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Una storia di Marilena

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I DONI DELL’OCA TURCHINA

Pubblicato il 19 novembre 2017

Tutto cominciò quando l’uomo giunse in quei luoghi spettacolari, stracolmi di vita, di colori e di profumi, dove tutto era dono di una terra generosa. Fu il paesaggio ad ispirare, a chi decise di stabilire lì i propri insediamenti, i nomi di Splendore ed Incanto. Poco alla volta furono edificati due regni confinanti che estesero sempre di più i propri domini, mentre quell’angolo di paradiso andava sempre più perdendo la sua freschezza iniziale. La bramosia di possesso che incendiava gli uomini di quelle terre spinse i due regni a dichiararsi guerra per appropriarsi di ciò che apparteneva all’altro per di accumulare più beni possibili. In questa atmosfera di caos arrivò l’inverno che s’adagiò ovunque con un candido manto di neve.

Non molto lontano dai due regni, sorvolando un esteso lago dalle acque smeraldine e proseguendo sopra montagne innevate, s’arrivava in una valle millenaria che accoglieva un’antica foresta incantata. Fu così che la rabbia dei due regni giunse nella foresta dormente, trasportata da un gelido vento, insinuandosi nei sogni della fata che proteggeva quei luoghi e svegliandola. Così la bellissima creatura dorata, s’avventurò ad uscire dalla sua dimora ed il vento che l’aveva destata l’avvolse in un gelido abbraccio. Nonostante il freddo le intorpidisse il corpo, decise di lasciare il suo letargo per scoprire l’origine delle grida. Svegliò il suo fedele servitore, un meraviglioso cervo alato ed insieme volarono arrivando a Splendore. La fata si spaventò nel riconoscere le terre che non percorreva più da quando le presero in custodia gli umani.

Le rigogliose foreste e le estese praterie avevano lasciato il posto a terreni inceneriti, su cui si adagiavano, coperte dalla neve, le carcasse di animali e di uomini e donne di qualsiasi età. La rabbia le infiammò il sangue e le diede anche la forza di agire per salvare ciò che rimaneva.

Chiamò a se i sopravissuti. Si ritrovò circondata da un gruppo un po’ smilzo di persone tra cui distingueva i re e le regine che stringevano tra le braccia i loro figli. Un bambino di circa dieci anni e una bimbetta paffuta di pochi erano gli unici bambini rimasti. La fata li strappò entrambi alle loro madri e proferì:

- Questi bambini rappresentano il vostro futuro. Io li allontanerò dall’influsso della vostra cattiveria. Potranno ritornare solo quando i loro animi si saranno purificati dall’odio con cui avete impregnato i loro giovani cuori. Vi negherò la discendenza e la prosperità fino a quando non torneranno cambiati. Adesso calmate i vostri animi e pregate affinché le preghiere possano raggiungerli una volta lontani, così come l’eco delle vostre urla rabbiose ha raggiunto me nel sonno.

In ultimo trasformò il piccolo Alessandro in un’oca turchina.

Con la piccina avvolta in una calda coperta, volarono insieme attraverso una bufera di neve al di là delle montagne che accoglievano la Foresta Incantata, verso un piccolo villaggio di contadini, che raggiunsero quando stava calando il pesante buio invernale. Sembrava un miraggio in un deserto di neve. In una piccola casetta due vecchietti, che si stavano affaccendando con la cena, furono interrotti da una serie di rumori dall’esterno. Aprirono la porticina di legno e abbassarono subito gli sguardi perché ai loro piedi giaceva un fagotto da cui si alzava un pianto. La contadina lo raccolse e lo portò in casa. Il vecchio si soffermò a guardarsi intorno e sulla la neve gli parve di distinguere piccole orme palmate, appena disegnate sul soffice biancore, ma non prestò molta attenzione a quel particolare perché fu subito richiamato dalla moglie.

- Guarda, è una bambina! Sta bene, ma è avvolta in coperte sporche di sangue!

- Sembrerebbe caduta dal cielo. Sulla neve non ci sono impronte!

- Ho paura. Portiamola lontano da casa nostra!

- Come possiamo abbandonarla fuori nella neve? Morirebbe di freddo! È vero, ha portato con se tracce di morte, ma noi l’accoglieremo ugualmente e la chiameremo Eva, che vuol dire vita.

In quel momento dal tetto della loro casa un cauto svolazzare d’ali s’allontanò verso la Foresta Incantata.

Villaggio Sereno era un’oasi di pace. Tra i contadini c’era un vivo sentimento di solidarietà ed i loro beni erano costituiti soltanto da ciò che permetteva loro di condurre una vita dignitosa. In quella grossa famiglia Eva fu accolta come una figlia. Gli anni passarono e la bimba crebbe bella, ma con il tempo divenne sempre più evidente il suo pessimo carattere: non aveva rispetto per niente e per nessuno. Era arrogante e presuntuosa, invidiosa di ciò che avevano gli altri e non condivideva nulla, ma nonostante tutto questo, nessuno nel villaggio l’allontanava da se.

Arrivò una nuova primavera. Il giorno in cui Eva incontrò per la prima volta l’oca turchina stava correndo come un’animale selvaggio tra gli alberi della Foresta Incantata. Quando Eva la scorse accanto ad un ruscello, si nascose subito dietro un albero ed iniziò ad osservarla: era enorme. Le sue piume turchine, dalle mille sfumature azzurre emanavano una strana luce ed i suoi occhi pallidi, anch’essi azzurri, apparivano limpidi e trasparenti.

- Una creatura magica!

Disse tra sé la bambina, mentre pensava di ucciderla per imbalsamarla. Allora uscì dal suo nascondiglio e afferrando un pugnale avanzò cauta come un felino. L’animale la vide. Nel momento in cui i loro sguardi s’incontrarono avvenne un incantesimo. Improvvisamente l’oca ricordò tutto chiaramente. Intanto continuava a fissare Eva per nulla allarmata. La piccola rimase paralizzata dall’espressione dell’oca. Reagì subito stringendo meglio l’arma che ora nascondeva dietro la schiena, pronta ad aggredirla alla prima occasione.

L’oca parlò.

- Non uccidermi!

Bastarono queste due parole per bloccare per la seconda volta Eva nel suo intento. Eva le ribatté a tono.

- Gli animali non parlano!

L’oca, senza rispondere a quell’osservazione, proseguì:

- Devi lasciarmi vivere perché il nostri destini sono legati. Il mio compito è quello d’insegnarti il rispetto per tutto ciò che ti circonda ed indicarti il sentiero che ti condurrà all’amore ed alla felicità.

Eva con una risata isterica si mise a saltare rompendo ciò che arrivava alla sua portata con un ramo che aveva spezzato.

- Perché distruggi tutto? Immagina come sarebbe tutto brutto e triste se non esistessero i fiori, le piante e gli alberi, che con i loro colori, profumi e le loro forme non abbellissero il mondo!

Eva si bloccò ancora una volta.

- Sei uno stupido pennuto!

Esclamò correndo verso casa.

Dopo qualche tempo tutti notarono qualcosa di cambiato in Eva. Dopo tanti anni, il giardino dei suoi nonni stava rifiorendo. La bambina aveva scoperto l’importanza di sentirsi circondata dalla bellezza straordinaria del paesaggio della valle in cui viveva. I due anziani la osservavano bisbigliando tra di loro.

- Che il cuore della nostra nipotina stia fiorendo come questo giardino?

Eva dava ascolto soltanto all’oca che divenne il suo guardiano. In sua presenza si trasformava in un essere adorabile, ma era solo calma apparente, perché allora sentiva una collera di cui nemmeno lei capiva l’origine. L’oca lo sapeva, così, una volta, si allontanò di proposito aspettando che lei manifestasse la sua furia. Infatti Eva, iniziò a colpire alcuni animaletti con dei sassi.

L’oca la richiamò e il suo duro tono di rimprovero sembrò conficcarsi nel petto come una lama.

- Perché fai male a queste creature? Pensa a come sarebbe silenzioso e triste il mondo senza le loro allegre voci e i loro colori!

Eva le rispose con una smorfia sonora.

Dopo un po’ di tempo il giardino e l’orto dei suoi nonni si ripopolarono di piccoli animaletti. La casa ricominciò a svegliarsi al mattino col vocio degli uccelli e dei roditori sui rami vicini e che andavano a bussare alle imposte delle finestre per chiedere ad Eva qualcosa da mangiare. Eva, poco per volta, stava imparando l’importanza di sentirsi utile a qualcuno. Con questa scoperta assaporò per la prima volta la felicità. I due anziani la guardavano stupiti e senza far domande aspettavano che si ripetesse il miracolo.

Intanto dai regni di Splendore ed Incanto alcuni uomini intrapresero un viaggio alla ricerca dei due principini, chiedendo ovunque notizie sulla grossa oca turchina.

Eva si era addolcita, ma ogni tanto riesplodeva in attacchi d’ira, che si ripercuotevano sui suoi nonni e sugli abitanti di Villaggio Sereno. L’oca turchina continuava a seguirla di nascosto e nonostante i progressi della piccola, l’osservava con aria avvilita.

- Eva, se dal tuo cuore non uscirà fino all’ultima goccia di rabbia non potremo tornare a casa. Saremo per sempre destinati ad essere infelici. La mia natura umana rimarrà imprigionata in questo corpo d’animale, mentre il tuo animo selvaggio non avrà mai niente di umano nonostante la tue delicate sembianze. Ma riuscirai mai a comprendere, nonostante il mio apparente silenzio, la nostra tragedia?

Un nuovo bianco inverno si depose su tutta la regione. La notte di Natale i due vecchietti stavano preparandosi per andare a festeggiare insieme al resto del villaggio.

- Eva, cosa ti rabbuia il cuore nella notte di Natale, quando dovremmo essere tutti felici? Aiutaci a portare queste pietanze alla festa del villaggio dove staremo tutti in compagnia!

- Non so che farmene della vostra stupida compagnia!

Eva se ne andò sbattendo la porta. Per le strade dei bambini giocavano a lanciarsi palle di neve e la invitarono ad unirsi a loro.

- Andatevene via, altrimenti vi picchio tutti!

I bambini andarono a giocare altrove e lei rimase sola. La neve riprese a cadere. Un famigliare svolazzare d’ali la fece voltare. Nel buio, tra i fiocchi che danzavano leggeri, si andavano definendo i contorni, vagamente azzurri, dell’oca che si avvinava.

- Perché tratti male tutti quelli che ti stanno vicino? Immagina quanto ti sentiresti sola e sperduta se non ci fosse nessuno a preoccuparsi di te!

Nel buio della sera negli occhi trasparenti dell’oca brillarono alcune lacrime. Poi si librò nuovamente nell’oscurità. Un senso di solitudine assoluta fece spaventare Eva. Vide i nonni che stavano camminando più curvi del solito. Erano indaffarati nel portare pentole, fagotti e vassoi. Eva li raggiunse correndo e li aiutò con un caldo abbraccio. Quel Natale portò a Villaggio Sereno un bellissimo dono: Eva sapeva amare.

Con l’allontanarsi del gelo tutto ricominciò a vivere. Gli inviati di Splendore ed Incanto si spinsero nella Foresta Incantata, guidati dai racconti di alcuni viandanti che affermarono di aver visto laggiù l’oca turchina. Cavalcando tra i sentieri sconnessi della foresta incontrarono Eva che procedeva verso di loro, nel senso opposto e con fare arrogante le bloccarono il cammino.

- Ehi tu, ragazzina! Sappiamo che in questa foresta è stata vista aggirarsi una grossa oca turchina. Se sai portarci da lei, i tesori di questo forziere saranno tuoi!

Lei non rispose. La foresta s’immerse in uno strano silenzio mai udito prima. Eva fu l’unica a non accorgersene. Solo i nitriti dei cavalli spaventati rimbombavano nell’aria. Eva sapeva dove poteva trovare il pennuto. I suoi occhi s’illuminarono d’avidità. Poi pensò allo sguardo triste dell’oca e a quegli uomini che potevano farle del male. Il suo egoismo la fece rabbrividire, ma subito dopo venne invasa da una sensazione di calore. Era il ripensare a quanto l’oca fosse importante per lei. Il desiderio di possedere le ricchezze del forziere si spense del tutto.

- Non ho mai visto nessun’oca turchina ed in ogni caso non saprei che farmene delle vostre ricchezze!

Improvvisamente il silenzio si trasformò in un rumore assordante di fronde che sbattendo tra loro, fecero spaventare quegli uomini che ora imprecavano fuggendo sui loro cavalli. Anche Eva aveva paura. Sembrava che la foresta tra una confusione di parole, ripetesse il suo nome all’infinito. Il panico fece scappare anche lei senza una direzione precisa. Voleva trovare l’oca. Mentre correva, si era resa conto che l’amicizia valeva più di qualsiasi tesoro e che poteva scaldarla più di qualunque calda coperta. Pensò che per la seconda volta aveva deciso di far vivere quell’assurda creatura parlante. Improvvisamente sentì scandire bene il suo nome. Si voltò. Allora le apparve la fata sul suo cervo alato, mentre atterrava dietro di lei, tra gli alberi.

- Eva! È giunto il momento di premiare la tua generosità, Eva! Il nome che ti è stato dato simboleggia la vita, che hai saputo restituire al mondo, attraverso l’amore che sei riuscita a far crescere nel tuo cuore!

Apparve anche la sua amica oca. Anche lei parlò:

- Il nostro esilio è finito. Grazie all’amore che hai saputo risvegliare in te, anch’io potrò essere felice. Anni fa’, quando c’incontrammo per la prima volta, dissi che t’avrei mostrato la via per la felicità. Vieni, monta sul mio dorso e percorreremo insieme l’ultimo tratto che porta ad essa.

La fata concluse:

- Ed io vi mostrerò la strada.

Eva esitò.

- Un attimo, vorrei che mi portaste prima in un altro luogo.

Villaggio Sereno era in subbuglio. Tutti si resero conto che nella Foresta Incantata stava succedendo qualcosa d’allarmante. I nonni di Eva piangevano per timore che le fosse successa una disgrazia, quando arrivò la grossa oca turchina e videro Eva scendere dal suo dorso. Le andarono incontro. Il grosso volatile rivolse al villaggio.

- Sono stato io a portarvi Eva.

- Tu parli? Che sortilegio è questo? Le impronte sulla neve erano le tue! Chi siete? Da dove venite? L’aspetto di Eva e le coperte sporche di sangue che l’avvolgevano? Stavate scappando da una guerra? La sua rabbia centra con questo?

L’oca annuì e s’apprestò a colmare la curiosità di tutti.

- Noi siamo i principi di Incanto e Splendore, due regni oltre le alte montagne innevate alle spalle della Foresta Incantata. I nostri regni si dichiararono guerra e distrussero completamente tutto ciò che esisteva nella valle. Poi arrivò la fata che custodisce la Foresta Incantata e le valli circostanti; lei capì che l’unico modo per far sopravvivere tutto quello che era rimasto era allontanare noi due. Così io, Alessandro, principe di Splendore fui straformato in un oca, e lei, la principessa Chiara del regno di Incanto fu privata della sua identità e dei ricordi. Insieme venimmo guidati fino a queste terre.

Tra la meraviglia di tutti fece la sua apparizione la fata, in sella al suo cervo alato.

- Infatti! Se fossero rimasti laggiù sarebbero morti anche loro, oppure sarebbero cresciuti nutriti dall’odio. Era questa la fonte oscura della rabbia di Eva. Lei non è cattiva!

La fata alzò il braccio per indicare Eva e l’oca.

- La loro gente distrusse la vita che l’ambiente donava loro. Prima che arrivassero, le loro terre erano belle quanto queste. Non capirò mai l’assurda ossessione dell’uomo di volersi impossessare di ciò che è già parte di lui. Entrambi i bambini, grazie al vostro prezioso esempio hanno capito che si può vivere in armonia con l’ambiente e le persone che li ospitano. Tutto questo si ottiene rinunciando all’avidità del possedere.

Poi concluse rivolgendosi ai due principi.

- Andate a casa! Insieme avete donato un destino di felicità alla vostra gente!

Eva abbracciò i suoi nonni e si congedò da tutti ringraziando e promettendo di ritornare.

Con un grande balzo il cervo alato e l’oca si alzarono e volarono alti nel cielo sereno, guidati da un dorato alone, verso i regni di Incanto e Splendore. Sorvolarono la Foresta Incantata e risalirono le montagne innevate e proseguirono sopra il lago smeraldino. Volarono anche sopra uno stupendo mantello verde che risaliva fino alle alte mura di una vecchia fortificazione abbandonata che stavano raggiungendo. La scia luminosa terminava lassù. Arrivati, la fata si congedò salutandoli per ritornare alla sua foresta. Eva si guardava ovunque con meraviglia.

Attraverso una delle numerose enormi finestre, entrarono in un vasto salone deserto del castello di Alessandro. Attraverso i fasci di luce che filtravano da esse, si muoveva un fitto alzarsi di polvere. Erbe arrampicanti si aggrappavano lungo le alte pareti di pietra. Una colonia di piccioni che si era annidata in tutti gli angoli possibili, li scrutava in silenzio. Uno accecante alone di luce dorata invase la grande sala. Eva, che guardava i soffitti a punta, si volse subito verso l’oca e al suo posto vide un ragazzino che la guardava con enormi occhi azzurri.

- Tu sei il gran pennuto?

Alessandro le rispose perplesso. Le stanze del castello risuonavano di passi che si avvicinavano velocemente. In poco tempo il salone si animò di gente. Gli uccelli che si alzarono in un rumoroso svolazzare d’ali e fuggirono via. I due giovani si strinsero intimoriti, accerchiati da persone che, si stringevano intorno a loro, fissandoli in silenzio. Tra tutte queste persone non c’erano bambini. Fu Alessandro ad interrompere il silenzio.

- Io sono il principe Alessandro e lei è la principessa Chiara. Dove sono i sovrani di Splendore ed Incanto?

- Qui non esistono più né re e né regine.

Eva trasalì. Erano stati uccisi? Le parve di riconoscere gli sconosciuti che l’avevano fermata nella Foresta Incantata. Tra i vari mormorii fu aperto un varco. I due videro tutti inchinarsi, tra questi avanzava un gruppo di quattro persone che li raggiungeva a braccia aperte.

- Guardate, si sono inchinati tutti per rendere omaggio a voi, cari figlioli! Vi spettavamo con molta impazienza!

Eva notò che gli occhi dell’amico erano diventati all’improvviso luminosi e gioiosi mentre correva ad abbracciare sua madre e l’uomo che aveva finito di parlare. Però non avevano l’aspetto di un re e di una regina. Intanto una seconda donna, corse ad abbracciare lei ed in quell’abbraccio Eva capì che si trattava di sua madre: ne riconobbe il profumo. Le raggiunse un uomo massiccio, suo padre, che dopo averla stretta tra le sue braccia, disse:

- Noi non siamo più regnanti e non vogliamo più regnare! E questi non sono più i regni di Splendore ed Incanto. Ciò che è rimasto di loro si è fuso ed ha aspettato soltanto voi due per dare vita a questo INCANTEVOLE SPLENDORE.

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