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Una storia di GianlucaDiMatola

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CRISTALLI

Pubblicato il 03 dicembre 2015

Lo sentivo nelle orecchie come i ritornelli di certe canzoni. Quelle strofe che ti svegli al mattino e loro ti suonano in testa senza nessuna ragione. Era il suo nome.

Fu un incontro fortuito. Del tutto casuale. Il tipico scontro distratto tra due spalle mentre cammini per strada. All’epoca facevo l’avvocato. In realtà ero un passacarte qualunque. Un sottopagato senza rispetto e stima. Mi sbattevo da un tribunale all’altro a timbrare scartoffie raccolte dalle mani di uscieri, giudici e burocrati che odiavo ogni giorno di più.

In corridoi angusti e degradati assistevo a scene pietose. All’agonia della giustizia italiana che si regge sulla corruzione, sui giochi di prestigio di quattro pagliacci. Uomini minuscoli che ti saresti comprato con un pacchetto di sigarette.

Dalle pagine di una lettera ho appreso che mio padre si è risposato. Ha lasciato mia madre per una donna dell’est di parecchio più giovane di lui. Avranno almeno quindici anni di differenza. Uno dal palato fine, il mio vecchio. S’è scelto un bel pezzo di fessa. Me la sarei ripassata perfino io.

Per le femmine ha sempre avuto fiuto. Tutto sommato mia madre è una gran donna. Bella. Affascinante malgrado i suoi cinquant’anni passati. Fin da bambino non ho mai voluto paragonarla ad una attrice della televisione. Donne di una bellezza fulminante che fanno arrapare persino i cavalli. Nonno, da una poltrona che lo ospitava da quando ho memoria, le definiva zoccole. Allora rabbrividivo al pensiero di accostare la mia mamma ad una di quelle svampite. Ero un ragazzino timoroso. Al limite della timidezza patologica. Però mia madre era e resta bella. Cazzo se lo è. A dispetto di un marito che l’ha sostituita come si farebbe con un paio di scarpe vecchie, lei ha tirato dritta. Non ha riposto i trucchi ed i profumi in un cassetto lasciando che i suoi capelli puzzassero di olio fritto. Si è ritrovata sola dopo vent’anni di matrimonio dimostrandosi capace di potersi rimettere in gioco.

Peccato, era giovane. Onesta. Si è bevuta la storiella del “ti sarò per sempre fedele nella salute e nella malattia.” C’ha creduto come avrebbe fatto una tipica donna di periferia cresciuta nel mito della sincerità. Quando invece gli uomini, con le donne che dovrebbero amare sul serio, con quelle che pure ad ottant’anni sopporterebbero la puzza del loro piscio nel dormirgli di fianco, sanno offrire soltanto il peggio. Sono degli assoluti incapaci. Individui che angosciati dal concetto di vecchiaia inseguono sciapiti istinti. Manovrati, consapevolmente, dalla ricerca di un’erezione.

Della loro separazione non m’è mai fregato un granché. Ho sviluppato un carattere piuttosto egoista ed ho lasciato correre. E poi saranno pure cazzi loro. Si sono amati, un tempo. Ora è finita. Quindi amen. Almeno uno dei due, adesso, sarà felice.

Poi è arrivata Valeria. Faceva le pulizie nello studio legale dove lavoravo. Erano in tre. Lei e due indiane. La licenziarono quando dagli uffici iniziarono a sparire svariati oggetti. Accessori per computer e roba di cancelleria. Stronzate che avresti comprato a pochi euro in una qualsiasi merceria. Più avanti sapemmo che lei non c’entrava un bel niente con quella faccenda. A fregarsi la merce era un altro avvocato. Ma Valeria pagò per il suo passato. Per quella merda che si spingeva dall’età di sedici anni nelle vene. Una tossicodipendenza che le aveva scippato il diritto all’onestà. All’essere creduta innocente.

La ritrovai poche settimane dal suo licenziamento in un locale del quartiere Vomero, serviva ai tavoli di un Irish pub. A fine serata ci intrattenemmo davanti a due birre scure doppio malto. Le noccioline americane riempirono i rari momenti di imbarazzo. Lei era di molte parole. Un fiume in piena di pensieri e riflessioni. Il mio opposto. Infatti provavo piacere nell’ascoltarla. Mi considero un buon uditore quando non ho la luna storta.

Valeria non era mai banale. Retorica. Seppur di non grande cultura, i suoi concetti superavano di gran lunga la media. Quella sera ci lasciammo con la promessa di rivederci. In effetti accade. E poi un’altra volta ancora. Siamo andati avanti per un anno circa. Io e lei.

Abbiamo viaggiato molto, in quel periodo. Madrid. Parigi. Poi Barcellona e Londra. Un passaggio per Amsterdam fino a Berlino. Stoccolma ci rapì per due mesi. Quel freddo non ci faceva niente. Imparammo a gestirlo. A conviverci. Per i paesi nordici aveva una vera passione, Valeria. Li considerava rivoluzionari nella loro algida integrità.

Amici. Amanti. Non ci affibbiammo mai un’etichetta. Un recinto dove rinchiudere il nostro stare insieme. La amavo. L’ho amata e la amo tuttora. Ma sapevo di non poterla ingabbiare. Allora fui remissivo. Desideravo averla. A tutti i costi.

Con lei ho fumato i primi cristalli. Pazientemente mi insegnò a scaldarli nella stagnola e poi ad aspirarne le esalazioni. Il crack è come una spada, ricordava ad ogni boccata. Ti trafigge ma non ti ammazza subito. È tipo una ferita che sanguina. Goccia dopo goccia. Ma puoi camparci anni interi.

Voleva considerarsi una moribonda. E le stavo accanto. Quando pesava sessantasei chili e quando arrivò a pesarne appena quaranta.

Abbandonai il crack dopo alcuni disastrosi tentativi. Non lo reggevo. Facevo fatica a gestirne gli effetti collaterali. Ogni volta mi ritrovavo le mutande zuppe di merda. Le scariche di pancia mi colpivano con la violenza di un uragano. Allora optai per l’eroina. La fumavo. La iniettavo. Me la facevo in tutti i modi possibili. Quelli dell’eroina furono per me gli anni più belli. Finalmente avevo un obiettivo. Non pensavo più ad un cazzo. Mi svegliavo all’alba per farmi. Andavo a letto a tarda notte dopo essermi fatto. Il verbo fare era divenuto il mio cane guida. Una luce nel profondo buio.

L’unico vero problema tra me e Valeria lo hanno rappresentato le gravidanze. Non riusciva mai a portarne una a termine. Se ci penso, quanto erano copiose le emorragie. Cinque settimane erano il limite massimo. Oltre non si andava.

Faceva particolarmente freddo quella sera del dodici dicembre quando sotto ad un cavalcavia di Amsterdam il cavallo del suo jeans si colorò di rosso. E pure la neve che usammo per tamponare le perdite si ridusse ad una specie di sciroppo di mirtilli. Eravamo stravolti. Non per quello che stava succedendo a Valeria, ma per tutta la roba che c’eravamo sbattuti nelle vene.

Giorgio, un greco di origini italiane che spacciava marijuana senza disprezzare un buco ogni tanto, fuggì non appena si rese conto di quanto fosse grave la situazione. Temeva gli sbirri, urlò. In meno di un secondo raccolse la sua sacca con dentro quattro stracci e risalì per una stradina periferica che lo riportava alla stazione dove dormiva.

Tenni la mano a Valeria avvertendo ogni suo spasmo. Riuscivo a malapena a stringerla. Mi ero iniettato dell’eroina di pessima qualità e ballavo sul cornicione di una pericolosa overdose. Quando arrivò l’ambulanza, chiamata da un netturbino presente in zona a quell’ora, caricò Valeria e me. Ci ricoverarono in due padiglioni diversi.

La rividi a distanza di giorni. Era bianca in volto come la neve di quella notte. Io ero in piena astinenza. Le diedi un bacio sulle labbra e non persi tempo a chiederle dove potevamo recuperare una dose. Ricordo che non rispose. Pensava al suo ventre. A ciò che era marcito dentro di lei e a quanto fosse una donna sbagliata. Alla fine ci facemmo lo stesso. Eravamo pur sempre dei tossici. La ragionevolezza non ci apparteneva.

Ladri mai, ripeteva Valeria. Sosteneva che il nostro vivere di merda non doveva danneggiare gli altri. Avevamo compiuto delle scelte ben precise. E dovevamo pagarne le conseguenze. Tutte. Nessuna esclusa.

L’accattonaggio divenne la nostra unica fonte di sostentamento. Ci piazzavamo fuori alle università, ai luoghi di ritrovo degli studenti fermando chiunque ci capitasse a tiro. Alla fine quei ragazzi qualche euro ce lo mollavano. Un po’ per pena. Un po’ perché si immaginavano come i tossici del domani. In Spagna facevamo bei soldi. Se non fosse stato per la polizia che rompeva parecchio le palle, avremmo preso la residenza.

Per un periodo abbiamo perfino lavorato. Ci trovavamo a Malaga. Un’associazione animalista fece l’azzardo di scommettere su di noi affidandoci la cura di alcuni cani randagi all’interno di un centro. Durammo due mesi, fin quando non mi beccarono ad iniettarmi dei tranquillanti. Li utilizzavano per i cani che in seguito a gravi traumi arrivavano al rifugio. Quei farmaci avevano un difetto solo, facevano effetto anche su di me. In particolare quando le smanie dell’astinenza erano incontenibili.

Chiudevo a chiave la porta dello stanzino dove si riponevano le scope e gli stracci. Toglievo scarpe e calze. Poi, lentamente, infilavo l’ago sul collo del piede e spingevo, con altrettanta lentezza, lo stantuffo della siringa. Lo facevo scorrere dolcemente. Temevo la fine di ogni cosa. Ero uno che all’epoca viveva nell’angoscia del che sarà.

Dall’ultimo aborto Valeria cambiò pelle. Divenne un’altra persona. Quell’esperienze se l’era mangiata. Sì, più della droga.

Smise di nutrirsi. Le sue giornate erano ossessionate dalla tosse. Violenti attacchi che le scuotevano il corpo fino a falla colorare di viola il viso. Valeria prese la forma della debolezza. Si trasformò in un essere che avrebbe accusato perfino il peso di una mosca sulla spalla.

Divenni debole anch’io. Nel morale. Nella convinzione, ormai persa, di poterla aiutare.

Toccava a lei passare la pipa del crack quando svenne sull’asfalto. Berlino c’era venuta incontro con materna accoglienza, ma in tre giorni non avemmo neanche la possibilità di ripagarla.

A braccia, con l’aiuto di un altro amico di buchi, la trasportammo nei pressi di un pronto soccorso. Volevano ricoverare anche noi. Ma ci rifiutammo. A quel punto, non avendo legami legali con Valeria, mi dissero che non ero autorizzato a starle accanto. Potevo vederla un’ora al giorno come un qualunque visitatore.

Tagliavo Berlino in due parti ogni pomeriggio, dalle sedici alle diciassette. Ero preciso come le piste che mi sniffavo. A piedi, caricandomi a fatica sui mezzi pubblici, senza un euro per i biglietti, arrivavo fin da lei.

In quell’ospedale Valeria se la tennero un mese e mezzo. A me non fu detto mai niente. Cosa avesse. Per cosa la stessero curando. E neanche lei era capace di offrirmi un brandello di spiegazione. Dava l’impressione di essersi trasferita altrove con la testa. Se ne stava lì, sulla parte alta del letto, rannicchiata, senza aprire bocca.

La dimisero che aprile annunciava la pasqua a tutti quanti i figli di Cristo. Le lasciarono una busta con un mucchio di pasticche all’interno. Andavano assunte a svariate ore della giornata. Il suo destino nella dipendenza. Droghe. Farmaci.

Aveva contratto l’Aids. Lo scoprimmo entrambi così. Dalla voce roca di un camice bianco a pochi centimetri dai nostri musi. Assunse un’espressione non più di tanto dispiaciuta manifestando, incontenibilmente, la premura di salutarci. Del resto era una tossica del cazzo. Se l’era cercata. Questo sarebbe stato il commento dei benpensanti.

Valeria l’ho amata, desiderata, bramata, per altri tre mesi. Ne ho custodito il sonno. Gli incubi. Ho finto di ignorare la sua vergogna per ciò che era divenuta. Avrei riparato il tempo che si era rotto se solo ne avessi avuto la facoltà.

La solitudine che m’aveva posseduto negli anni dell’avvocatura, negli stucchevoli idilli familiari, era tornata prepotentemente a farmi sua. Ed ero povero di alternative.

Ladri mai, ripeteva Valeria. Ed io sapevo quanto ci tenesse.

Faceva caldo. L’umidità incollava i panni addosso. Il ferro che stringevo in mano, però, era d’animo gelido. La testa mi ribolliva. Sentivo il calore infuocarmi le tempie ed odiavo tutte quelle merde che mi ronzavano intorno.

Gliela piazzai alla tempia. Calibro nove. Automatica. La schiuma mi colava dalla bocca. Quella stronza di una cassiera temporeggiava ed io non sapevo far altro che urlarle contro. Gli occhi mi esplodevano dalle orbite. Quella puttana di una negra figlia dell’integrazione continuava a tentennare. Un fremito, intanto, mi correva lungo l’indice. Lo richiamava all’azione. Voleva che si contraesse. Le avrei volentieri fatto esplodere quelle fottute cervella mandandola al creatore. E stavo proprio per farlo se non avessi sottovalutato quell’obeso di una guardia giurata. Era nascosto all’esterno del supermercato ad abbuffarsi di barrette al cioccolato. Neanche ci provò ad intimarmi di gettare l’arma che m’aveva sparato già due volte addosso. Caddi a terra come se delle lance aborigene m’avessero trafitto ad una velocità assurda.

Era grasso da far schifo, quel cane. Eppure ci vedeva bene. Il colesterolo gli aveva ostruito le arterie ma non le cornee. Un colpo al fianco ed uno alla coscia sinistra. Allenarsi ai videogiochi offriva i suoi vantaggi. Fu chiaro.

Negli anni vissuti ho esibito il peggio di me. Sono stato un fenomeno di errori. Tra due alternative ho sempre optato per quella sbagliata. Quella che mi potesse trascinare in basso. Ed oggi, mentre sconto la mia pena, me ne fotto dei pestaggi delle guardie carcerarie. Del loro voltare la faccia quando si verificano tentativi di stupro tra detenuti. Ho ottenuto l’odio ed il disprezzo di ogni forma di vita. Dei miei cari. Degli amici. Dell’unica donna che ho amato e tradito nelle volontà.

Oggi è così. Ho rinnegato speranze. Auspici. Ho imboccato un tunnel senza mai vederne e immaginarne la fine.

Nell’inverno che subisco da sedici mesi, giaccio qui, sui ferri arrugginiti di una branda, ad osservare la pioggia sbattere sulla finestra della cella mutandosi in tanti piccoli cristalli.

Attendo una pace mai conosciuta. Aspetto che l’Aids conclamata trasporti via anche me. Che mi trasferisca da Valeria, nella sua nuova dimensione, per poterle chiedere scusa ricordandole un passaggio della nostra canzone:

Che vuoi farci è la vita.

E' la vita, la mia.

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