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Una storia di Buenosaires

Amiga

Che parola insulsa, amica! Come se il fingersi amici agli occhi di tutti fosse stato sufficiente a impedire che la loro storia proseguisse.

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Pubblicato il 30 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: amica amore musica pioggia songfic

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La pioggia batteva senza sosta sui vetri delle finestre ed emanava un forte odore di umidità che invadeva tutto ciò in cui riusciva ad infiltrarsi. In fondo alla via, uno stormo nero fuggiva veloce dall'acquazzone per rifugiarsi nei nidi sparsi qua e là in città. Poche automobili attraversavano le vie, schizzando con le ruote le pozzanghere. Il vento alzava le prime foglie cadute dagli alberi e scompigliava l'erba del parco che fiancheggiava la strada fino all'incrocio più a sud. Era autunno da pochi giorni e già l'estate faceva sentire la propria mancanza.

L'uomo camminava veloce sotto l'ombrello, tenendo una mano sul bavero del trench scuro, diretto verso il portone di casa. Non sapeva neanche lui perché si fosse messo in testa di andare a passeggiare con un tempo simile, credeva che fare quattro passi lo avrebbe aiutato a schiarirsi le idee e invece così non era stato. In quella mezz'ora di vagabondaggio nel quartiere si era trovato inevitabilmente solo e senza possibilità di recupero, circondato da dettagli che in quel momento lo ferivano tanto quanto in passato lo avevano reso felice. Eppure, lui accanto a sé aveva qualcuno, la sua vita di tutti i giorni era incredibilmente piena. Da alcune settimane, però, gli mancava quell'importantissimo tassello del mosaico che non gli avrebbe permesso di sentirsi messo da parte così sfacciatamente. Sarebbe stato meglio litigare, forse, voltarsi le spalle e non tornare più a vedersi, piuttosto che accettare il cambiamento col sorriso sulle labbra e un grande abbraccio. Non aveva il diritto di provare gelosia, né tantomeno di volere spiegazioni: non si appartenevano, si erano ripromessi (più o meno esplicitamente) che prima o poi sarebbe finita tra di loro e così era accaduto. Finché si trattava di una remota possibilità, però, gli sembrava una situazione molto meno dolorosa, addirittura inevitabile ma a cui sarebbe sopravvissuto; ora invece gli si era palesata davanti quasi con violenza, con la sfacciataggine tipica di ciò che diventa reale.

La cercava ovunque, ma non la trovava. Provava a reprimere l'istinto di volerle parlare, di chiamarla ogni momento per sentire la sua voce, la sua risata. Alcune cose, pensava, avrebbe potuto condividerle solo con lei, perché nessun'altra persona - nemmeno la propria moglie - ne avrebbe colto anche gli aspetti più nascosti. Quella passeggiata sotto la pioggia, ad esempio, lei l'avrebbe trovata estremamente sconsiderata, ma avrebbe riso come una bambina nel sentirgli raccontare di come un'auto, passando veloce in una pozzanghera, aveva mancato per pochi centimetri di bagnarlo dalla testa ai piedi. Se glielo avesse detto di persona, poi, lo avrebbe preso in giro con una tenerezza tutta sua che gli avrebbe reso inevitabile stringerla a sé: era così minuta che un braccio solo sarebbe bastato e l'uomo avrebbe potuto sentire addosso a sé il suo addome muoversi e nelle orecchie forte la sua voce. Credeva di averla persa per sempre, eppure l'avrebbe potuta rivedere ogni giorno. Erano le condizioni ad essere cambiate e questo gli permetteva di provare anche solo una parte della naturale tristezza che in lei aveva sempre tentato di spegnere. Gli costava fatica dover ammettere (a se stesso in primis) che fosse stato un altro a riuscire nell'impresa. Si sentiva tradito, più nell'orgoglio che nella fiducia, ma quel sentimento sarebbe rimasto un segreto da proteggere con cura.

Arrivò al portone del palazzo e, chiudendo l'ombrello, diede un'ultima occhiata alla distesa d'erba oltre la strada. Pioveva a dirotto e il prato, avvolto in una nebbiolina grigia, aveva un colore particolare: un verde scuro intenso, che gli ricordava qualcosa di apparentemente inafferrabile nei meandri della memoria.

Giunto davanti all'uscio di casa, proprio di fronte all'ascensore, cercò le chiavi nelle tasche dei pantaloni e ne inserì una nella serratura. Quando aprì la porta e si accorse di essere solo, fece un profondo sospiro. Dalla grande finestra vedeva le piante agitarsi col vento e perdere le foglie; le gocce d'acqua bagnavano il pavimento del balcone e formavano piccole pozze nelle fughe delle piastrelle. Osservò ancora una volta quel verde che si rifletteva nei suoi occhi chiari: sentiva che la pioggia gli stava portando via l'immagine - ora lo sapeva - dell'abito che la donna indossava l'ultima sera che avevano passato insieme, mesi prima. Era dell'esatto colore che scorgeva ovunque davanti a sé. Solitamente non si sarebbe lasciato andare a sentimentalismi del genere, ma quel verde gli era rimasto impresso in modo particolare. Lo ricordava perché il vestito che la donna portava l'aveva fatta sembrare ancora più bella: la gonna corta a balze le dava l'aria di una fata, una creatura in bilico tra il fantastico e la realtà. Glielo aveva confessato, in tono scherzoso per nascondere l'imbarazzo, e come risposta aveva ottenuto un abbraccio. Lo stesso di cui sentiva il bisogno ora, solo in casa e circondato da mille fotografie in cui anche lei compariva.

All'improvviso il suono dell'orologio che segnava l'ora esatta lo risvegliò dal flusso di pensieri. Si voltò e il vuoto della casa lo lasciò incredulo: non succedeva da chissà quanto tempo che non ci fosse nessuno. Se lei fosse stata lì, ad esempio, lo avrebbe distratto, fatto sentire meno annoiato e, soprattutto, non gli avrebbe permesso di dimenticarsi ciò che era - un amico, un padre, un marito - per ricordarsi quello che era stato: un uomo che aveva mentito e tradito, sì, ma unicamente per sentimento.

Fuori il sole era ormai tramontato da un pezzo e dalla finestra vide accendersi pigramente i primi lampioni. Era una serata autunnale come tante altre, eppure il freddo sembrava ancora più pungente: gli entrava nelle ossa e con una morsa ghiacciata gli toglieva il respiro, rendendogli quasi impossibile formulare qualsiasi tipo di pensiero logico. Lo sapeva benissimo, non era il freddo il problema reale: era la mancanza di lei ad acuire qualsiasi emozione e rendere insopportabile ogni singolo particolare di quella insulsa quotidianità.

Le lancette dell’orologio rimbombavano sorde nel silenzio della casa deserta. Ecco, se lei fosse stata presente avrebbe saputo cancellarlo, riempiendolo con le sue parole, con quell’accento così distintivo e con il suono della sua risata cristallina; non ci sarebbe stato il tempo di rimuginare sulle reciproche colpe o sugli sbagli commessi, ma solo la beatitudine di ritrovarsi nuovamente insieme. Invece era ancora una volta solo a fare i conti coi proprio pensieri, che per quanto si sforzasse, non ne volevano sapere di smettere di tormentarlo.

Com’erano arrivati a quel punto? Erano passati dall’essere amici e compagni di lavoro all’intrecciare quella storia clandestina senza capo né coda. Non c’era spiegazione logica che tenesse, avevano entrambi mollato gli ormeggi lasciandosi andare alla deriva, sommersi dalla piena dei loro sentimenti, e troppo a lungo avevano perseguitato a insabbiare i rimorsi di coscienza. Inutili erano stati i tentavi di ribellarsi, entrambi si erano ritrovati prigionieri di quell’amore malsano che eppure sembrava essere la loro unica fonte di ossigeno.

E ora? Avevano proseguito come prima a lavorare fianco a fianco, le apparenze salve eppure i cuori in frantumi. Non era possibile cancellare con un colpo di spugna tutto il loro trascorso e entrambi ne erano consapevoli, anche se non avrebbero mai osato ammetterlo neppure a se stessi, bloccati com’erano dall’orgoglio.

Sentì una fitta alla bocca dello stomaco: era il morso della gelosia a tormentarlo per l’ennesima volta. Era la stessa sensazione che aveva provato quando lei lo aveva lasciato: gli aveva parlato schiettamente e senza giri di parole, appigliandosi come sempre alle ragioni della mente in quello che era stato l’ennesimo dei suoi discorsi razionali. Lui, d’altro canto, non aveva saputo ribattere, ma era rimasto immobile; il suono della sua voce gli era rimbalzato addosso assieme al rumore sordo dei suoi passi mente se ne andava e lo lasciava solo – e questa volta per sempre - a fare i conti con un sentimento che fino a un attimo prima non si era quasi reso conto esistesse. Strinse i pugni, trattenendo le lacrime. Odiava mostrarsi debole eppure non riusciva a fare altrimenti: quel segreto era stato trattenuto talmente a lungo che ora gli pareva essere diventato più grande di lui, e non avere nessuno con cui parlarne non faceva che acuire il suo senso di abbandono.

Lo sapeva benissimo: lei non avrebbe potuto aspettarlo per sempre, non aveva alcun diritto di prendersela tanto, eppure non riusciva a reprimere la rabbia; un altro uomo adesso occupava i suoi pensieri, un altro assaporava il suo profumo e si beava sua pelle morbida, un altro era la ragione dei bei sorrisi che tanto amava… non riusciva a sopportarlo. Sospirò, cercando invano di liberarsi di tutto quel peso che tratteneva nel petto, e nel farlo gli riaffiorarono alla mente ricordi troppo intensi per poter essere ricacciati indietro. Tutti i momenti passati insieme appartenevano a loro soltanto e non se ne sarebbero mai andati fintanto che entrambi li tenevano ben ancorati al cuore; altre persone avrebbero potuto occupare l’uno il posto dell’altro, ma tutto ciò che avevano vissuto assieme non sarebbe mai andato perduto e per nulla al mondo l’avrebbero permesso. Era una magra consolazione, eppure gli sembrava l’unica cosa rimasta a farlo sentire meglio.

“Ormai il dado è tratto” pensò; lei si sarebbe dovuta nascondere per sempre dietro a quella parola, “amica”, al cui solo suono provava una fitta di dolore, perché no, amici non lo erano stati mai. Fin dal primo giorno tra di loro si era creata una strana elettricità che, ancora una volta, superava tutti i limiti imposti dalla ragione. Che parola insulsa, “amica”! Come se il fingersi amici agli occhi di tutti fosse stato sufficiente a impedire che la loro storia proseguisse. Se le circostanze fossero state diverse, se il destino li avesse fatti incontrare in un altro momento, forse… “Magari nella prossima vita”, pensò con un sorriso amaro.

Al di là della rabbia, in fondo al suo cuore c’era una profonda riconoscenza verso quella donna: le doveva più di quanto avrebbe mai immaginato. Lei era riuscita a rapirlo e a intrappolare tutti quei lati del suo carattere che mai prima di incontrarla aveva messo a nudo di fronte a un’altra persona. Ai suoi occhi si era sentito abbastanza al sicuro da potersi spogliare di tutti quei connotati di facciata che – dicono – un uomo dovrebbe avere per dirsi uomo davvero. Quante volte aveva pianto sul suo grembo quasi fosse un bambino in cerca di una consolazione – che puntualmente arrivava cullata dalle sue dolci parole – quante volte aveva perso la rotta e di fronte ai suoi occhi si era confessato smarrito e confuso; di quelle occasioni amava il modo in cui lei sapeva scuoterlo e riportarlo sui suoi passi con la forza e la violenza di quel fiume in piena che sembrava scorrerle nelle vene.

Prigioniera ne era rimasta anche la parte più carnale, che si era lasciata ammaliare dal suo corpo sinuoso e da quell’aurea di aristocratica eleganza che permeava in ogni suo gesto e movimento. Quelle notti di passione e sotterfugi non l’avevano certo reso migliore, ma l’avevano scolpito come era ora: un uomo che aveva agito in nome dell’amore e di questo soltanto. Il peccato si era tramutato nella sua forma più dolce e lui non aveva intenzione alcuna di cedere ai rimorsi solo per aver permesso al cuore di prendere il comando. Non avrebbe mai rimpianto l'essere stato la sua notte, ne era certo, se di quello lei aveva avuto bisogno: una pausa dai troppi pensieri, un riparo dalla luce accecante della razionalità mai moderata, un motivo per non dover parlare più. Riposo, affetto, tranquillità. Il buio di cui non avrebbe avuto paura ma dove avrebbe cercato conforto.

L'uomo sospirò ripensando a come il tempo sembrava fermarsi quando erano insieme e poi improvvisamente scorrere velocissimo nel momento in cui si rendevano conto che si sarebbero dovuti salutare al giorno dopo. Addirittura l'intero universo assumeva dimensioni così piccole da poterne fare un pacchetto e regalarlo a quella donna che gli insegnava, minuto dopo minuto, qualcosa di nuovo. Forse perché lei stessa era speciale: all'apparenza tanto fragile e comune quanto in realtà forte e incredibile. Aveva la capacità di farlo sentire migliore quando gli stava accanto e lui, dal canto suo, si impegnava a darle la possibilità di sfiorare quell'infinito che le risultava sempre difficile da accettare. Amarla significava insegnarle a non farsi frenare da ciò che era giusto e ciò che era sbagliato: in un certo senso, era stato vita per darne a lei che, triste di natura come spesso si definiva, tendeva a non vederne attorno a sé; eppure c'era, esisteva, pulsava di energia. Nonostante fosse comparsa un'altra persona, l'uomo non avrebbe mai smesso di dimostrarglielo, le avrebbe sempre indicato - ora in modo meno evidente - dove guardare per trovarne. Se tornare a chiamarla amica (soltanto amica...!), placare sentimenti che gli scorrevano impetuosi dentro, era l'unica cosa che avrebbe dovuto fare per continuare a renderla felice, non si sarebbe mai opposto: un rapporto come il loro, per quanto spesso sofferente e tumultuoso, aveva il dolce sapore di qualcosa in cui credere fino alla fine, di cui fidarsi perché mai sarebbe svanito. Era la loro ancora, una delle poche sicurezze che entrambi sapevano di avere.

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