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Una storia di Semirnasufoski

Non ce ne accorgiamo

Il pensiero, il caso e la leggerezza dell’essere

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Pubblicato il 26 aprile 2018 in Altro

Tags: existence faith philosophy psychology thought

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Non ce ne accorgiamo.

Non ci accorgiamo di quanto la nostra vita sia condizionata da molteplici fattori. Ma sono così tanti che non sappiamo da dove cominciare. Diciamo che non ha né inizio né fine, un po’ come l’universo, un infinito senza segno, per dirla in termini matematici.

Tutto parte da una domanda chiave: “Siamo noi a decidere al cento per cento quello che ci succede?” Questa domanda può portare a due semplici risposte, sì e no. Ma perché una e perché l’altra? Perché sì? Perché no?

Sono queste le domande alle quali le persone cercano di rispondere, ma sono delle risposte semplicemente infondate perché non possono essere fondate, in nessun modo. Non hanno una base scientifica o una spiegazione razionale come una una formula fisica.

Ora torniamo alla domanda. Trovare una risposta non è così semplice. Serve un po’ di fantasia, di filosofia, di niente forse, perché anche quello a volta aiuta.

Basandosi solamente su fatti concreti, su esperienze di vita quotidiane, ci si accorge di come la vita si possa definire con la parola "caos". Non serve molto per capire che le cose che ci succedono non hanno un filo logico ma succedono per caso. Ecco, la parola giusta è caso. Cos’è il caso? Il caso è confusione, tutto e niente, ovunque e da nessuna parte, sempre e mai. Caso è l'esistenza umana.

Molte persone potrebbero giustamente negare, obiettando tale posizione e pensare che siamo solo noi gli artefici di ciò che ci accade. Ma è una posizione abbastanza superficiale e grossolana.

Prendiamo un esempio apparentemente stupido. Giustamente se io decido di frequentare un liceo, non scelgo un istituto. Ho deciso io, non mio padre o mia madre, né tanto meno il mio migliore amico o il mio vicino di casa. E allora perché anche stavolta non sono io a decidere autonomamente? La risposta è un’altra domanda: su quali criteri hai deciso quella scelta? Sicuramente non si sceglie una cosa ad occhi chiusi senza sapere nulla su di essa, ma ci si informa tramite altre persone. Il verbo informarsi vuole dire raccogliere informazioni. E l’atto di raccogliere informazioni implica un contatto con delle persone, diretto come ad esempio tramite conferenze o meeting, o indiretto come ad esempio tramite dei dépliant informativi. Il contatto con persone porta ad un dialogo più o meno attivo tra me e un altro essere umano. Ora c’è un punto cruciale: è possibile che un dialogo, una frase, una semplice parola non sia condizionata da quella cosa chiamata soggettività? No, mai. Non si potrà mai scappare da questa regola: l’assoluta obbiettività si potrà esprimere solamente con il silenzio. Cioè è impossibile essere assolutamente obiettivi, ma c’è sempre un pizzico di soggettività nel parlare, nello scrivere, nel pensare con il cervello.

Un cervello che pensa vuol dire pensiero. Ed è quello che una persona ha in testa quando decide una cosa, sceglie in base a pensieri, a giudizi propri ed altrui, ad esperienze vissute che gli fanno ricordare cosa è meglio e cosa è peggio o gli fanno scaturire l'istinto naturale verso una scelta invece che un'altra, e altri infiniti fattori. Ora abbiamo una risposta alla domanda di colui che pensa che abbia scelto autonomamente il liceo invece che l’istituto? Non mi pare proprio! Anzi, abbiamo aggiunto altre domande senza trovare nessuna risposta concreta.

Ma quindi se non siamo noi a decidere, chi decide? Il nostro cervello unitamente ad altri fattori. Il nostro cervello non vuol dire noi? Com’è possibile? Potrà sembrare paradossale, ma è così. Almeno secondo il mio punto di vista è così. Decidono i nostri cervelli e non noi.

Il cervello è come una scatola che raccoglie tutto quello che viviamo, tutto quello che proviamo con i nostri cinque sensi, tutte le nostre esperienze; è un hard disk della nostra nostra vita che entra in funzione non appena usciamo dal grembo materno, e immediatamente siamo sotto il suo controllo. Cioè siamo controllati da qualcosa che dovremmo controllare noi in definitiva.

Può sfuggire da ogni opinione razionale, ma è proprio questo. Fugge perché non è tangibile con la mano ma lo è con il pensiero e con la fantasia.

Forse l'unica maniera per opporsi a tutto questo è usare l'istinto, quell'atto effettivo e naturale libero da ogni tipo di condizionamento, senza nessuna subordinazione o dipendenza, una funzione matematica senza una variabile. Il libero arbitrio riferito ad un momento, ad un attimo, ad un intervallo così piccolo e infinitesimo, che è praticamente nullo, ma totalmente incondizionato dal caso. Questa è la via d'uscita dalla tirannia del cervello che ci insegue ovunque e per sempre. Una scappatoia poco reale, immateriale, impossibile da definire.

E cosa succede davanti ad una scelta tra due giocattoli quando abbiamo appena qualche mese? Il cervello cerca tra i suoi file e non appena trova qualche similitudine, come un colore, un odore, una forma, che è stata inserita anche un millisecondo prima della scelta, entra in campo e ci fa decidere, ovvero ci fa tendere la mano verso un giocattolo, uno ed uno solo. Perché proprio quello?

Cresciamo, vediamo sempre più cose, viviamo sempre più esperienze, impariamo sempre più cose ma siamo ormai sempre più in possesso del cervello e di quello che noi stessi ci buttiamo dentro. Pensando erroneamente che più sono le cose che impariamo maggiore è la chiarezza della vita, ci accorgiamo che è l’esatto contrario per un semplice motivo: il motivo è che la nostra immaginazione è la causa di molti dubbi, ci fa vagare con la mente laddove sembra tutto limpido, non si ferma alla prima spiegazione, non si ferma alla prima risposta, ma va sempre oltre. E se la persona possiede quella caratteristica chiamata curiosità allora il fenomeno è maggiormente accentuato. Similmente alla definizione di Nicolas de Malebranche in "Ricerca della Verità", il quale definisce la fantasia come “la pazza di casa”, cioè sinonimo di alterazione della percezione della realtà circostante.

Ecco come il cervello assume un ruolo fondamentale nella vita, soprattutto nelle infinite scelte che facciamo. In tutte le scelte che facciamo, per essere precisi, anche quelle che crediamo siano le più banali. Perché? Perché il colore della felpa che decido di comprare in un negozio è una scelta che ti cambia la vita.

Com’è possibile? E’ possibile che una scelta così semplice diventi talmente importante da cambiare la nostra vita?

Se riflettessimo sulle possibili vie che possiamo prendere, magari facendo anche riferimento al film "Sliding doors", la risposta viene in automatico e deriva da una semplice considerazione: cosa sarebbe successo se avessimo comprato una felpa di un altro colore? Ad esempio, sarebbe successo che incontrando un amico il giorno dopo, egli si complimentasse con noi per l’ottima scelta del colore, gradendo quindi la nostra preferenza del verde invece che del blu. E questo forse gli avrebbe scaturito un pensiero nella mente che avrebbe potuto modificare l'oggetto del dialogo portandolo su un altro piano, con prospettive e punti di vista differenti, come ad esempio il ricordo di un capo simile a quello di suo padre, il quale, per puro caso, era la stessa persona che vidi il giorno prima quando uscii dal negozio dove comprai la felpa. E qui inizia un altro discorso. L'oggetto del dialogo cambia ancora. “Come stanno i tuoi? Come va la vita dopo il trasloco? Quando distante abiti ora dal centro?” e tante altre domande. E magari stando lì a parlare, l’autobus che avrei dovuto prendere è già passato e mi tocca aspettare un’ora, ma non me ne accorgo spontaneamente e dimentico di avvisare mia madre che arriverò a casa in ritardo. Saluto il mio amico e mi dirigo verso la fermata dell’autobus. Mia madre, palesemente preoccupata, non esita a chiamarmi, anche se si trova in auto con il volante in mano. Mentre parliamo al telefono, presa dall'ansia, non si accorge, data la scarsa concentrazione al traffico, che attraversa l'incrocio con il semaforo rosso causando un incidente mortale. Preso dalla disperazione, mi suicido buttandomi da un ponte.

Prima di andare avanti con le ipotesi, che potrebbero essere infinite e tutte diverse tra loro, fermiamoci qui. Può la scelta del colore di una banale felpa evitare tutto questo? O meglio, può una scelta di questo genere condizionare a tal punto la nostra vita? Ebbene sì. Questa è solo una delle infinite vie possibili che avremmo potuto prendere. Infinite vie possibili.

E se tornassimo indietro nel tempo e cambiassimo il colore della felpa, sarebbero successe le stesse cose? Impossibile rispondere. Non siamo in grado di alterare la dimensione temporale nella quale viviamo, almeno non ora. Se Tesla fosse ancora vivo forse ci potrebbe aiutare, ma questo argomento non ci riguarda.

Però generalmente le persone la pensano diversamente. Nessuno di noi può “incolpare” la scelta di un colore per quello che è successo, nessuno avrà il coraggio di dire che è colpa di una nostra scelta, perché è un'interpretazione troppo fantasiosa e poco reale, però si dà spontaneamente la colpa al caso, perché quando non c'è un colpevole e si vuole che esista forzatamente, il responsabile è la casualità degli eventi. E' così, senza nessuna discussione. Come, quando siamo nervosi contro qualcuno o qualcosa che non esiste e non può esistere, ci domandiamo: "Perché è andata in questo modo? Perché è successo? Perché proprio a me? Perché?". E’ quasi una follia pensare che è colpa mia se ho scelto una felpa di un certo tipo invece che un’altra, ma tutto sembra avere una sua astratta linearità. Sembra.

Ecco perché il caso gioca un ruolo fondamentale.

Ma da queste considerazioni si evince anche qualcos'altro: la fragilità della vita, la potenza del pensiero. La differenza è abissale, sono due entità imparagonabili. Anzi, una contiene l’altra. Vi chiederete: “Di cosa sta parlando?”. Sto parlando del fatto che la vita è sempre conseguenza del pensiero delle persone, è totalmente determinata dalle nostre idee e dai nostri principi. Nostri è un termine vago. Meglio dire del nostro cervello. Siamo maledettamente comandati da qualche pensiero, da qualche idea, da un qualche criterio che ci porta a vivere una vita involontaria.

Ma che vita è quella di vivere sotto il perenne controllo di un qualcuno? E se non è un qualcuno, allora è il pensiero di quel qualcuno. E se non il pensiero di quel qualcuno allora è il mio pensiero. Cioè, ci rendiamo conto? Essere sotto il dominio di se stessi? Assurdo, troppo assurdo, inconcepibile, incomprensibile, irrazionale ed altri sinonimi.

Eppure per i più spensierati è una vita tranquilla e felice, caratterizzata da una sostanziale indifferenza verso tutto e tutti. Una vita apparentemente opaca, incolore, vitrea. Ma allora è il pensiero che ci blocca la strada della felicità? Secondo il mio punto di vista la risposta è data semplicemente da un'opera, quella dell’artista serbo Jugoslav Vlahović intitolata “La strada per la felicità” dove illustra quattro volti: tre di questi con un cervello, più o meno grande, accomunati da un espressione triste ed infelice, indipendentemente dalla loro intelligenza o cultura diciamo, e l'ultimo, invece, si distingue dagli altri tre per due aspetti: l’assenza del cervello e un’espressione felice. Che sia questa la via della felicità? Il nostro cervello è così tiranno da non lasciarci vivere una vita felice? Vuol dire che la mancanza di legami affettivi con oggetti e persone, la mancanza di sentimenti ed emozioni, la mancanza di ricordi, la mancanza di tutto se non me stesso, mi conduce alla felicità? Esisterebbe quindi una scorciatoia, una via secondaria, un ponte, un sottopassaggio, un’altra strada da prendere in modo tale da evitare il cervello e arrivare alla felicità?

Quante domande senza risposta! Ma la gente prova a dare delle risposte, secondo i loro ideali e nessuna di esse è sbagliata. Alcuni dicono sia la religione, cioè quell’accostamento a Dio, altri dicono sia l’amore e quindi le emozioni, gli affetti e tutte quelle sensazioni che proviamo con il cuore, con l'anima, e non con il cervello. Insomma, ognuno ha la propria concezione.

Ma tralasciando l’argomento “felicità”, che magari tratterò in un altro momento, torniamo alla casualità della vita facendo riferimento alla statistica, al calcolo della probabilità. Possiamo dire che le strade che possiamo prendere sono tante? Sì, quante? Infinite. Infinite perché la modificazione di un cosa infinitamente piccola come il pensiero porta a conseguenze infinitamente grandi. E quante sono le strade che scegliamo? Una. E uno su infinito non è sinonimo di casualità?

Esattamente una e una sola. Una perché è esattamente ciò che ti succede, il racconto della tua vita, quello che i tuoi occhi hanno visto e vedono tuttora. Sei nato in un determinato giorno, stai vivendo in un determinato luogo e conosci determinate persone. Ma tutto questo si può dire con il senno di poi, cioè guardando il passato alle nostre spalle e raccontando le nostre esperienze, le nostre concrete e reali esperienze vissute, prese come dati certi e indiscutibili. Perché non si può mettere in discussione che la Seconda Guerra Mondiale sia terminata il 2 settembre del 1945 e che Michael Jackson sia morto il 25 giugno del 2009. Sono fatti reali e concretamente avvenuti.

Ma questi eventi potevano essere evitati? Se sì, come? E quanto sarebbe servito per cambiare le cose? Provate a riflettere: perché, per colpa di una persona chiamata Adolf Hitler, la quale decise per sua volontà di invadere la Polonia il 1° settembre del '39 dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale, un soldato russo deve vedere prossima la sua morte nel campo di battaglia? Perché? Perché milioni di persone devono morire perché una persona, una sola normalissima persona, voleva concretizzare il proprio modello politico, fondato sul concetto del "Lebensraum" che poi ha scatenato tutto? Perché tutto questo per un solo pensiero di una sola persona? La domanda è questa. La vera domanda a cui dobbiamo rispondere è questa. Ma si tratta solamente di un'aggiunta alla lista delle domande senza risposta.

Non capite che i pensieri hanno una potere inimmaginabile? Non capite che i pensieri procreano ed altrettanto uccidono persone? Non capite che i pensieri creano pace, pari diritti ed opportunità, crescite economiche ed uguaglianze socio-religiose nel mondo, ma molto spesso creano anche guerre, disuguaglianze sociali, sperequazioni economiche, crisi e povertà? Non capite che la loro capacità di modificazione del corso degli eventi e quindi della nostra esistenza è elevata a tal punto da essere fattore decisionale delle nostre scelte? Non capite che siamo di fronte ad un situazione condizionata da così tanti fattori da risultare imprevedibile e puramente casuale? Non capite che siamo solo dei burattini nelle mani del caso?

Forse non si può capire, ed è meglio così.

Tutto è casuale. Un giorno ci sei, l'altro non ci sei, e il mondo va avanti.

Non ce ne accorgiamo: la nostra esistenza è troppo fragile e leggera da opporsi alla prepotenza del caso.

[Dedicato a mio nonno paterno, la stessa persona che una sera di dicembre del 1995 ha avuto la forza, nonostante la sua età, di percorrere quasi un chilometro dalla piccola casetta dove abitavamo all'ospedale della città con me in braccio, malato con quasi 40 gradi di febbre, a piedi nudi sulla neve, con una temperatura esterna sotto i zero gradi centigradi. Un gesto che mi salvò la vita, non immediatamente ma si rivelò fondamentale per la mia sopravvivenza.

Egli quando mi racconta quanto successo, ogni volta con le lacrime agli occhi, afferma che senza l'aiuto di Dio non avrebbe avuto quel coraggio, quella forza, quel pensiero di portarmi in ospedale, consapevole che ce l'avrebbe fatta, perché fedele alla religione. Qualsiasi cosa sia stato senza di lui molto probabilmente io non sarei qui a scrivere queste cose, senza il suo pensiero io non sarei vivo. Ecco la mia testimonianza. Ecco come trasformare ipotesi astratte, lettere, parole, frasi, verbi condizionali in fatti, affermazioni, esperienze reali e concretamente vissute, esperienze esistenziali. Cosa sarebbe successo se non ce l'avessi fatta quel giorno?

Grazie Babo.]

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