scrivi

Una storia di StefaniaCastella

1

Cuore di Femmina

E speriamo che lo sia

Pubblicato il 25 marzo 2017

ph Sergio Siano

“E quando questa creatura nasce tu vieni a vivere qua.”

Guardo per terra non parlo, non so aggiungere niente. Non sono abituata a replicare. Non so se può essere una liberazione. Le parole della vecchia rimbalzano nella stanza. E’ ordinato è pulito, almeno questo. Mi tocco la pancia, lascio una carezza a quell’enorme protuberanza, sorriderei ma non trovo la forza. C’ho da portare della roba, da passare silenziosa in mezzo a una fila di macchine e facce storte che mi guardano, nessuno mi ferma. Nessuno la ferma una femmina con quel pancione. Tra tre mesi nasce. Spero che non sia femmina. Qua per le femmina non c’è troppa speranza.

Non ce ne stava e non ce n’è mai stata. Del parco verdissimo dove giocavo con Lucia, con Luigino, non resta più niente. Mi ricordo che mi hanno presa di peso e portata via. Mia madre ha pianto, pochissimo, ho detto “Dove andiamo?” “Questo a te non te ne deve fottere”. Ma a me un poco me ne fotteva, avevo gli amici della scuola da due anni, pensavo che erano gli unici amici che avevo. Forse sì, forse sono stati veramente gli unici amici che ho avuto. Mio padre, l’ho saputo dopo che era sparito nel giro di ventiquattr’ore, colpa di uno sgarro, di soldi che non aveva contato bene, qualcosa che sì era tenuto in tasca. Non glielo avevano perdonato. Ma forse era stata una scusa, forse dovevano levarselo di torno. Forse mio zio voleva levarselo di torno. Suo fratello, il sangue del suo sangue, quello che era uscito dalla pancia della stessa madre. L’aveva deciso perché voleva mia madre. La voleva e se l’è presa. Qua, funziona così. E io spero che questa qui, non sia femmina.

Quando mia madre ha tolto il lutto per forza, per mettersi a vivere con zio Nino, stare lontani da casa è diventato ancora più triste. Vivevamo in un posto lontanissimo, non c’era il mare che vedevo dal balcone, non c’era niente, solo una lunga distesa gialla e verde davanti che sembrava una discarica, solo piccole case piene di buchi che sembravano tane di topo. E in quello schifo, se mia madre si ribellava a lui, io e i miei due fratelli la pagavamo per lei. Io di più, a me toccava pagare per tutti, più di tutti. Con le sue mani schifose sotto la gonna, io ho pagato sempre di più dei miei fratelli. Volevo nascere maschio, forse gliene avrei dati di calci in culo e non avrei avuto mai paura. Invece ho avuto paura, paura per tutta la vita, paura di sentire le lenzuola muoversi di notte, sentire uno schifo infilarsi affianco, paura delle parole urlate troppo forte che non capisci e le prendi e non capisci di più se hai fatto tardi, se hai sbagliato qualcosa, se hai detto troppo quando te l’hanno chiesto, o troppo poco. Io facevo i “servizi” se c’era da consegnare cose che i grandi non potevano fare, lo facevo io e passavo roba di mano in mano, perché una ragazzina non la fermano i poliziotti, ed ero diventata brava a scivolare senza fare rumore a riconoscere le facce che aspettavano all’angolo quello che portavo, infilavo bene i soldi nelle mutande per paura di perderli, se perdevo qualcosa la pagavo cara. Pensavo alle mia amiche quando attraversavo correndo la polvere di certi campi schifosi e abbandonati con la paura di essere acchiappata da chissà quale mano, pensavo alle amiche a scuola, ai capelli, le mollettine colorate, alle loro trecce bellissime, le collanine di plastica. Desideravo una collanina di plastica come quella di Daniela del primo banco. Mentre portavo la roba a quel grassone del gommista pensavo che l’unico desiderio che avevo era avere quella collanina di plastica con le conchigliette colorate e i cuoricini, così quando pensavo che magari qualcuno me l’avrebbe potuta regalare un giorno, mi veniva da correre più forte, e se stavo in bici diventavo una scheggia, per la felicità. Volevo sopravvivere, volevo andare via. Volevo una collanina di plastica.

“Una brava mugliera sta sempre col marito. Quindi è meglio che vieni a stare qua, che tanto con tua madre è inutile che ci perdi tempo. Quella là neanche ti vuole più. Ci state stretti tu e il bambino quando nasce. Qua a casa con me, ti dico io quello che devi fare. E guarda che mo’ i ragazzi ti accompagnano da lui, va’ co loro va’, che si vede che tuo marito tiene qualcosa da farti fare.” Mia suocera, a ottant’anni era l’unica delle femmine che ho mai conosciuto più tosta di un uomo. Mio marito stava già dentro da mesi, da quando ci eravamo spostai l’avevo visto sì e no tre volte o quattro volte, buone per fare un figlio, prendere qualche schiaffo per qualche parola di troppo che avevo detto secondo lui, per sapere quanta roba dovevo infilare addosso e che viaggio avrei dovuto fare per portarla fuori. Mio marito era uno dei più influenti. Mi era andata proprio di lusso. Peccato che aveva il vizio di alzare le mani. E scappare dallo zio Nino per liberami dello schifo, era significato passare dalla padella alla brace. La vita, la mia vita, trent’anni passati stretta di mano in mano senza mai poter decidere. Pensavo che sarebbe stato così per sempre. “Famm ascì” -Fammi uscire- era una frase senza senso, ma per lui un senso ce l’aveva. Nel giardino della clinica dove grazie all’avvocato era riuscito a farsi passare, fingendo una improvvisata paranoia, gravissima quasi da suicidio, tutto era stato organizzato perché scapasse, io dovevo solo coprirgli le spalle. E lo feci. Mio marito passò un paio di settimane a nascondersi e io a passare come ormai ero abituata, tra posti di blocco, e facce distratte senza dare nell’occhio per andare a trovarlo. Per eseguire gli ordini, per soddisfare e riempire la noia. Credevo che un bambino sarebbe stata la fine di quello schifo, o l’inizio di qualcosa di nuovo. Non lo fu, era stata anzi, solo l’occasione per rendere più agevole le cose di famiglia.

Ma le cose a volte cambiano senza che te ne accorgi, così improvvisamente. In un pomeriggio noioso mentre la vecchia dormicchiava, la voce della tv lanciava le notizie del TG, diceva che era stato ritrovato il corpo di un uomo, in una cava, un corpo carbonizzato. Addosso solo una collanina, portava una scritta, c’era un nome di femmina. E una data. Che strano, che coincidenza, il nome mio, una data come la mia…Era lui, qualcuno aveva tradito, aveva parlato, trovato, fatto fuori. Mio marito era stato punito, uno sgarro a qualcuno che contava più di lui. E non sentii nessuna sensazione, solo il dolore forte come qualcosa che mi squarciava il ventre. Lui era morto, e io stavo per partorire. Mi accompagnarono in ospedale nella disperazione della vecchia che piangeva il figlio sfregiato dalla morte. E mentre spingevo e piangevo lo strillo forte della piccola tagliò l’aria, lo schifo, il dolore, il lutto, le lacrime. Quando ancora sporca e tutta rossa l’accostarono alla mia faccia, tutto quello che era stato fino a quel momento non contava più. E decisi che dovevo alzare la testa per salvare lei. Era nata femmina, non potevo lasciare che vivesse come me. Io dovevo ricominciare scappare via da tutti. E quando ho deciso che avrei parlato, sapevo già che avrebbero messo una taglia sulla mia testa. Ma me non importava. Di me non m’importava più.

Infila le perline con le sue manine piccole, ha quattro anni e una collanina di plastica tra le dita. Si può essere felici con quel poco che c’è, solo a guardare la perfezione delle sue manine che fanno una collanina di plastica per me. Mi guarda, mi sorride, nei suoi occhi vedo Dio, nella sua vita cerco il riscatto. Adesso che viviamo in tre che so che qualcuno può amarti semplicemente, e proteggerti semplicemente, accarezzo la pancia che cresce, e penso speriamo che sia femmina, un’altra femmina. Un’altra femmina.

Ci vuole del coraggio nella vita. Ad essere femmine un po’ di più.

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×