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Una storia di LuigiMaiello

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Conte e Messi: il confronto tra un leader e un campione.

Confronto tra un leader che sa come gestire un gruppo e un campione che vuole solo la responsabilità di giocare a pallone.

Pubblicato il 28 giugno 2016

"Strani giorni, viviamo strani giorni". Calcisticamente parlando (e non solo).

L’Italia contro ogni pronostico ha sconfitto i campioni europei in carica della Spagna.

L’ Argentina vive l’ennesimo “dramma calcistico”, sconfitta ai rigori dal Cile nella finale della Coppa America per la seconda volta consecutiva.

L’Islanda sconfigge a sorpresa l’Inghilterra e la costringe a una “seconda Brexit”.

Questi e altri eventi mi hanno portato a una riflessione che va ben oltre il lato calcistico.

Le vittorie e le sconfitte, in ogni ambito, non sono mai frutto del caso.

È una banalità, lo so.

A volte può esserci la sfortuna, ma, nella maggior parte dei casi, sono i team più determinati a raggiungere l’obiettivo ad avere la meglio.

Le partite in questione, e non solo, sono l’ennesima dimostrazione di quanto sia importante avere un leader che sappia guidare un gruppo di persone.

Partiamo dai fatti.

La nostra nazionale contro la Spagna ha offerto una grande prestazione, annullando (nel vero senso della parola) quella “furia rossa” che sulle maglie di ieri è diventata un paonazzo sbiadito.

La nostra nazionale è una squadra solida e aggressiva, che non ha più grandi campioni in squadra (ad eccezione della solidissima difesa con Buffon, Chiellini, Barzagli e Bonucci), ma è comunque un team che, se ben guidato, nelle grandi occasioni riesce a compattarsi, soprattutto quando c’è grande scetticismo intorno ad essa.

In queste circostanze i calciatori si caricano, danno il massimo e anche di più.

La nazionale di Conte brilla per spirito di coesione e volontà di emergere, con 23 calciatori che lottano all'unisono per raggiungere l'obiettivo.

La differenza in questo caso la fa Conte.

Basti pensare quando, a metà del secondo tempo della partita di ieri, il nostro allenatore ha scalciato il pallone lontano, infuriato per qualche errore di troppo dei nostri. Certo, alcuni possono storcere il naso per un comportamento non proprio “british”, ma di sicuro i calciatori in campo hanno recepito il messaggio.

Dall’altra parte invece vi era l’allenatore della Spagna, Vicente Del Bosque, che è rimasto in panchina, sempre posato, mai un gesto sopra le righe. Ieri, oltre al lato caratteriale, forse veramente non sapeva cosa dire ai suoi calciatori per fermare le “furie azzurre”.

Quelli che per tutti (o quasi) erano considerati super favoriti e tecnicamente più forti sono crollati inesorabilmente.

Un fatto ancora più sorprendente è accaduto ieri sera, quando l’Islanda ha battuto l’Inghilterra.

Permettetemi ora una piccola digressione, ma vi avevo avvertito che questo non sarebbe stato un articolo prettamente calcistico.

Oltre all’aspetto tecnico-tattico, in cui Conte eccelle, assume un’importanza fondamentale la leva motivazionale e per questo motivo mi viene in mente una cosa che ho letto di recente nella biografia di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson.

Il padre della Apple aveva un modo tutto suo di affrontare le questioni e un modo particolare di motivare i componenti del team. Per questo alcuni suoi collaboratori coniarono l’espressione “Campo di distorsione della realtà”.

Tutto ciò fu particolarmente evidente nel 1981, quando Steve Jobs chiese ai suoi collaboratori che il primo Mac fosse completato entro poco meno di un anno da quella data.

Molti tecnici manifestarono l’impossibilità di realizzarlo in quei tempi, e fu per questo che Bud Tribble, l’altro progettista del software, affermò:

“Steve ha un campo di distorsione della realtà. In sua presenza la realtà è malleabile: lui è in grado di convincere chiunque di qualunque cosa”.

A distanza di molti anni, Andy Hertzfeld (un altro membro originario del team Mac) ha commentato:

“Era pericoloso venire catturati dal campo di distorsione di Steve, ma il campo era ciò che lo aveva reso capace di cambiare concretamente la realtà. Il campo di distorsione della realtà era un incredibile miscuglio di stile retorico carismatico, volontà indomabile e ansia di manipolare qualsiasi fatto in maniera che si adattasse all’obiettivo contingente”.

Tutto è possibile quando le persone che fanno parte di un gruppo vengono stimolate e motivate da un grande scopo: lavoreranno più sodo, sogneranno più in grande e scopriranno modi per rendere possibile ciò che è impossibile.

Ecco, proprio questa era il merito principale di Steve Jobs: far pensare che l’impossibile fosse realizzabile.

Torniamo per un attimo al calcio.

L’altra notte l’Argentina ha perso la terza finale consecutiva in tre anni: prima quella dei mondiali contro la Germania (ai supplementari), poi due finali di Coppa America perse ai rigori, entrambe contro il Cile.

L’ Argentina non vince un trofeo dal 1993: si trattava della Coppa America vinta in finale contro il Messico.

Eppure di campioni l’Argentina ne ha avuti e ne ha parecchi, a partire da colui che è definito da molti il “Migliore calciatore al mondo”: Leo Messi, vincitore già di 5 palloni d’oro, che sta infrangendo ogni record in termini di gol e di trofei conquistati.

Leo Messi però in nazionale non è mai decisivo nelle occasioni importanti, e dopo l’ennesima delusione in finale, ha dichiarato di voler abbandonare la nazionale.

Quando in una partita si arriva ai rigori, di solito i più importanti sono il primo e l’ultimo e questi vengono affidati ai calciatori più forti e carismatici della squadra, i cosiddetti “specialisti dal dischetto”, perché in quei momenti dovrebbero essere i “più freddi”.

In questo caso il primo a tirare per l’Argentina è stato proprio Messi.

Tutti possono sbagliare un calcio di rigore: “non è da questi particolari che si giudica un giocatore”, ma nel caso di Messi, questa è l’ennesima prova negativa nei momenti decisivi.

Arrivo al punto del discorso. La mia opinione a riguardo è:

Messi è fortissimo, ma non è un leader in campo.

Questa non è una colpa, ma forse l’equivoco nasce dal voler associare la figura del “più forte” a quella del leader. Questo è sbagliato.

Nel Barcellona, che è la sua squadra di club e con cui ha vinto tutto, Messi è il calciatore più forte, ma non è il leader. Quel ruolo l’hanno avuto per anni Pep Guardiola (in panchina) e i vari Puyol, Xavi, Iniesta (in campo).

A Messi devi dare il pallone e lui, con quello, può inventare di tutto: fare magie in tutte le zone del campo e contro ogni avversario.

Dagli il pallone, ma non una squadra da caricarsi sulle spalle da solo.

Torniamo al team e alla leadership, ma passiamo dall’ambito calcistico a quello aziendale.

Nell’epoca in cui assumono sempre più importanza i Big Data, si tende a trascurare l’aspetto emozionale delle persone, dei consumatori e dei dipendenti.

Approfondirò quest’aspetto in un articolo apposito, ma ora voglio puntualizzare due punti fondamentali:

- Aziende e organizzazioni sono composte da persone, perciò nella gestione non possono essere considerati soltanto elementi puramente “razionali”.

- Le persone sono meravigliosamente complesse e diverse, ma a tutte le persone piace fare delle cose esaltanti e sentirsi parte di un’avventura fantastica.

Nel rapporto tra uomo e gruppo poi bisogna ricordare ciò che affermava lo psicologo Ernest Becker, per il quale l’uomo è condizionato da un dualismo di fondo: da una parte c’è il bisogno di appartenenza a un gruppo vincente, dall’altro la volontà di brillare di luce propria.

Secondo Becker:

"Ciò che in realtà l’uomo teme, non è tanto di scomparire,

quanto di scomparire senza significato”.

Da qui, detto in parole semplici, l’uomo svolgerà il suo lavoro quotidiano ancora meglio, quando sentirà di operare per una grande causa.

L’aspetto emotivo nel lavoro (e in qualsiasi altra situazione e organizzazione) assume un rilievo fondamentale secondo Daniel Goleman, autore di “Lavorare con intelligenza emotiva”:

“Abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente.

Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale.”

In altre parole, l’emisfero destro del cervello, che è la sede dell’immaginario e del simbolico, della parte artistica che ricorda le melodie e assurge alla poesia, è almeno altrettanto importante di quello sinistro, sede della ragione e della deduzione.

Chiudo il cerchio tornando ad Antonio Conte.

Il c.t. della nazionale è una persona preparatissima sotto ogni aspetto: tattico, atletico ed emotivo. È una persona focalizzata sull’obiettivo ed esige che i calciatori siano allo stesso modo concentrati come lui.

Secondo Buffon, che lo conosce bene: “E' un uomo che ordina rispetto, ma i giocatori vogliono rispettarlo perché vedono quanto lavora duro”.

La prossima gara della nazionale sarà contro la Germania, la squadra campione del mondo.

È la favorita? Abbiamo battuto diverse volte i tedeschi e poi non lo dimenticate mai:

“Gli uomini possono muovere le montagne”

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