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Una storia di Erica

Questa storia è presente nel magazine Senza filtro

No extra time

Punti di svolta

Pubblicato il 15 gennaio 2018 in Altro

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Ci sono dei momenti che pesano più di altri, e segnano un confine talmente netto tra due parti della nostra vita, che quasi sembra impossibile stia accadendo proprio a noi. A qualcuno tocca vincere la lotteria, un altro viene nominato responsabile del suo reparto, una donna partorisce il suo primo figlio e si sporca le labbra di sangue e lacrime mentre bacia il corpicino che esplode di nuova vita, in tanti si laureano e stappano bottiglie di spumante coi parenti, in giro per il mondo una spaventosa quantità di persone giura fedeltà assoluta al partner della vita, con i riti più vari e sorprendenti, e tutti, prima o poi, fanno i conti con il dolore arido e bruciante delle uniche due inevitabili cose alle quali non osiamo ancora arrenderci: la malattia e la morte. La malattia di una persona cara ti scava nelle cellule, le rovescia una a una e ne cambia la chimica, poi butta acqua salata sul cuore che, quando si asciuga, fa male. Come la pelle in spiaggia dopo un bagno al mare. Il guaio è che il cuore non lo puoi lavare, nemmeno se passi il resto della tua vita sotto una doccia. E sono in tanti a scegliersi questo futuro. Una doccia di lavoro che fino a ieri non avrebbero accettato, di famiglie che fino a cinque minuti prima sembravano la manifestazione più strana, obbligata e obbligatoria dell’amore, di vestiti costosi e serate mondane. Docce di mutui a tasso fisso o variabile, di prestiti per la macchina nuova – ché quella vecchia ha già cinque anni – docce di ristoranti chic, di cocktail bevuti in riva a spiagge infuocate da falò e tramonti, di Milano Marittima, di Barcellona, docce di Londra o New York, docce di tutti i momenti in cui si può fingere di credere alla bugia eccellente, desiderata e quasi nobile, perché ci toglie dall’imbarazzo di dover ammettere che dopo la malattia, se non si guarisce, c’è la morte. E a volte c’è la morte comunque, nella vita. C’è una curva veloce, un senso contrario; un salto nel vuoto, una nota stonata; il classico posto sbagliato al momento sbagliato; c’è il caso, la sfiga, il destino; la vecchiaia, talvolta. La morte di qualcuno che fino a ieri era vivo, lapalissiano epilogo della dolorosa ingiustizia cosmica che ci vede interpreti di una parte disgraziata, confinati su un palcoscenico stretto, attori in erba in uno spettacolo di cui non conosciamo né il copione, né la durata. Così almeno la regia ce la assegniamo per merito, fin quando va tutto bene, “un uomo che si è fatto da solo”, “non sai quanta fatica per arrivare là”, “pensavo che non ci sarei mai riuscita”, sonore e invisibili cataste di banalità ordinate come la legna accanto al camino, i barattoli delle conserve nello scaffale della cantina, i servizi di piatti nella credenza, davanti quelli per tutti i giorni e dietro quelli della festa. E quando va male, i fili del nostro povero burattino malconcio passano in mano a un artista di strada con pessimo gusto, ingiusto tiranno delle ore migliori, dispensatore imparziale del colpo di grazia. La morte di qualcuno che ieri era vivo, di qualcuno che per te è ancora vivo, vibrante e impalpabile, ologramma al quale smetterai di assegnare altezza, peso, contorni, accontentandoti della proiezione bidimensionale di una fotografia, ma che sapevi essere fatto di ossa, pelle, sangue, carne, pensieri, parole, opere e omissioni. Un corpo che ha riso, pianto, promesso, sofferto, gioito, amato. E ha amato te, proprio te, in forma di genitore, nonno, fratello, amico, moglie, marito. Ha amato te di un amore che sovrasta la categoria, che esce dai ranghi dell’umano per viaggiare nel siderale, nell’eterno, cristallizzandosi, concretizzandosi nella sequenza di quindici lettere più miseramente fallace che il pensiero possa tradurre in parola: "ci sarò per sempre". Se solo sapessimo accogliere promesse più oneste...

La morte ha il nome del ferro e il cognome del fuoco, sventra cavalli su un campo di battaglia arido già intriso di sangue che sporca e non bagna, avversario sleale che segna un goal col portiere in panchina, che pareggia quando il recupero è già scaduto. Che poi, come nel calcio, anche nella vita spesso non ci sono tempi supplementari. Al massimo, se sei fortunato, la partita te la giochi ai calci di rigore. Ne sbagli quattro, e pure l’avversario. Così tutto viene deciso dall’ultimo, però a tirare sei sempre tu, mica in squadra ci sono dei compagni. E l’altro, invece, di compagni ne ha più di uno. Il caso, la sfiga, il destino; la vecchiaia, talvolta.

Viviamo sospesi tra un “meno male” e un “per sfortuna” e, sorprendentemente, a volte le due cose si trovano a coincidere, incastrandosi nella quotidianità.

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