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Una storia di EdoP

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La Repubblica ha settant'anni

Riflessioni sull'Italia repubblicana

Pubblicato il 02 giugno 2016

Una vita difficile (1961) di Dino Risi. La scena del referendum istituzionale del 1946.

La Repubblica italiana ha compiuto settant'anni il 2 giugno 2016, ricorrenza del referendum istituzionale che aveva chiamato i cittadini a pronunciarsi sulla forma di governo preferibile per il paese dopo la fine della guerra e del regime fascista. Ormai ha visto importanti radicali trasformazioni della nazione nella politica, nell'economia, nella società, nei consumi e nei diritti. Si ha l'impressione che l'istituzione repubblicana sia riuscita a consolidarsi rapidamente nei primi decenni della sua esistenza, se si pensa ai risultati del referendum, ne appare subito la singolarità: la differenza tra i voti repubblicani e quelli monarchici era meno di due milioni. Certi settori della propaganda anticomunista e conservatrice sostenevano la monarchia come baluardo contro il 'sovietismo', come elemento unificante e tradizionale dello Stivale, ma ben pochi partiti si schierarono ufficialmente al suo fianco, solo il Partito Liberale, di memoria prefascista e giolittiana. La Democrazia Cristiana, nonostante avesse in larga parte all'epoca un elettorato di simpatie regie, si dichiarò agnostica alla consultazione proprio per questo, mentre la sua dirigenza era quasi tutta repubblicana. Inutile citare la battaglia feroce per la Repubblica da parte di tutti i partiti di sinistra (Socialisti, Comunisti, Azionisti) e dello storico Partito Repubblicano, che vide finalmente "coronare" il suo più grande obiettivo politico. I Savoia erano accusati di aver permesso l'avvento della dittatura fascista, di aver tollerato le Leggi razziali, la guerra e infine, accusa non da poco, di essere fuggiti da Roma durante l'occupazione nazista per l'armistizio italiano. Vittorio Emanuele III, re da mezzo secolo, abdicò troppo tardi in favore del figlio (meno di un mese prima dal referendum) Umberto II che con la moglie Maria José (la regina antifascista che aveva inviato armi e rifornimenti ai partigiani piemontesi dal suo rifugio in Svizzera) non riuscirono a cambiare l'orientamento dell'opinione pubblica in poche settimane, soprattutto quella del Centro-Nord industrializzato dove gli ideali repubblicani avevano sempre avuto più presa. Al Sud, nella Capitale e nelle Isole prevalsero i voti monarchici per svariati motivi: generale conservatorismo, ruralismo delle popolazioni del Mezzogiorno e attrazione per il paternalismo monarchico (eredità borbonica e pontificia), anticomunismo, influenza della Chiesa e dei proprietari terrieri. La regione del Nord dove i voti monarchici ebbero peso fu il Piemonte, la regione storica della famiglia reale, dove tuttavia non ottenne la maggioranza dei voti. Gli stessi ex fascisti e neofascisti non perdonarono alla monarchia di aver "tradito" Mussolini e probabilmente molti di questi scelsero la soluzione repubblicana.

Ma che fine fecero tutti i voti andati alla monarchia? Vittorio Gorresio scriveva nel 1966, a vent'anni dalla nascita della Repubblica, che il rimpianto per l'istituto monarchico non era più vivo da tempo e ne restava a malapena il ricordo. Nessuno pensava più seriamente che fra tutti i problemi che potevano angustiare il paese, ve ne fosse almeno uno che avrebbe potuto essere risolto con un ritorno del re. Complici forse l'industrializzazione di massa, il miracolo economico e il boom demografico che avevano mutato molto in fretta la vecchia Italia contadina e i suoi assetti sociopolitici con un grande ricambio generazionale. Il Bel Paese era unito da neanche un secolo e come diceva il conte Sforza, l'istituto monarchico, rimanendo una delle forme di governo più primitive e paternalistiche, è possibile solo in quei paesi che hanno raggiunto un altissimo grado di civiltà politica (Regno Unito), oppure in quei paesi che non sono ancora arrivati - per così dire - alla storia contemporanea (Arabia Saudita); i paesi di mezzo, anch'essi nella storia contemporanea ma che non hanno tradizioni politiche unitarie e liberaldemocratiche di lunga data, sono notoriamente repubblicani.

Dal secondo dopoguerra, di anno in anno, i voti monarchici diminuirono costantemente ad ogni elezione, tanto in sede locale quanto nazionale e una restaurazione divenne sempre più lontana fino a sparire da qualsiasi scenario ipotetico. I partiti monarchici, d'altro canto, a causa della loro natura scissionistica e sempre più dipendente dai Democristiani e dal Movimento Sociale Italiano, non riuscirono a colmare l'emorragia di voti e alla fine, nel 1972, sparirono dalle schede elettorali. Il voto monarchico nella prima Italia repubblicana era più un voto nostalgico che altro, difficilmente avrebbe potuto restaurare un reame. Mi viene in mente il film Gli onorevoli (1963) di Sergio Corbucci, che riassume bene quello che fu la cosiddetta Prima Repubblica, dove c'era ben poco spazio per 'romantiche nostalgie' essendo solo una facciata elettorale (con gran scorno del protagonista Antonio La Trippa, monarchico e idealista di ferro) e molto per il clientelismo.

Oggi le nostalgie monarchiche continuano ad esserci, ma sono molto più sparute, deboli, disorganizzate ed elitarie di prima. Ancora oggi molti parlano di presunti brogli per deporre un monarca (spesso per malcontento verso i nostri governanti), ma io penso, francamente, che tale teoria di complotto non abbia più ragion d'essere, perché anche se avessero votato molti soldati italiani ancora prigionieri all'estero, insieme alle regioni ancora sotto governo militare angloamericano come Trieste e Alto Adige, i risultati sarebbero stati probabilmente gli stessi o sarebbero cambiati di poco, dato che le colpe e le accuse della famiglia reale erano vere almeno in parte e su di essa ricadevano troppe responsabilità per non tenerne conto.

Non si sa come sarebbe stata l'Italia se avesse vinto la monarchia, forse poco diversa da oggi, con una monarchia parlamentare dai ruoli simili al nostro Presidente della Repubblica, ma con una corte più fastosa, elargitrice di titoli nobiliari, un argomento in più per il gossip e manifestazioni per chiederne l'abolizione alla prima crisi economica.

La Repubblica oggi si dirige verso il suo secolo di vita, è matura e con una Costituzione progressista che spesso è rimasta inapplicata in molte sue parti per convenienza di un ceto politico corrotto e irresponsabile, che nel secondo dopoguerra non accantonò molte leggi fasciste (il Codice Rocco è ancora in vigore) e amnistiò troppi collusi col passato regime.

Una Repubblica troppo spesso oligarchica, rinchiusa nei suoi palazzi di potere, lontana dai cittadini e più privata che pubblica. Ma è la nostra Repubblica, laica e democratica, il nostro bene comune e popolare, e dobbiamo difenderla e non rinunciare mai a una sua continua maturazione.

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