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Una storia di TurelCaccese

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CRIATURE: We Have Assumed Control (8/9)

8/9: Ignis Fatuus

Pubblicato il 10 luglio 2017

- Bah.. Sinceramente, il fumetto è tutta un' altra storia. Al diavolo le sorelle Wachowski e il loro utopistico film. Hanno sguinzagliato una generazione di fomentatori d'odio. Sono convinto che lo spunto per la nascita dell'ISIS l'hanno preso dopo aver visto il film e senza mai aver letto il fumetto. Tutto questo per far credere alle persone che possono realmente cambiare le cose. Sai cosa succederà? Succederà che quando tornerai qui non sarà cambiato niente, ad eccezione di tre cose: Qualche bar cambierà gestione, i tuoi famigliari ti sembreranno più vecchi e le sigarette saranno più care. Quello che ti aspetta qui e di restare a guardare mentre tutti in un modo o nell'altro cercano di ingannare la morte. Un bel giorno, mentre farai due passi, vedrai un manifesto appeso ad un palo o sui muri di qualche tuo vecchio amico o compagno di classe abbracciato ad un partner con sotto la scritta "Oggi Sposi" e li vedrai condannati a continuare a vivere qui per il resto della loro vita a credere di essere felici solo perché non hanno mai voluto realmente guardare dentro sé stessi. Sai per quale motivo? Per paura di dover cambiare opinione su convinzioni su cui hanno basato la loro esistenza.

- Magari sono felici davvero...

- Certo che sono felici. Felici di non dover più soffrire di nostalgia.

- Perché non parti anche tu?

- Ora come ora non posso.

- Si, dici sempre così.

- Sto aspettando che comincino a pagarmi per quegli articoli. E poi lì con te c'è già Michele...

- Non ho capito perché ce l'hai tanto con lui… perché cavolo non sei voluto venire ad accompagnarlo quando è partito? Lo sai che non tornerà più qui, non dopo quello che gli è successo. Lui resta un tuo amico.

- Amici certo… amici per convenienza… Serve la macchina? chiediamo ad Otino. Serve qualcuno che ti cerchi un lavoro? Otino ha le conoscenze. Poi chiami solo per sapere come stai e ti rispondono con "bene, ma da oggi in poi non dovrai più chiamarmi". Ma ti rendi conto? È partito quattro mesi fa, non ieri, e ha chiuso i rapporti con tutti. Anche con le uniche persone che lo sopportavano. Ti sembra giusto?

- È una sua scelta. Nel bene e nel male le scelte vanno rispettate, soprattutto le scelte delle persone a cui tieni. Poi tu non parlare di chiusura di rapporti che proprio non puoi aprire bocca.

- Lo so cazzo lo so. Non c'è notte in cui non mi senta un completo idiota… e tutto questo dopo sei mesi, non subito, ci sono voluti sei mesi per rendersi conto del casino che ho combinato. E poi sono passati due anni, forse tre… e non c'è giorno che non pensi a voler tornare indietro e cambiare le cose...

- Hai provato a risentirla?

- Credo mi abbia bloccato, non riesco a scriverle.

- Per come l'hai trattata, non mi stupisce affatto.

- E tutto questo per una serie di stupidi sogni.

- Non dare la colpa ai tuoi sogni, le cose non andavano già bene, non facevi che lamentarti.

- Forse... ma dovevo capire da solo se ci tenevo… ci ho messo troppo per capirlo… troppo…

- No, le avresti fatto solo altro male e lo sai. Devi andare avanti, non puoi venire tutti i giorni qui. Va bene ogni tanto, ma ormai sembra che tu ti sia trasferito qui dentro, in mezzo ai ricordi della tua vita. Non puoi vivere nei ricordi Otì, non ne uscirai così.

- Lo so amico mio, lo so… dimmi piuttosto… com è l' Inghilterra?

- Fredda, ma impegnativa. Non mi permette di trovare il tempo per pensare al passato. E per ora, solo per questo, non ho voglia di ritornare qui.

- Dai, godiamoci queste poche ore che abbiamo. Almeno questa estate avrà un senso per un paio di giorni. Tu quand'è che riparti?

- Sto qui per il weekend, riparto lunedì e poi ritorno ai primi di novembre.

- Remember, remember the 5th of November!

Otis era uscito fuori per una boccata d'aria. Non riusciva più a respirare. Non aveva la minima idea di quello che gli era appena capitato ma dopo quel viaggio inaspettato all'interno della foresta, qualcosa in lui era cambiato. Non era qualcosa definibile con le parole, era semplicemente un sentore strano e sconosciuto che si estendeva lungo il suo corpo. Antonio Formato aveva preso la tenda e il resto delle cose che Oto aveva lasciato a terra e gliele stava portando, insieme ad un bicchiere di acqua e zucchero. Intorno, tutto San Cupo si era animato di persone. Mai così tante se ne erano viste in quel piccolo paese. Lungo le strade si erano aggiunte bancarelle, paninari e vari artisti locali. Un camioncino aveva tirato su una griglia enorme e continuava ad arrostire salsicce. Da quella posizione Otis riusciva anche a vedere il fumo di un falò di medie dimensioni che stava generando una grossa nuvola nera che aveva coperto il cielo. Una vecchia tradizione centenaria a San Cupo consisteva nell'accendere un piccolo fuoco fatuo davanti la casa dei soldati dispersi durante la guerra. Ancora più particolare era la storia di come questa tradizione dal sapore nord europeo fosse giunta in un paesino del sud Italia.

A quanto raccontavano le anziane signore di San Cupo che a loro volta avevano ascoltato la storia narrata dalle loro nonne, un giorno di più di 150 anni prima, un vecchio coltivatore, mentre stava raccogliendo il grano nel suo campo, notò un uomo giungere dal caldo e soleggiato orizzonte. Il contadino lo guardò stranito per via del suo aspetto. L'uomo misterioso aveva una carnagione chiarissima, barba e capelli lunghi e biondi, corporatura massiccia, indossava dei vecchi stracci e portava sulle spalle una pesante cassa in legno dalla forma cubica. L'uomo misterioso arrivò a pochi passi dal coltivate e gli disse sorridendo "God dah!". L'altro non capì, lo guardò confuso e disse "Guddà?" "God dah!" ripetè lo straniero. Dopo qualche minuto di incomprensioni l'uomo misterioso si presentò: "Jag heter Jörgen Ek".

Il coltivatore notò la stanchezza dello straniero e gli offrì vitto e alloggio presso la sua cascina tra le campagne di San Cupo. Non si fidava del tutto di quello strano uomo arrivato chissà da dove ma aveva bisogno di manodopera per il lavoro nei campi. Il coltivatore, un piccolo uomo sulla sessantina, era sposato ed aveva avuto cinque figlie, senza nessun erede maschio. Vista la corporatura robusta dell'uomo, aveva già pianificato di poter finalmente alleggerire gran parte del suo lavoro, almeno per un paio di giorni. Durante la cena, tutta la famiglia dell'uomo riunita al tavolo, era incuriosita sia dallo straniero che dal contenuto di quell'enorme cassa che portava con sé. Il coltivatore provò ad esprimersi a gesti per domandare a Jörgen cosa ci fosse in quella scatola.

Toccava il legno della cassa con la mano e poi con la stessa, stringendo i vari diti a mo di becco, gesticolava di fronte al naso di Jörgen. "Che ci sta qua ddinto?" Jörgen capì la domanda e cominciò a ridere fragorosamente, anche per via dei fumi del vino paesano che gli era stato offerto e che aveva colorato di rosso la sua pallida faccia. Jörgen provò a spiegarsi anche lui a gesti. Rifletté un secondò, batté le dita sul tavolo è sospirò. "Detta… Detta är.. err.. ". Jörgen cominciò a sbruffare non riuscendo a trovare le parole per definirne il contenuto. Si portò le mani sul petto, all'altezza del cuore e disse con un sincero sorriso "Detta är livet!". Il coltivatore, sgranò gli occhi e rispose "Ah! Stanno le aulive!". Tutte le figlie scoppiarono a ridere. Lo stranierò incuriosito disse: "Auliven? Vilka är auliven? Nej!" A questo punto si alzò in piedi mentre tutta la famiglia del coltivatore attendeva una risposta con trepidante attesa. Jörgen allora si avvicinò al coltivatore, gli toccò il petto e disse "Detta". Poi si avvicinò all'anziana moglie del coltivatore, le toccò il petto e disse "Detta", dopodiché guardò tutte le figlie e puntandole col dito le fece segno di portarsi una mano sul petto. Loro, prima arrossirono e poi seguirono le indicazioni dello straniero. "Detta, detta, detta, detta… detta!" Poi tornò a guardare il fattore, diede due colpi alla cassa com la mano e disse "Detta är licet". Si portò le mani al cuore e aggiunse: "Min familj!". Tutti rimasero in silenzio. Il coltivatore rimase senza parole, le figlie del coltivatore continuarono a ridere e a portarsi le mani al petto e ripetere "Detta" come in un gioco, ma il loro padre rimase con uno sguardo vacuo. La moglie del contadino rideva con le figlie ma notò lo sguardo pietrificato del marito. Lo straniero fu sistemato insieme con la sua cassa in una piccola stalla a pochi metri dall'abitazione. Prima di andare a dormire, nella sua camera da letto, il coltivatore discusse con sua moglie di quello che era accaduto durante la cena. Lo straniero aveva lasciato intendere in maniera ambigua cosa ci fosse in quella scatola. I dubbi si stavano insinuando nel San cupese e sua moglie li alimentò ancora di più con le sue supposizioni. Prima di andare a dormire, discussero a lungo. Il giorno seguente Jörgen venne svegliato all'alba e si incamminò insieme al fattore nei campi. Jörgen lavorò duramente anche come forma di ringraziamento per l'ospitalità ricevuta. Di fatto il solo lavoro di Jörgen quel giorno, equivaleva a tre giornate tipiche di lavoro del coltivatore. Per tutto il tempo l'uomo non domandò nulla allo straniero rimanendo visibilmente pensieroso. Ma al tramonto, durante il viaggio di ritorno a casa, provò di nuovo a parlare con Jörgen cercando di togliersi alcuni dei dubbi che arrivati a quel punto della giornata, lo stavano facendo impazzire. Mentre camminavano il coltivatore si fermò e si mise di fronte a Jörgen. Gesticolò per un po'. Allargo le mani per raffigurare l'enorme cassa e provò a dire allo straniero "Detta… No! Non qui!" muovendo le braccia a destra e a sinistra in segno di negazione. Poi continuò "Gendarmi…" provò a raffigurare una sentinella, una guardia, con scarso esito. "Gendarmi a me… caput!" fece con la mano il segno di una grossa X nell'aria. Jörgen rimase confuso in un primo momento, non aveva capito tutto ma qualcosa la capì: Quella cassa di legno era un problema. Quando tornarono a casa, Jörgen aveva un viso cupo e triste e non ci fu la stessa allegria come durante la sera precedente. Jörgen dopo cena tornò nella stalla. Il giorno seguente, all'alba, il coltivatore andò a chiamare Jörgen nella stanza ma quando entrò notò che la grossa cassa era sparita. Svegliò Jörgen e indicando il punto dove prima c'era la cassa, chiese spiegazioni. Jörgen rispose "Nej! Inte mer! Inte Mer! Gesticolando con le mani fece il segno della grossa X come il coltivatore qualche ora prima :"Nej Gendarme! Nej!". La scatola era sparita. Jörgen non disse mai più nulla della grossa cassa e rimase in quella casa a lavorare per diversi anni. Grazie all'aiuto di Jörgen il fattore riuscì a guadagnare molti più soldi che gli permisero uno stile di vita più agiato e tranquillo. Col passare del tempo, Jörgen si innamorò della più grande delle figlie del fattore e decise di sposarla. Una sera, poco prima delle nozze, chiamò a sé tutta la famiglia del coltivatore e li portò lungo il torrente a valle di San Cupo. Scesero per la stradina e videro di nuovo quella scatola. In un primo momento al coltivatore gli venne un colpo ma Jörgen subito cercò di spiegare. Con tutta la famiglia riunita, si mise a pochi passi dalla cassa che era stata appoggiata su una piccola zattera galleggiante sul torrente. Toccò la scatola e disse "Detta var mit liv, min familj. Questa era mia vita, mia famiglia". Prese una grossa fiaccola situata a qualche metro di distanza e, nell'incredulità generale dei presenti, diede fuoco alla cassa. Sotto gli occhi stupefatti di tutti, la cassa si illuminò di una fiamma bluastra e prese fuoco in una maniera del tutto atipica. Mentre la fiamma bruciava il contenuto della scatola, Jörgen si avvicinò alla sua futura moglie, le toccò il petto e guardandola negli occhi disse "Detta… questo", poi si avvicinò alle sorelle toccandole "Detta, detta, detta, detta", poi si avvicinò alla madre e la toccò. "Detta." Infine toccò il petto del padre. "Detta är livet, detta är min famijl". Questa è la mia vita, la mia famiglia".

Jörgen divenne un cittadino di San Cupo poche ore dopo e cambiò il suo cognome con il cognome della famiglia del coltivatore. Jörgen Ek divenne Jörgen Capilato. La leggenda vuole che Jörgen, poco dopo le nozze, ormai da cittadino italiano, venne chiamato durante una delle guerre d'indipendenza italiane da cui non ritornò mai più. Per anni sua moglie accese dei fuochi fatui affinché la sua anima potesse ritrovare il sentiero smarrito e far ritorno a casa. Da allora questa tradizione è diventata parte integrante della cultura San cupese e fu rispettata anche durante le due guerre mondiali.

Però la situazione attuale alquanto differente e assai più complicata, l'idea del falò era stata discussa da Don Emilio (prete di San Cupo) e dagli abitanti locali. Essendo una tradizione pagana, non c'era un via libera ufficiale da parte della chiesa e Don Emilio decise di non immischiarsi in una tradizione locale. Così, alcune associazioni giovanili decisero di accendere un falò poco lontano dalla piazza principale. Il fuoco fatuo, ovvero la fiamma blu, necessitava di una quantitativo di metano e fosfato (un derivante nella combustione di resti organici) molto elevata e vennero accese solo alcune fiammelle intorno al molto più pittoresco falò alimentato da ceppi in legno, vecchi mobili inutilizzati e anche oggetti non propriamente adatti alla combustione. Ne uscì fuori un caldo e tossico fuoco rosso, tossico per via della vernice a solvente dei mobili e delle plastiche. Ad accompagnare quel fuoco, delle piccole fiammelle blu, dei fuochi fatui per richiamare a sé "l' anime di li creature". Dalla distanza in cui Otis stava guardando, il blu divenne una sfumatura del rosso, il rosso una sfumatura del nero. Il denso fumo nero stava ricoprendo il cielo e più di una lamentela era stata fatta per via dell'aria malsana che si respirava a pochi passi da quel fuoco.

Gli abitanti del luogo, vista l'affluenza di persone, avevano trasformato la triste giornata in una specie di sagra. Tutti i paesi limitrofi si erano svuotati, tutti erano a San Cupo a commemorare una scomparsa. E questo era strano perché a San Cupo nessuno parla mai delle proprie disgrazie, le difficoltà vanno nascoste agli altri, non bisogna mai chiedere aiuto. Ma Maicol, Martina, Saverio, Giada, Clemente, Gionatan, Francesco, Marco M. Marco C, Raffaella, Jessica, Filiberto, Camilla e tanti altri, ognuno di questi bambini aveva una famiglia e tutte queste famiglie erano una sola e grande "famijl".

Otis aveva finalmente cominciato a riprendersi e aveva bisogno di risposte. Molte risposte. Decise insieme ad Antonio di camminare lungo il paese per respirare un po' d'ossigeno. Otis si caricò lo zaino in spalla e Antonio lo aiutò, portando con sé la borsa con la tenda.

- Antonio… qualcosa sta succedendo qui…

- Me ne sono accorto Otis. Ognuno sta cercando di trovarci un senso, ma nessuno sa da dove cominciare.

- Cosa ha scoperto la polizia?

- Non molto, ci sono delle piste, ma bisogna approfondire, qui ognuno potrebbe nascondere delle informazioni utili.

- Tu cosa sai?

- So qualcosa... Tu cosa sai?

Otis, si fermò un secondo e prese i documenti che si era portato nello zaino. Mostrò i vari articoli che aveva stampato la sera precedente. Antonio li lesse con ripugnanza e si rimise a camminare.

- Loro non sanno un cazzo. Oto, sai che mia moglie lavora nell'archivio comunale…

- Certo…

- Le capita a volte di portarsi il lavoro a casa per gestire l'inventario e riportare anche alcune vecchie notizie, concessioni edilizie, vecchi bandi, scartoffie di ogni tipo. Beh, mi ha chiamato qualche ora fa dicendo di aver trovato qualcosa.

Antonio, prese dalla tasca il suo smartphone, inserì il codice di sblocco ed aprì la galleria delle immagini. Poi mise il telefono davanti al naso di Otis.

- Guarda qui…

Otis sgranò gli occhi. La foto mostrava una vecchia concessione edilizia datata 1986 con tanto di nomi societari, date e firme. Le società chiamate in ballo erano la "Tu.Na srl" amministrata da Tullio Patrevita e la "Lucusta spa", grossa società con sede a Milano che aveva conquistato il mercato europeo proprio in quegli anni. La società era quotata in borsa e gestiva i settori più disparati, dagli articoli sanitari, alla vendita di aspirine. Il nome dell'amministratore delegato che risultava era quello di Remo Razzi. La famiglia Razzi aveva delle origini San cupesi (difatti c'era una strada a San Cupo di nome via Razzi e anche uno dei vecchi preti del paese portava questo cognome) anche se gran parte di quel ramo si era spostato altrove e nessun legame di sangue era rimasto in paese dopo gli anni '90. Nel documento veniva concessa la possibilità di costruire una centralina elettrica, una piccola centralina di conversione dell'energia elettrica gestita dalla "Lucusta spa" ma realizzata dalla "Tu.Na srl" . L'area di costruzione era una piccola zona boscosa, a pochi passi dalla strada per San Cupo. Una tipica zona di asparagi e di raccolta di funghi. La stessa zona che aveva percorso Oto per arrivare al paese quel giorno.

- Oto, quella concessione fu firmata e qualche giorno dopo passò di li un ragazzo, il figlio di un barbiere locale. Stava cercando dei funghi e ad un tratto cadde a terra. Le sue gambe e parte del suo corpo rimasero paralizzate.

- Io sono passato per di là qualche ora fa… non ho visto nessuna centralina elettrica.

- Ora scorri a destra.

Nella nuova foto c'era una recente concessione edilizia datata inizio Settembre 2016. Le stesse società, le stesse firme, gli stessi nomi. Tre sole differenze: il sindaco era quello attuale ovvero Zaccaria Lo Conte; La data; Il luogo, Strada Statale 46. Otis rifletté un secondo.

- La strada è…

- Dove sono spariti i bambini…

- Centraline elettriche?

- Nemmeno l'ombra.

- Dove sono questi documenti?

- Sono in un posto sicuro, non posso dirti altro per ora. Otis, qui c'è qualcosa di molto strano...

Otis aveva finalmente trovato una pista, una pista che non stava nemmeno cercando. Una parte di lui non voleva sapere più nulla di questa storia e di San Cupo. L'assurda giornata che aveva trascorso sembrava non voler finire mai. Ed Otis era stanco, affannato e scosso. Mentre Antonio parlava, più di una volta ripensò al colore degli occhi della ragazza dai capelli rossi. Stava cercando di trovare un senso a tutto questo. E queste nuove informazioni si stavano accavallando, sfiorando la sua lucidità mentale che sembrava ormai vacillare già da un po', da quando si era accorto di avere in tasca le chiavi della sua auto. E questa storia delle centraline… proprio dove gli era comparso Michele, in quella zona. Non poteva essere possibile. Camminò cercando di reggere quanto possibile ma mentre passarono in un vicolo, proprio di fronte a lui notò un piccolo manifesto. Otò si bloccò e restò immobile. Aveva trovato una nuova risposta a una domanda che si faceva da tempo, ma che non poteva proprio reggere ora, dopo tutte le informazioni e le vicissitudini di quel giorno. Antonio si fermò, lo guardò, poi guardò il manifesto e si accorse del dolore di Otis.

- Oh… Non lo sapevi? Cavolo Otis, mi dispiace.

Otis guardò il manifesto rapidamente, poi rimase una trentina di secondi in silenzio a fissare il vuoto. Si bloccò letteralmente. Antonio prese dal suo astuccio una bottiglia d'acqua. Otis restò immobile. Dopo un po' sospirò. Antonio gli porse la bottiglia d'acqua ma Otis la rifiutò.

- Antonio, puoi accompagnarmi alla macchina per piacere?

- Certo Oto.

Entrambi si allontanarono in silenzio, senza proferire parola. Sul muro, una foto di una giovane coppia e la scritta "Gerardo e Rachele, oggi sposi".

Illustrazioni: Gianna Mariello (La libreria della piccola Sofia)

Gif: Mattia Naliato (studiopazzia) e Roberto Guerinoni (Uomini e Lama)

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