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Una storia di Nikolay

Ai mercati rionali con zio Gianni

Tra amarcord fanciulleschi e leggi economiche di paesello

Pubblicato il 17 dicembre 2017 in Humor

Tags: mercato adolescenza amarcord economia lavoro

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Era estate, potevo tenere dodici o tredici anni.

Un periodo in cui uscivano i primi telefonini col touch screen, all’epoca un lusso che si potevano permettere in pochi.

I figli di papà camminavano coi Nokia N70 in tasca, paragonabili al valore che oggi daremmo a uno degli ultimi iphone messi sul mercato.

Ormai mi ero fissato che mi dovevo comprare il cellulare che non teneva la tastiera, perché si portava assai.

“Vai a lavorare e te lo compri, qual è il problema?”, mi disse mammà.

“E dove posso andare, chi mi prende a me?”.

“Zio Gianni sto periodo tiene sempre un po’ di clienti in più. La gente deve andare a mare, allora fa gli acquisti”.

‘Na settimana dopo, mi svegliavo alle sei del mattino per andare ai mercati rionali.

I compagnielli miei, la sera, mi salutavano con amarezza: mentre il mattino dopo, verso le dieci, loro si sarebbero ritrovati nell’androne del palazzo per organizzare la tedesca, io già tenevo alle spalle mezza giornata di fatica, e li raggiungevo solo al tardo pomeriggio.

Portava un camion pieno di roba zio Gianni, che mi ricordo vendeva i vestiti da donna.

Ai tempi in cui pure se Silviuccio faceva il “bunga bunga”, potevamo ancora mettere il piatto a tavola e farci la pizza tutta la famiglia, la sera, a Piedimonte Matese, un sabato sì e quello appresso pure.

Arrivavamo sul posto alle sette del mattino. Un poco prima della gente, perché dovevamo smontare tutto e mettere la merce in esposizione.

Certi ferri pesavano n’accidente. Menomale che ci stava pure Enzo a darci ‘na mano. Ha faticato con zio Gianni per tanti anni, poi non so che fine ha fatto.

“Queste maglie cinque euro, i pantaloni otto. Quelle appese sopra invece, se te lo chiedono, mi chiami a me”.

Teneva ‘na bella pacienza Enzo, che ogni giorno mi aiutava ad imparare i prezzi che dovevo mettere sopra i prodotti.

La difficoltà stava nel fatto che tali prezzi, a seconda del giorno e del paese, cambiavano.

“Qua so’ contadini, le maglie invece di cinque le mettiamo a quattro euro, sennò non si vende”, diceva zio Gianni. E io facevo quello che mi si chiedeva, senza fare domande, pure perché ai tempi non capivo molto. All’epoca, d’altronde, l’economia non l’avevo ancora studiata. In verità penso manco lui, però l’esperienza contava assai.

In mezzo al mercato, ovunque si andava, lo conoscevano tutti quanti. Spesso mi mandava dai suoi colleghi a prendere delle cose, a ordinare il caffè al bar, e mi trattavano come uno di famiglia, anche se non li conoscevo.

“So’ il nipote di Giovanni, quello che vende la roba da donna”, mi bastava dire, e mi si apriva davanti un mondo. Non a caso avrei sfruttato, col tempo, questa parentela per scopi culinari assai particolari.

Quando il signore con l’Apecar che vendeva le pizze fritte passava nel mio vicariello, mammà mi dava sempre un euro, così potevo comprare qualcosa.

Ma ahimè, un euro di panzerotti non mi bastavano. Il tempo di risalire le quattro scale dal primo piano fino a casa, che erano finiti già.

La situazione sarebbe cambiata quando cominciai ad acchiappare il rivenditore nel bel mezzo del mercato rionale.

“Tu diglielo che sei nipote a me, quello ti tratta bene”, mi disse zio Gianni la prima volta.

Io pigliai coraggio, mi avvicinai, facendo la solita richiesta ed allungando la moneta come sempre.

Soltanto che stavolta, mentre stava per lasciarmi la busta, gli dissi: “Io so’ nipote di Giovanni, quello che vende la roba da donna”, e quello ritirò la mano, pigliò altri panzerotti e riempì il contenitore fino all’orlo.

Incredulo e felice al tempo stesso, ritornavo sotto la baracca per raccontare il fatto.

La cosa divenne così abituale, a tal punto che iniziai a ledere non poco la stessa attività per cui lavoravo.

Appena si faceva ‘na certa ora, mi recavo sul posto per poi tornare indietro con la solita busta piena fino a sopra.

Ma proprio quando ciò accadeva, il cibo non mi permetteva di svolgere anche le mansioni più elementari. D’improvviso sparivo dalla circolazione, senza ‘na motivazione apparente.

“Ueue ma dove stai? Qua stanno i clienti da spicciare…”, faceva zio Gianni, che nel frattempo scrutava a destra e sinistra per ritrovare il nipote perduto.

“Sto qua, n’attimo e vengo”, rispondevo io nascosto nel camion, con la mia busta di panzerotti come un pozzo senza fondo, alzando trionfante la mano sporca d’olio per friggere.

Lui sul momento si incazzava, poi quando glielo raccontava a Enzo, si mettevano a ridere e a sfottermi tutta la giornata.

La problematica maggiore di tale esperienza fu quella di pigliare per fesso i clienti.

“Tu ogni cosa che ti chiedono, dici sempre che mo’ si porta assai, pure se non è vero. Basta che si vende”, era una delle leggi immorali del mercato.

Ma non ce la facevo, era più forte di me. Io ci provavo con tutto me stesso, ma ‘na volta si raggiunse il colmo.

Si presentò sotto la baracca ‘na signora che poteva essere un metro e cinquanta per parecchi, assai chili di peso.

Vedevo la cristiana scrutare un vestitino stretto, uno di quelli che se lo mettono le uagliuncelle di quindici, sedici anni.

“Forse deve fare un regalo”, pensai.

Ma la signora nel frattempo continuava a guardarselo per bene, dubbiosa.

“Signò, vi serve qualcosa? Prego!”, feci io.

“Giovinò mi interessa questo top, però so’ indecisa se prenderlo o no. Che dici, mi va?”.

“Ma per voi, signò?”, chiesi conferma, pensando di non aver sentito bene.

“Sì, per me”.

“Perdonatemi, ma come ve lo volete far entrare un coso del genere addosso a voi...”, risposi senza mezzi termini. Con innocenza, certo, ma col senno di poi posso dire che si sarà pigliata collera assai.

E così, tra una contrattazione e l’altra, la mattinata passava. In genere quando l’orologio segnava mezzogiorno, la gente cominciava a ritirarsi per cucinare, e pure zio Gianni faceva segno che dovevamo smontare tutto.

Io però spesso, forse perché andavo avanti e indietro una giornata intera, venivo pigliato dal sonno, tant’è che mi addormentavo nel camion durante il viaggio di ritorno.

Ogni sabato sera, quando tutta la famiglia si riuniva da nonna Rafilina, zio Gianni raccontava i momenti salienti della settimana: i guai che facevo, i panzerotti mangiati, le tarantelle con le vecchiarelle, clienti fin troppo esigenti. E tutti quanti ridevano, me compreso.

Poi, quando abbiamo visto per mesi il suo furgoncino fermo dietro casa, non abbiamo più riso.

Lo stesso furgoncino che, manco un mese fa, zio Gianni ha dovuto vendere, perché mo’ a fare l’ambulante non ci guadagni più niente, e almeno così ha ricoperto un po’ di spese. Lui che oggi si sta cercando n’altra fatica, a cinquant’anni.

E come fa a tenere sempre la capa a scherzare, nonostante tutto, io non me lo spiego.

Sarà un fatto di famiglia, che pure se la nave sta affondando, pensiamo che dopotutto non sarà un bagno al mare a farci venire la bronchite cronica.

Tanto prima o poi ‘na zattera di salvataggio deve sempre passare, o no?

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