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Una storia di BettinaB

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Doppio Respiro

Il doppio non ce l'ho, ma quasi

Pubblicato il 22 settembre 2015

Non mi rimane che attendere. Questa è l'ultima volta che incontro Sandro. Il lampione è il solito, quello in angolo tra Via dei Larici e Piazzetta Garibaldi e pure l'ora è la stessa, le 22:00. Non ci sono ragazzini in giro, concentrati per lo più nell'altro lato della periferia, vicino alla stazione metro. Gli ho fatto tre squilli, poi ho riagganciato. Tre squilli sono io. Sandro risponde al telefono dal decimo squillo in su, a me ne ha sempre riservati tre, intorno alle 20:00, poi il resto lo sappiamo entrambi. Un anno esatto, oggi. La prima volta che lo chiamai ero nervoso. Certe cose si sentono. Intendo dire che uno sa quando sta facendo una cosa sensata e quando invece fa una cazzata e quando si tratta della seconda c'è sempre il viso di qualcuno che temi a passarti in testa. In quell'occasione vidi il viso di Nello, mio padre. Antonello il camionista, Nello per tutti, anche per me.

Comunque a Sandro lo chiamai lo stesso.

-Guarda che quello non si chiama Sandro, mi aveva sussurrato il mio collega addetto al nastro metallico di scorrimento.

Stavo inscatolando e caricavo il carrello elevatore, in testa mi facevo due conti sulle ore di straordinario.

-E come si chiama?

-A te ha detto Sandro, a qualcun altro dice di chiamarsi Mirko. Vedi te che c'è una bella differenza. Sta sempre fuori dalla fabbrica, a fine turno delle 06:00 della mattina. Non promette nulla di buono. T'ho avvisato.

Il mio collega è un impiccione.

Respiro. Ho freddo. Colpa del vento e della fretta che non ho controllato che tempo tirava fuori.

Un tempo da stare in casa, che non sai se sta per scatenarsi un acquazzone o peggio, le raffiche mi spingono da dietro e sono costretto a mettermi di lato, con il corpo a tagliare il vento. -Cazzo, ma quanto ci mette Sandro ad arrivare?

Questa è l'ultima volta che lo incontro. Trovo il coraggio per dirglielo e farò anche la faccia seria, cattiva, malvagia se serve. Così non si può più andare avanti. Doveva aiutarmi, invece mi ha fatto infilare dritto nel collo di un imbuto. Mentre aspetto, li conto. Duemila per precisione, e sono stato puntuale. Però io ne avevo chiesti poco più della metà. La prima volta è stato generoso, mi ha detto di far con comodo a restituirli, la seconda mi è venuto a trovare fuori dalla fabbrica tre volte in una settimana, anzi quattro, a giudicare dal tipo grosso appoggiato fuori dal cancello. Aveva tatuaggi da tutte le parti e si divertiva a limare un legnetto con un coltello. Era fisso lì da un paio d'ore, lo vedevo dal finestrone del primo piano. Quando sono uscito non mi ha detto nulla, mi ha guardato. Uno sguardo più che sufficiente per farmi sentire un tremito nella schiena. La terza volta, quando Sandro è venuto al lampione mi ha messo in tasca del giubbotto la busta, mi ha sorriso col suo viso d'angelo, perchè Sandro è un tipo nordico, capelli biondi, occhi celesti e pelle quasi trasparente. Dicevo che mi ha sorriso, mi ha messo la busta in tasca, e mi ha detto di rendergli "il doppio" entro due settimane. "Il doppio", esattamente, poi ha aggiunto -Come funzionano i freni al tir di tuo padre?

Ho dovuto inghiottire. Il doppio non ce l'ho, ma quasi.

Respiro e attendo. Si dovrà accontentare come mi sono dovuto accontentare io quando il capo mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha parlato di riduzione dell'orario e di dimezzamento, risorse, produzione, qualità, prestazioni, snellimento delle spese, dimagrimento paga. Solo che a quelli della casa l'affitto a metà non glielo posso dare e nemmeno agli impiegati dell'erario.

Tutto ha un costo. Respirare è gratis. Respiro avido il vento e il freddo,

Eccolo Sandro! Avanza piano, tanto lui non ha mai fretta. Attendo che si avvicini, mi arriva a meno di trenta centimetri, -ce li hai?, chiede senza giri di parole. Neanche un banale "come stai?".

-Sì, te li prendi e fai finta di non avermi conosciuto. Da oggi non ti squillo più.

Inizia a contarli e io penso che tra poco si accorgerà che non sono tutti. -Manca roba..., dice.

-Manca roba... è vero, ma te fai finta che sono tutti.

Quello ride, come se avesse appena ascoltato la miglior barzelletta della sua vita. Poi si fa serio, -Oh, ma allora a Nello vogliamo vedere se gli fanno i freni al tir? Sì o no?

Butto giù la saliva, come l'altra volta, solo che è di quantità maggiore, come ci stessi per affogare dentro. Mi viene in testa il viso di mio padre, i suoi acciacchi e le canzoni che si spara nell'abitacolo del tir per ingannare la strada.

-Domani ti dò il resto, rispondo. -qui, alle 22:00, balbetto.

Se ne va, dandomi le spalle e riprendendosi l'andatura sicura che non lo ha mai abbandonato.

Respiro.

Nello, mio padre, dorme, Mi ha detto tante volte che la strada è mutevole, le curve traditrici e i rettilinei interminabili sono i migliori amici del sonno. Devi saperli ingannare. Devi guardarli come se li vedessi per la prima volta, soppesarli in distanza e km/h e tenerli a bada quando ti chiamano a pigiare sull'acceleratore. Dice sempre che quando gli occhi iniziano a bruciare ti devi fermare. Tirare un doppio respiro. O sei un uomo morto.

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