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Una storia di RosannaRobiglio

Bar Sport

Amici tifosi festeggiano la  vittoria della  squadra del cuore.

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Pubblicato il 31 gennaio 2018 in Humor

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Le gigantografie di due eroi del calcio che con l’approdo nella loro squadra avevano infiammato quei cuori di indiscussa fede sportiva e la bandiera colorata appesa alla parete del bar che afflosciandosi e risollevandosi ad ogni mossa della porta rispecchiava lo stato d’animo dei tesserati, agivano su di loro come portentosi scacciapensieri.

Un angolo del locale era da sempre dedicato ai giornali sportivi, mentre il più ampio, arredato di tavoli, sedie e giochi vari, accoglieva animi accesi che, tra una partita a bigliardo, una a tressette o a ramino, snocciolavano i ricordi del passato, commentando con animate discussioni le partite più salienti.

I cittadini, ripartiti fra le due squadre locali perennemente in combutta fra loro, tra uno sfottò e l’altro, aspettano l’evolversi della partita successiva per prendersi in giro, ma in questo locale i cugini non entravano nemmeno perché questo mondo, riportato persino sulle bustine dei dolcificanti, stonava vistosamente coi colori dell’altra squadra.

Quattro inseparabili compagni di avventura che del rione ne conoscevano vita e miracoli, quando erano a corto di argomenti, rimpiazzavano il gazzettino locale, spettegolando come comari.

Alberto, ex bancario, aria sapiente e tracolla nera sempre al seguito, elargiva consigli su redditizi investimenti, Giacomo il postino, ricordava con foga gli inutili approcci destinati alla bella Elena, da sempre desiderio di conquista di quel maturo ragazzo, mentre Bruno colorava i suoi interventi di idraulica che guarniva con stuzzicanti sconti dedicati a maliziose simpatie convinto di ottenere buoni esiti, ma quasi sempre fallimentari.

Ma una vera eccezione era l’abbronzantissimo Giobatta che con l’immancabile sigaretta fra le labbra, baffi e dita ingiallite dalla nicotina, cappello bicolore posizionato sulle ventitre, restava per ore al porticciolo sommerso da palamiti e reti da riparare e tra un sorso di pigato e l’altro, pensava alla sua squadra sognando il giorno in cui avrebbe esposto sulla sua barca una bandiera piena di scudetti.

Quella domenica,in occasione del derby cittadino, il suo inguaribile cuore, lo portò direttamente sul campo di calcio per assistere dal vivo alla sicura vincita contro la squadra avversaria.

In cuor suo sentiva che la sua presenza quel giorno gli avrebbe portato fortuna e deciso a godersi in pieno quella vittoria, si avventurò da solo verso il campo, ma promise a se stesso che subito dopo avrebbe raggiunto gli amici nella loro seconda dimora per festeggiare tutti insieme quell’ormai certo trionfo.

Bardato di completo bicolore, da cui spuntava un rovente maglione intonato alla lunga sciarpa che dopo due giri attorno al suo magro collo, gli arrivava ancora sino alla cintola, e un berretto di lana completo di pompon che ad ogni mossa gli ciondolava in testa, faceva rotolare la mini bandiera che teneva saldamente in mano.

Per rendergli più confortevole la permanenza in gradinata, si immolò persino il cuscinetto a due tinte che, ben stretto sotto l’ascella, viaggiava al suo seguito. Giobatta gustava già i festeggiamenti di quel glorioso avvenimento nel bar dove era solito rifugiarsi durante i momenti più o meno felici della sua vita.

Finita la partita, quasi volando, raggiunse gli amici per descrivere per filo e per segno, anche mimandole, le prodezze dei suoi eroi.

Invaso da una incontenibile gioia, offrì un bicchierino a tutti i presenti che coinvolti in quella briosa atmosfera, gli alleati sentirono il desiderio di ricambiare la cortesia. Felici come non mai, quella speciale serata fece dimenticare le precedenti delusioni, causa di non pochi malumori.

Quel giorno la loro squadra si era davvero superata, così anche Matteo, il gestore, vista l’ora tarda, fece un’eccezione e concesse alla combriccola un ultimo brindisi offerto dalla ditta e poi, tutti a casa.

Giobatta e suoi compagni di avventura che di tornare a casa non ne avevano alcuna intenzione, continuarono a girovagare tra schiamazzi e sguaiate risate.

Ricordarono il goal di tanti anni fa calciato dal loro mitico campione su punizione in un derby che segnò la loro vittoria. Goal che poi, raffigurato in numerose cartoline destinarono, senza parsimonia, ai cugini avversari suscitando inevitabili ire.

D’altronde, la precedente stagione erano stati loro a cadere in disgrazia e per il felice avvenimento, sempre quei cugini, sistemarono su un carretto davanti al loro locale, una bara avvolta in un drappo nero che non solo aveva attirato curiosi, ma richiamò anche l’intervento degli invadenti occhi delle TV locali, fino a ritrovarsi sulle prime pagine di cronaca nera con conseguente e ineguagliabile doppio dolore, senza precedenti.

Dopo una tappa conclusiva all’ultimo bar ancora aperto, ormai traballanti, proseguirono sulla via del ritorno, continuando a cantare a squarciagola la canzone di Gino Paoli, “quattro amici al bar”.

Erano talmente felici che neppure loro si ricordavano il perché, ma Giobatta, ormai giunto a malincuore davanti al suo portone, salutati gli amici, si ritrovò l’ostinata resistenza della solita serratura che a quell’ora era spesso impegnata nelle sue giravolte.

Pazientemente attese che la toppa passasse davanti alla chiave tenuta ben ferma, ma fallito anche quel tentativo, non gli rimase altro da fare che suonare con insistenza il campanello di casa.

Lo squillo ad intermittenza e prolungato nel tempo, svegliò la signora Maria che, dopo la solita giornata campale, cullata da un meritato riposo, dovette accorrere in suo soccorso.

La palazzina di sei piani, senza ascensore, li ospitava proprio all’ultimo e quella notte, quelle scale, a Giobatta apparivano più lunge e ripide degli altri giorni.

Dopo i primi gradini, venne colto da un tale stordimento che anche lo zerbino del primo piano, impietosito, lo invitò ad una pausa, intanto la moglie che lo attendeva sul pianerottolo, preoccupata per quel tardo approdo, pensò ad un improvviso malore e col batticuore scese le scale per soccorrerlo, ma il maldestro ringhiare di un cane la raggelò.

Pensando subito al peggio, rifece i gradini a quattro a quattro sulla via del ritorno e allarmata bussò alle porte dei coinquilini, in cerca di aiuto.

Svegliati di soprassalto, accorsero tutti in massa ad aiutare la signora Maria che appariva molto sconvolta.

In pigiama, muniti di bastoni e tanto coraggio, pronti ad affrontare quel pericolo, trovarono solo Giobatta rannicchiato sul pianerottolo profondamente addormentato, che russava a più non posso.

Dopo un attimo di sbigottimento, sollevarono quell’ingombrante e inerte pacco colorato e divertiti da quell’inaspettato fuori onda, lo trasportarono fino a casa, mollandolo sul letto avvolto nei suoi ardenti bicolori, mentre la povera Maria, mortificata e delusa, osservava la scena senza parole.

Il mattino seguente, con la testa dolorante e i pugni pressati sulle orecchie per evitare il sermone della moglie che ancora infuriata, a ragione, gli rammentava la sua eccessiva bravata, tentò di nascondere bandierina e cuscinetto, simboli di quella impresa, nell’angolo più buio dell’armadio.

Aggredito dai rimorsi, capì che stavolta aveva proprio esagerato. Bere con gli amici era da tempo una consuetudine irrefrenabile, ma mai aveva raggiunto una simile caricatura.

In quel frangente lo assalì anche la vergogna e l’umiliazione di dover affrontare i vicini su e giù per le scale, impossibili da evitare.

Un forte dolore lo raggiunse anche al petto, ma non era un dolore fisico, e per la prima volta capì di trovarsi di fronte alla battaglia più difficile della sua vita e proprio contro se stesso.

Mentre quella brontolona che per sbarcare il lunario, lavorava sodo come addetta alle pulizie riuscendo ad accudire casa e figli e sostenerli negli studi per garantirgli un futuro migliore, lui che su queste cose non si era mai soffermato neppure un momento, lo fecero star peggio.

Per mille volte, aveva pensato di smettere di bere, ma aveva sempre rimandato quella decisione ad oltranza. Ora, sopraffatto da una vergogna indescrivibile e dai rimorsi, coi gomiti appoggiati sul tavolo e le mani a sorreggere il capo dolente e mai così turbinante, promise a se stesso quella vittoria.

Se ci era riuscita la sua squadra del cuore che stava barcollando sul baratro della retrocessione, lo poteva fare sicuramente anche lui.

Lo doveva ardentemente a moglie e figli, e con una forza di volontà che non aveva mai saputo di possedere, iniziò la sua lunga battaglia, ripetendosi di sovente ad ogni tentazione: “Dai forza Giobatta, dai, forza che ce la fai.”

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