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Una storia di Rudyfinno

I vampiri di seven street

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Pubblicato il 25 agosto 2018 in Fantasy

Tags: Vampiri

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Il treno partito dalla stazione di Milano Porta Garibaldi alle ore 12:05 brulicava di passeggeri; perfino i corridoi erano stati occupati dagli ultimi viaggiatori saliti sui convogli, stipati in piedi come sardine.


forse in passato avrei anche accettato di stare qui, nel mezzo a questa Bolgia, rassegnato a non trovare una collocazione migliore; ma il tempo ti cambia, ti rende più determinato nelle proprie scelte, anche quelle più insignificanti.


Mi feci largo tra la bolgia di studenti, alcuni avevano una cartella ricolma sulle spalle, silenziosi osservavano la zona circostante, altri tenevano dei libri insignificanti al fianco, mentre dialogavano con la sigaretta ancora spenta tra le labbra.


Mi assottiglia ancora un po’ per uscire da quella trappola umana, scrutai con attenzione ogni angolo di ogni vagone come un pazzo sclerotico, mi guardai in torno, ruotai la testa tormentato per non aver ancora trovato un posto libero dove sedermi, poi vidi una mano che si allungava oltre le teste dei passeggeri ancora in piedi, era una anziana signora dalle vesti in stile vittoriano che con l’indice ritratto mi invitò ad avanzare verso di lei.


-hey ragazzo questa è la mia fermata, puoi sederti qua se vuoi. Mi grido dall’altra parte del corridoio.


Non ebbi modo di ringraziarla, ma ci scambiammo un sorriso di gioia, mi sedetti stremato ma felice di stare qui, comodo ad ammirare il paesaggio che scorreva veloce come una vecchia pellicola di un film muto, mentre attendevo con pazienza la mia destinazione alla città fantasma di Faleria, un borgo antico che sorge su uno sperone tufaceo a forma di Cuneo ai confini del Lazio.


Avrei dovuto camminare sulle sue rovine per scattare qualche foto alla città proibita dalle costruzioni medievali; non era solo una questione di fare alcune foto per il mio book, qui si trattava di cogliere a pieno L’ abbandono, il silenzio, l’incuria di una città sola che giace nel suo degrado


La vera difficoltà di quando mi imbattevo in uno scatto così emozionale era far comprendere agli altri la sensazione che provavo in quel momento.

Un gioco di ombre e quella giusta inquadratura avrebbero reso la fotografia un immagine epica e indimenticabile.


Oltre alla macchina fotografica, nella sacca che portavo sempre a tracolla avevo una scorta abbondante di riso, una tanica d’acqua, una vecchia torca, un libro di sopravvivenza e una coperta usurata e puzzolente che mi avrebbe riparato dal freddo della notte.


All’improvviso sobbalzai di soprassalto dalla poltrona posta in direzione di marca al lato del finestrino, mi ero assopito come un fanciullino tra le braccia dell’amore materno, cullato dal movimento del treno che correva veloce sui binari.

Quel suono, quell’improvviso rumore di ferraglia mi riecheggiò per fino dentro i lembi delle orecchie, risvegliandomi da quel sonno perpetuo.


Con il fiato corto riemersi dalle profondità degli abissi;

sul petto stringevo un libro dalle copertine ingiallite che puntualmente cadde a terra come un sasso nell’oceano.


Le voci dei passeggeri erano una miscela di domande, la maggior parte di loro si chiedeva cosa fosse stato a provocare quell’improvviso deragliamento del treno sui binari.


Una ragazza seduta di fronte a me si riavvio i lunghi capelli color cenere, mentre i nostri sguardi si incrociarono.


Il suo volto pallido mi preoccupava notevolmente, aveva gli occhi sgranati e le ciglia inarcate, mentre mi osservava come se difronte a lei ci fosse stato un drago dalla pelle irta e i denti affilati.

Posai dolcemente la mano sulla sua spalla color carne, preoccupato per la suo pallido faccia.


-signorina va tutto bene?


La giovane donna diede una rapida occhiata al suo Rolex grigio perla che portava al polso.


—oh si! sono solo preoccupata di non arrivare in tempo.


—in tempo per dove se posso permettermi?


—ho una riunione molto importante di lavoro e questa volta non posso proprio ritardare neanche per un solo minuto.


—scusi l’invadenza, quando dovrebbe presentarsi a questa fatidica riunione? e dove?


-Roma Cinecittà alle 18 e 30


Diedi un rapido sguardo al mio orologio che portavo al polso, ed erano precisamente le 18 e 20


-credo sia al quanto improbabile che....

Alzai il capo chino dal quadrante dell’orologio e lei come dire era scomparsa, volatilizzata via come fumo nell’aria.


Mi guardai un po’ in torno, ma vederla nel caos che si era creato tra le corsie del treno era impensabile, boh vabbè sussurrai tra me e me, se avrà voglia di tornare mi troverà ancora qua credo.


Guardai oltre quel finestrino sporco d'impronte, avvolto dalla nostra indecenza; ammirai i campi brulicanti d'insetti salterini e le strade di campagna che si inerpicavano sui promontori come esperti alpinisti; una figura sfuggente mi distrasse dall’immensa bellezza dei campi rurali, una figura che già conoscevo, una figura a me famigliare.


Picchiettai sul vetro che ci divideva dal poter comunicare verbalmente, il suo sguardo concentrato oltre i suoi passi non l’avrei distratto per nessuna ragione al mondo, la giovane donna che un attimo prima era seduta a pochi centimetri da me, ora stava camminando ai bordi dei binari ferroviari frettolosamente.


Bruscamente mi alzai dalla poltrona, mi affrettai per raggiungerla spalleggiando incivilmente contro i passeggeri dei convogli fino

ad arrivare alla porta d’uscita.


Mentre percorrevo le scale di lamiera i miei passi riecheggiarono a ritmo cessante.


Fuori con la schiena appoggiata ad un convogli dalla vernice smaltata vidi il capo stazione dalle vesti formali, con le braccia al grembo e il cappello appena tirati sopra la fronte; discuteva di una probabile avaria al motore, un guasto che ci avrebbe tenuti bloccati qui, in questo deserto fatto di alberi ed ettari di campi verdi ancora per un bel po’.


-lei signore dove crede di andare!


Annuncio l’uomo prima di allungo la sua mano verso di me per afferrarmi dalla giacca grigia color cenere; in quell’ istante balzai poco più avanti dei miei passi per schivare la sua debole presa, poi mi lancia in una corsa verso la giovane donna.


La intravedevo oltre quei campi desolati; avevo le gambe indolenzite e deboli, ma tutto sommato ero riuscito a seminare quel rompiscatole del capotreno; ora assomigliava a un piccolo puntino in lontananza.


Finalmente la raggiunsi; ogni passo che facevo i suoi contorni era sempre più visibili hai miei occhi stanchi e arrossati.


-scusi signorina questo libro dovrebbe essere di sua proprietà, l’ho trovato posto sul suo sedile, credo che le appartenga.


Diedi una rapida occhiata al titolo: “Le arti oscure per vampiri negati”.


La donna non si voltò neanche, era come se in quel momento per lei non esistessi.


-Signorina, mi faccia il piacere di riprendersi il suo manoscritto per favore. Così che io possa tornare al mio convoglio.


Glielo dissi con il fiato corto, mentre mi sorreggevo a stento sulle ginocchia tremolanti.


Poi tentai di bloccare i suoi incessanti passi per restituirgli ciò che gli apparteneva una volta per tutte; se non mi avrebbe sentito lei allora l’avrei fermata io con le mie stesse mani, ma quando tentai di farlo allungando il braccio sulla sua spalla fui letteralmente travolto da qualcosa di invisibile; sentivo i suoi gelidi artigli lacerarmi il volto e i suoi denti affilati masticarmi la pelle, mentre brandelli di carne si staccavano dal mio fragile corpo.


Ricordo di averlo toccato con la mano destra, ricordo di aver sentito la sua pelle languida che entrava a contatto con la mia.


Il campo visivo si stava facendo sempre meno nitida e più opacizzato e il mio corpo era un banchetto perfetto di carne e ossa.

La ragazza si voltò verso di noi, mente per me l’unica speranza ora era morire il prima possibile per non soffrire più di quei laceranti dolori.


-noooooooooo! Quel suo urlo si propagò oltre le pianure desolate.


In quell’istante si affrettò a raggiungerci, spalancò la bocca con sofferenza e i suoi canini si allungarono a dismisura; il suo grido acuto mi percosse l’anima.


Nei suoi pugni stringeva la rabbia e l’onore, mentre affondava i suoi canini sulla carne di quella bestia apparentemente invisibile, potevo vedere ogni suo movimento, eravamo uno difronte al altro divisi da quell’essere vorace.


Non avevo mai visto tata rabbia scorrere nel volto di una signorina così tanto aggraziata; rotolavano a terra uno sopra l’altro, lottavano con i denti ricoperti di sangue e carne, mentre l’essere sempre più ferito e sanguinante svelava a tratti parte del suo aspetto ripugnante;

dalle sue laceranti ferire spruzzi di sangue macchiavano il volto irrigidito della ragazza intrinseco di sudore e sangue.


Nuvole di sabbia si alzarono nell’aria; mentre la sua caparbietà di vincere questa guerra era la sua spada tratta.


Ferito e abbattuto fuggi, il mostro ricoperto da profonde ferite, forse sarebbe morto dissanguato poche ore più tardi.


Fuggi così rapidamente che non ebbi modo di mettere a fuoco i suoi dettagli rudi, ma ricordo con fervida chiarezza i suoi occhi violacei e la forte puzza che emanava dai pori della sua viscida pelle.


-oh, mio dio!


Esclamò la ragazza, strattonandomi ripetutamente dalla maglia intrinseca di sangue, lo fece con un istinto primordiale, ma io non ebbi modo di reagire, non avevo la forza neanche di muovere un solo muscolo del mio debole corpo.


—ragazzo sei ancora vivo, ragazzo, dai rispondimi per favore!


Sentii le sue gelide mani schiaffeggiarmi il volto avvolto da una maschera di sudore.


Poi la sentii mentre parlava tra se e se, non avevo idea di cosa stesse discutendo, ma quella voce così dolce non l’avrei dimenticata così facilmente.


—non ho altra scelta, dovrò infrangere la prima regola dei custodi Wlad, ma dopotutto il mio compito è salvarti la vita e non farti affogare nel tuo stesso sangue come un verme, per poi decomporti e diventare concime per la terra.

Certo avrei dovuto stare più attenta con quel Lupper, dannazione! Non puoi distrarti un solo secondo che succede ciò che non sarebbe mai dovuto accadere; avevo pianificato ogni mossa per proteggerti, ma qualcosa è andato storto, ma cosa! ora è inutile continuare a rimuginare sul accaduto, ora non ho altra scelta, dovrò provvedere a modo mio e sperare davvero che tu possa perdonarmi, che tu possa capire, ma sono sicura che te la caverai anche così, resterai generoso, un valoroso uomo dal cuore d’oro, come sei sempre stato. .


Sentii la sua mano scorrermi sul volto una seconda volta, e il suo respiro affaticato solleticarmi ogni parte del corpo, mentre un brivido gelato di freddo mi percorreva lungo la schiena e i suoi canini aguzzi e ben in vista sprofondarmi nel collo; mi irrigidì come un tronco d’albero ansimando di dolore, poi sentivo il sangue scorrere oltre le mie vene.


Tentai di allontanarla, ma non fui in grado neanche di muovere un solo muscolo del mio fragile corpo.


Avrei dovuto solo aspettare dì emanare l’ultimo gemito per soffocare questo lacerante dolore che mi teneva ancora vivo.


poi ripresi fiato risvegliandomi avvolto dalle tenebre che mi aspettavano con le braccia conserti, li come dei perfetti scosciato mi sorrideva maliziosamente, mentre il mondo mi si ritorceva contro.

Continua....

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