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Una storia di Redred

Assemblé

Il 'pas assemblé è un salto che si può eseguire en avant, à la seconde, en arrière.

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Pubblicato il 06 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: amore danza lesbo napoli sesso

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L'accoglienza a Napoli non fu delle migliori.

Nonostante l'estate inoltrata, l'aria per colpa di quella pioggia, era talmente pungente, che mi sembrava ancora di sentire il clima perennemente freddo e umidiccio di Ginevra.

Onestamente non sapevo se essere felice del mio nuovo incarico al San Carlo o meno. Purtroppo fattori esterni placavano il mio entusiasmo. Forse in realtà non era fredda Napoli, ma io!

Di base non ho mai visto di buon occhio le relazioni, perché per le persone viene prima la mia bellezza, la mia fama e poi, forse, cercavano di capire chi fosse questa Cassandra. Quindi ora immaginate me rispetto a un tradimento.

Non uno qualunque, uno costante! Talmente costante da non capire chi fosse l'amante fra le due.

Come posso io pensare all'amore se le relazioni in questione erano due. Stessi tempi. Stessi posti. Stesse parole e gesti. Siamo d'accordo sul fatto che l'amore sia il rischio stesso di provarci. Ma sicuramente non così.

Tornai alla pioggia e la realtà . Notai l'orario e decisi finalmente di entrare nel primo taxi più convincente e vicino.

- Buongiorno!

- Salve. Vengo subito ad aiutarla con le valigIe!

Una ragazza stupenda scese dall'auto e la cosa mi lasciò estremamente perplessa quanto incuriosita.

Salii e le chiesi se potevo sedermi avanti con lei e la cosa le fece più che piacere.

- Piacere, io sono Cassandra.

- Inaaya, il piacere è immensamente mio! Dove la porto?

Ci pensai un secondo. Non lo sapevo.

- A fare colazione.

Si girò e mi guardò dritto negli occhi. Sorrise e partì. Mi stavo affidando ad una sconosciuta e la cosa mi faceva molto piacere.

C'era da dire che la mia colazione sarebbe poi diventata un pranzo per via di un incidente, e una coda di ben due ore e mezza.

Ore interessanti perché parlammo molto e conobbi Inaaya.

- È indiano, significa empatia!

Guardavo fisso i suoi occhi, che illuminavano totalmente quel volto color caramello, e mi rendevo conto che non avevo mai considerato le donne indiane. Forse perché così lontane dai miei standard… Insomma, credevo che le asiatiche fossero il massimo dell’esotismo che avrei potuto raggiungere.

- Inaaya di nome e di fatto, allora – ribattei, abbassando poi lo sguardo verso il menù.

La vidi avvampare, spostando lo sguardo.

- Generalmente non pranzo con i tassisti – proseguii.

- Oh, ma io non sono una tassista qualunque…

Sorrisi al suo sorriso. La vidi spostare un ciuffo di capelli castani dietro l’orecchio, spalancando ancora quei meravigliosi smeraldini.

- Sei una tassista speciale?

- Esattamente.

- E cos’avresti di speciale?

Fu quello l’esatto momento in cui compresi di star flirtando con Inaaya. Mi fece strano, dato che non avrei mai predato quel cerbiatto di Nuova Delhi in una situazione ordinaria.

Tuttavia il ricordo di Micaela era ancora vivido nella mia mente e una donna così dolce, così differente da quella fredda altoatesina, mi sembrava il modo migliore per bagnarmi in un mare diverso.

Ne avevo bisogno.

- Forse niente – mi rispose. – Ma chi mi conosce non mi lascia andare così facilmente…

Sicuramente si sarebbe chiesta perché la mia espressione diventò così seria: appuntii il viso e pronunciai le labbra. Lei v’indugiò per qualche secondo, poi lo sguardo rimbalzò sui miei occhi.

- Sarà sicuramente così – sorrisi infine. – Cosa mangiamo?

Lei nascose quel viso grazioso dietro il menù, inarcando le sopracciglia.

Era bella.

Quel genere di persona che però non sapeva di esserlo.

- Qui si mangia molto bene… Sono venuta con mia fratello un paio di volte e ordinammo una zuppa di cozze, e non era niente male…

- Anche tuo fratello è qui in Italia?

Lei si fermò e mi fissò, quasi con sufficienza. – Sono nata a Bagnoli.

Avvampai.

- Pensavo che fossi emigrata qui dalla periferia di Calcutta, o qualcosa del genere…

- No – sorrise, divertita. – Ma ho dei parenti, a Calcutta.

- Salutameli.

Il cameriere non tardò ad arrivare. Indugiò sulla mia scollatura, come generalmente facevano tutti quelli che vedevano una donna alta e formosa dalla folta chioma fulva, quindi perse la nostra ordinazione tra i quadretti del foglio.

- Una zuppa di cozze – aveva detto Inaaya.

- Per due – aggiunsi.

Rimanemmo qualche secondo in silenzio, come se effettivamente ci fossimo rese conto d’esser due sconosciute. I clacson ci ricordavano che fuori, sul Rettifilo, le auto stavano provando a scavalcarsi l’un l’altra, senza mai riuscirci.

Che poi amavo Napoli per questa peculiare particolarità: molte strade, piazze, luoghi, venivano localizzati con più di un nome. Decisi di utilizzarlo come spunto di discussione.

- Ma tu chiami questo posto Corso Umberto o Rettifilo?

- È un test per vedere se sono davvero napoletana?

Sorrisi e annuii. – E vedi di non sbagliare.

- Corso Umberto.

Inorridii, ma per finta. Nascosi il mio sguardo dietro il palmo della mano e la sentii ridere divertita.

- Non ci siamo.

- Ma Rettifilo non ha senso! – riprese.

- Ci passa il tram! Il filo!

- Corso Umberto è nettamente migliore, come nome.

- Dovrebbero rimandarti a Calcutta.

Sbuffò ma poi sorrise ancora.

Ammisi a me stessa di essere parecchio divertita. La zuppa di cozze arrivò una quindicina di minuti dopo. Deliziosa.

Non pagò neppure tanto, lei, che aveva spinto per offrirmi il pranzo. Rientrammo in macchina sotto il sole di quel quasi ferragosto e lei accese la radio, voltandosi verso di me, pronta a domandarmi qualcosa che prima non aveva avuto l’opportunità di chiedere.

- Da dove è partito l’aereo che ti ha portato qui?

-Da Ginevra!

Restai vaga ma sapevo che Inaaya sarebbe andata più a fondo.

-Presumo dal tono che tu non sia qui solo per il San Carlo.

Eccola.

-Diciamo che avrei preferito scappare da qualche altra parte ma per ora il lavoro mi porta qui, quindi va bene così!

-Come mai sei scappata?

-Serie di avvenimenti sgradevoli…

"Incarico perso per colpa dell'amante della tua ragazza che vedeva te come l'amante. Il tutto appoggiato dal gruppo che ti odia perché tu sei quella bella, quella brava, simpatica e per loro, perfetta. Non eri Cassandra, eri solo un ostacolo per il loro “essere meglio di". Non ho mai voluto questa bellezza. Mai. Mi sarebbe bastato il mio talento, unito ai miei sacrifici, al mio carattere, ed al mio cervello. Invece no, sono bella, quindi per la gente ho tutto quello che ho solo grazie a questo. Quando poi la tua ragazza è la titolare delle scenografie? Immagina che combo perfetta diventa la tua vita".

- … Quant'è vero che la fama fa male alle persone – continuai, pensando ad alta voce.

- Eri sparita. Deduco che le risposte che mi hai dato debbano bastarmi.

- Purtroppo deduci bene. E scusami...

- Non devi, tempo al tempo.

Sorrisi e mi voltai a guardarla con fare un po’ malizioso.

- Quindi stai dicendo che ti farebbe piacere continuare a sentirmi?

- Ma anche rivederti, se proprio ti interessa.

Arrossii. La sua risposta mi aveva totalmente spiazzata. Si girò. Io la stavo ancora fissando basita. Sorrise, un sorriso lungo e pieno. Bellissimo e brillante come i suoi occhi.

- Beh, allora?

- Anche a me?

Pozzuoli, Piazza della Repubblica, Casa mia

Beh, più o meno.

Non proprio casa mia.

- Mi spiace tantissimo che tu sia rimasta sotto la pioggia. Purtroppo non potevo proprio muovermi.

Renato aprì il portone del palazzo e mi stracciò la valigia dalle mani, dandomi poi un bacio frettoloso sulla guancia. Ci sentivamo ogni giorno, lo seguivo su Instagram, ma non mi ero mai resa conto di quanto fosse dimagrito. Alto, (più di me - che sono alta - ma non troppo alto, nella media insomma) Renato era stato uno di quei ragazzini alto cinquanta centimetri fino ai tredici anni, che pesavano quaranta chili. In pratica l’età prepuberale era durata di più, per lui, e così i miei ricordi faticano a far combaciare la sua figura di timido e mingherlino ragazzo di buona famiglia con quel giovane uomo ben piazzato e dal sorriso ogni giorno sempre più marcato.

- Infatti me la pagherai, cara, mio… caro…

- Che brutta ripetizione.

- Posso fare molto di meglio, lo so.

Fissai il mio sguardo sui suoi capelli, a metà tra il castano e il biondo; li aveva fatti crescere e li aveva legati in un codino.

Ed ero combattuta a riguardo: non sapevo ancora bene se mi piacesse.

Il portone si chiuse alle nostre spalle con un frastuono tremendo. Noi salimmo le scale con la flemma di chi un ubriaco alle tre del mattino. Quel vecchio palazzo al centro di Pozzuoli aveva soltanto due appartamenti, molto grossi, ai quali si accedeva tramite una scalinata scolpita nella roccia, in un freschissimo corridoio.

Se toccavi le mura ti sporcavi le mani di bianco, quindi camminavo stretta nelle spalle, fino a raggiungere il pianerottolo.

- Com’è andato il volo? – domandò lui, che intanto aveva lasciato la porta aperta. Mi fece passare e la richiuse dietro di noi.

Rimasi un secondo sulle mie, inalando l’odore che pervadeva le stanze dove viveva il mio migliore amico e sorrisi sommessamente.

Sono nata a Napoli ma per via del lavoro che faccio cambio dodici città all’anno e l’unico campo base, se così possiamo definirlo, è il posto dove vive Renato.

Era diverso tempo che non rincasavo e non lo vedevo da un po’.

- Sei dimagrito parecchio.

- Sì, è vero – confermò, distratto. Si voltò verso il tavolo, dove il cellulare vibrava, quindi lasciò la valigia per terra e gli si avvicinò. – Sistemati nella solita camera…

Lo vidi avvicinarsi al telefono e rispondere a bassa voce. Il mio migliore amico sembrava avesse dei segreti.

Li avrei scoperti più tardi.

Mi voltai e afferrai la valigia, per poi entrare nella mia stanza.

Quando spalancai la porta, il buio avvolse la mia vista. Mossi qualche passo all’interno e lasciai la valigia sul tappeto celeste, quello infeltrito che con ogni probabilità avrei dovuto lavare, quindi mi avvicinai alle napoletane e permisi alla luce d’insinuarsi fin dove riuscisse a farlo.

Mi guardai attorno: nulla era cambiato.

Renato apparve, sotto la cornice della porta.

- Non ho toccato nulla.

- Neppure l’aspirapolvere, a quanto pare – sorrisi, vedendolo fare come me. Si sedette sul letto e sospirò.

Entrambi stendemmo un velo di silenzio, in cui i nostri sguardi si sfuggivano. E lui, che in silenzio provava disagio se non riusciva a nascondersi dietro il suo cellulare, provò a riempire quel vuoto con le sue parole.

- E così starai qui per un mese…

- Sempre che non dia fastidio – ribattei, alcalina come spesso facevo.

Lui però capiva, e sorrideva sempre. – No, certo, puoi stare quanto vuoi, è chiaro… È che non ci vediamo davvero da molto tempo…

- Mi devi aggiornare su qualcosa? – domandai, raccogliendo i capelli in una coda e sollevando la valigia sul letto.

- No. Non credo, almeno. Tu a cosa eri rimasta?

Mi fermai e lo guardai negli occhi.

- Ero rimasta a quando non eri ancora hipster – ridacchiai.

- Oddio, anche tu… - bofonchiò, abbassando la testa.

Aprii la valigia e cominciai a disfarla.

- Sei sempre stato un po’ hipster.

- Sì, lo so.

Decisi di aprire l’argomento. – Se non avessi la barba, quel codino sarebbe un fallimento.

- A me piace – sorrise, morbido come sempre. Mi resi conto che ogni volta che aveva a che fare con me lo calpestavo. Ma gli volevo un bene dell’anima.

- Stai bene – lo premiai. – E per il resto? Lo studio? Casa?

- Mancano ancora diversi esami, a ottobre c’è la prossima sessione. A casa invece tutto bene…

- Vedi qualcuna?

Rimase a fissarmi, facendo poi cenno di no.

E risi, vedendolo fissare il reggiseno di pizzo bianco che avevo estratto dalla valigia. – Io ho già preso un numero di telefono.

- Sei incredibile… - fece, alzandosi. – Devo scappare a Varcaturo. Devo vedere degli amici. Vuoi venire?

Soltanto una parola, nella mia testa.

Inaaya.

E la cosa era problematica, anche perché l’avevo conosciuta poco meno di due ore prima. Tuttavia non riuscivo a dimenticare il suo sorriso e il suo profumo, così dolce e pungente.

Avrei voluto davvero vederla, ma l’avevo appena conosciuta.

Insomma, la regola dei tre giorni e tutte quelle cacchiate… non avrei mai potuto telefonarle dopo avermi lasciata davanti casa di Renato, dieci minuti prima.

O forse no…

- Secondo te… - domandai al ragazzo, che intanto stava per tornare nel salotto. Quello si volto e mi fissò.

- Si?

- Secondo te dovrei telefonarle ora?

- Ma a chi?! Sei atterrata stamattina, l’avrai vista per quattro secondi, forse. Che dovresti dirle?

- È la tassista, Reny… Ho pranzato con lei.

Lui inarcò le sopracciglia.

- Era indiana, uh?

Io annuii, sorridendo.

- Buongustaia. Chiamala, se te la senti.

E generalmente queste erano le risposte che mi dava Renato ai dubbi esistenziali che ciclicamente gli servivo davanti; erano così neutrali che non riuscivo comunque a capire in che direzione andare.

- Io me la sento, ma secondo te è giusto?

- Chiamare qualcuno che ti piace?

Sbuffai.

- Chiamare qualcuno che ti piace, che hai conosciuto quattro ore fa e che hai lasciato poco fa.

Rimase in silenzio.

- Allora no. Se la metti così…

- La metto così, ma voglio chiamarla!

E perse la pazienza.

- E chiamala! Già non ti sopporto più! – sbuffò, facendomi sorridere. Misi la mano sul sedere, cercando il cellulare che generalmente ripongo nella tasca di dietro.

E non lo trovo.

Un flash.

- Porcognn! Il cellulare sul taxi!

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