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Una storia di MirianaKuntz

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Non siamo vergini di cuore

Pubblicato il 02 ottobre 2017

Forse ci accorgiamo dell’importanza di alcune cose quando queste iniziano a mancare, come quando scavi sul fondo della borsa, convinta che i fazzoletti ci siano, e poi ti accorgi che li hai lasciati a casa, allora ti pulisci con la manica della giacca, senza nemmeno farti vedere, e se invece stai piangendo e il fazzoletto era l’unica cosa che avrebbe potuto aiutarti, allora sei spacciata, e tiri su col naso, allora poi resti con gli occhi bagnati e la consapevolezza che no: non ti serve un fazzoletto, passerà tutto da solo.

Certe cose sono così, le dai per scontate perché accadono con una certa ciclicità, si avvicendano nello stesso modo, e fanno parte di quella lista di cose a cui non fai più nemmeno caso, poi un giorno si diluiscono in mezzo ad altre cose, e man mano, a volte, spariscono nel nulla.

Le persone ci mancano non perché smettono di essere al mondo, o meglio, nella stragrande maggioranza degli esempi è così, iniziano a mancarci quando vengono meno le abitudini, le cose a cui eravamo abituati, la loro presenza sulla nostra vita, le mani di quelle persone che ci spostano i capelli dalla fronte sudata, e il modo in cui ci strappano le preoccupazioni dagli occhi senza nemmeno toccarci. Ci manca la loro risata perché era l’unica cosa in grado di riempire il vuoto della nostra, ci manca il loro tono della voce, quel modo buffo o diverso di pronunciare delle parole o delle consonanti. Ci manca il loro profumo, sulle maniche dei giubbotti invernali, o sulle braccia nude in piena estate. Ci mancano i loro dettagli, perchè nessuno assomiglia ad un altro, tutto il resto è solo impressione costruita dal cervello.

Io non sono uguale a nessuno, e nemmeno un altro lo è, siamo pezzi unici, tele che non possono essere riprodotte. Ci aggiriamo nei musei sperando di poter comprare qualcosa di simile a ciò che amavamo, poi compriamo un’altra cosa, perché quello che amavamo non c’è più.

Ci abituiamo alle mancanze, perché fin da piccoli ci viene insegnato che le cose cambiano, e che per lo più niente è eterno: allora forse capisci che il gelato più buono del mondo, quello che lecchi con ingordigia poi svanisce, che quella bambola bellissima che ti hanno regalato a natale prima o poi sembrerà poco attraente e lascerà spazio ai rossetti e al mascara, e poi ci accorgiamo che le persone, la maggior parte delle volte, sono solo di passaggio nella nostra vita, il fatto che continueranno a mancarci fa parte di una storia diversa, di un capitolo preciso, ma sperimentiamo l’angoscia delle cose che passano e vanno via, dal primo momento della nostra vita, poi impariamo cos’è –la mancanza-.

Tutte le mancanze possono essere colmate? Qualcuna di esse viene ricoperta con della pittura nuova, a tratti ci sembrerà anche migliore di quella precedente, ma il muro non sarà più lo stesso, comunque. Qualcuna viene rimpolpata dal tempo, dagli impegni, dal caos.

Qualcuna resta sempre lì, pronta a ricordarci che qualcosa ci ha scavato dentro per poi sparire.

Certe mancanze scaturiscono anche dalle presenze, a volte certe persone ci sono senza esserci davvero: sono quei fantasmi dagli occhi aperti e dalle carne viva che si intrattengono nella nostra vita per abitudine o noia. Un po’ come degli oggetti che non usiamo più ma che abbiamo paura di buttare via. Certe cose sembrano ancora essere al loro posto, ma hanno perso vividezza, smalto: non sono più come prima.

Forse non ci manca qualcosa o qualcuno solo quando non c’è più, certe mancanze iniziano prima, quando agli altri non appare così, ma che solo il cuore può sentire preventivamente.

Ogni mancanza richiede forza, coraggio, e del tempo specifico per rimarginare le ferite, o anche solo metterci dei fiori, tappezzare la parete consunta degli sbagli e delle conseguenze tumefatte, con un’ infinità di fiori, tutti diversi, profumatissimi.

Sono sempre stata una ragazza nostalgica, provavo nostalgia per tutto, e forse è ancora così. Provo nostalgia per i luoghi che vedo e poi sono costretta a lasciare, saluto le camere d’albergo e i paesaggi bellissimi come se fossero persone, non mi volto mai due volte, perché la seconda inizierei a piangere a dirotto. Provo nostalgia per le persone che di sicuro non rivedrò, o che sono certa che riuscirò a vedere poco, provo nostalgia per le canzoni che sarò costretta a dimenticare, per i fiori che appassiranno, per le giornate di sole che svaniscono in acquazzoni, per la luna che d’un tratto non si fa più vedere, per gli abbracci che poi diventano silenzi, e i silenzi diventano distanze. Provo nostalgia per i vestiti che mi trovo costretta a buttare, per gli anni che passano e mi ritrovano più vecchia e stanca, e per quelli che segnano il viso bellissimo di mia madre. Provo nostalgia per i miei vecchi disegni, fatti da una mano felice e da due occhi speranzosi, per la casa di mia nonna che non ho più potuto vedere, per la sua voce che quasi non ricordo più, per i suoi buonissimi pranzi che ho potuto mangiare poco, e per le volte in cui mi diceva che chiunque mi avrebbe presa con sé sarebbe stata una persona molto fortunata. Provo nostalgia per le cose che passano, e per il tempo che in un attimo cancella tutto.

La nostalgia poi diventa mancanza e la mancanza diventa buio pesto.

Ogni volta che perdo un ricordo, o ce l’ho troppo in mente, allora si fa notte, e nella notte mi smarrisco sempre.

Ho paura delle cose che mi mancano, perché continueranno a farlo, anche quando con molto coraggio dico a me stessa – che poi tutto passa.-

Ci vuole tanta pazienza con le mancanze, sono le croci più grandi che abbiamo, quelle che pesano e fanno male, ma per qualche assurdo motivo ci rendono più vivi delle persone appena nate, vergini di cuore e di lacrime.

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