi occhi. Il piccolo principe cominciò a diventare piccolo piccolo. SI chiuse in sé stesso, chinò il capo e voltò le spalle al vecchio.

Che, da veterano qual’era, lo lasciò con una saggia frase: “Posso darti un consiglio. Se vuoi trovare qualcosa, devi ritornare sui tuoi passi…”. E l’uomo si allontanò nella nebbia che pian piano si impadronì del pianeta.

VII. La Terra

Pensieroso. Sconfitto. Dispiaciuto. Speranzoso. Il piccolo principe pensava e ripensava alle ultime parole pronunciate dal vecchio geografo. “Se vuoi trovare qualcosa, devi ritornare sui tuoi passi…”. Parole che riecheggiavano ancora nella sua mente. Lì dove si accavallano idee, pensieri, sensazioni, emozioni. Quando ad un tratto esclamò: “La Terra!”. Se voleva tornare sui suoi passi, doveva tornare lì dove era partito il suo lungo e intenso viaggio, attraverso quei sei pianeti che tanto gli avevano insegnato. Si mise in viaggio, ancora una volta. I pianeti erano ormai alle spalle, la nuova meta si chiama Terra. Un viaggio lunghissimo. Durò un anno. Il piccolo principe arrivò stremato a destinazione. Ma lì ad attenderlo c’era qualcosa che l’avrebbe reso il più felice del mondo. O meglio qualcuno. Lì c’ero io ad aspettarlo. Ma lui non mi riconobbe subito. Mi si avvicinò. E io feci un passo in avanti. Tra le mani avevo qualcosa per lui. Lo conservo da due anni, sin da quando ci siamo salutati e detti addio. Lo salutai, dall’altra avevo un muro. Allungai la mia mano, cercavo la sua. Qualche secondo di silenzio e poi l’allungò sua. “Tieni. Ecco la tua museruola”. Spalancò gli occhi. Una lacrima (di contentezza) gli attraversò il viso e mi abbracciò, forte.

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