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Una storia di FernandaPassarelli

LA FERMATA VUOTA

Due ragazzi, un autobus. Uno sale, l'altro no. Futuro e destini.

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Pubblicato il 04 marzo 2018 in Altro

Tags: amicizia believe destini futuro sogni

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Per gentile concessione di Gisele, mia figlia.

Era già tardi quella mattina e l'autobus aveva già imboccato il lungo viale alberato che attraversava l'intero isolato dove, alla fermata, sarebbero dovuti esserci Carlo e Roberto.

Si conoscevano dalle elementari e da allora erano diventati ottimi amici. Il 3° C del Liceo Scientifico, che frequentavano insieme, li stava annullando, pochi stimoli e poche presenze, i troppi scioperi avevano creato problemi alle loro lezioni e alla loro voglia di frequentare l'Istituto scolastico.

<<Se potessi, volerei lontano da qui>> aveva detto, qualche tempo prima, Roberto, in uno di quei giorni che le lezioni furono interrotte per la solita e banale protesta sull'autogestione.

<<Per andare dove?>> gli aveva chiesto, incuriosito, Carlo.

<<New York, la grande mela, la grande opportunità, lì si che potrei realizzare il mio sogno>> aveva risposto, con occhi sognanti, il diciassettenne.

<<Quale sogno? Non me ne hai mai parlato!>> gli aveva detto, un po risentito, il secondo studente.

Roberto aveva raccontato all'amico che da un po di tempo si allenava nel campo scuola per acquisire forma e resistenza, utili per una maratona, quella di New York per l'esattezza, la più importante del mondo, ma non tanto per la lunghezza del percorso, sicuramente notevole, ma per la magia che solo una grande metropoli come the Big Apple poteva regalare.

Carlo era, adesso, davanti la villetta di Roberto e, con impazienza, aspettava che l'amico uscisse e anche in fretta, l'autobus era ormai vicino.

Il grande portone color marrone si era aperto e Roberto aveva guardato Carlo negli occhi, che esternarono meraviglia. Dalla sua abitazione, l'amico ne era uscito vestito con un pantaloncino nero, delle scarpette da maratoneta e una canottiera rossa con un numero impresso sulla schiena e sul petto, il 17, la sua età.

L'autobus fermo, stava per chiudere le portiere, pronto a continuare la sua corsa, Carlo stava salendo e intanto si era girato per sollecitare Roberto, ma quest'ultimo, invece di salire, si mise a correre di fianco al mezzo pubblico.

Carlo non aveva più visto l'amico, tranne che in un servizio sportivo in televisione, Roberto Siliprandi aveva vinto la maratona di New York.

Quel giorno Carlo aveva imparato che non c'erano limiti alla possibilità di realizzare un sogno, dopo qualche anno era stato ben felice di risentire l'amico maratoneta, lo aveva telefonato dal centro Africa, dove svolgeva la professione di chirurgo, nel Team di Medici senza Frontiere.

Carlo Giallini, sorridente e sereno, si ripromise che dal suo laboratorio di ingegneria bio- medica, avrebbe sperimentato algoritmi utili alla professione di Roberto, suo amico da sempre, così facendo avrebbe percorso con lui la corsa più importante, quella verso la vita, sperando di trovare sempre più fermate vuote.

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