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Una storia di GianmarcoAurigemma

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Essenziale 2049

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La rinascita dell'Io

Pubblicato il 02 dicembre 2017 in Fantascienza

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Un altro giorno è cominciato, e non c’è niente di meglio che gustare una ricca colazione, ammirando il golfo di Napoli. Il Sole bacia il Vesuvio, mentre le onde del mare cullano le barche che si dirigono verso la riva. Sfortunatamente è ora di togliere il visore per la realtà aumentata e prepararsi per svolgere le mie mansioni.

Chissà come doveva essere bello dal vivo, stupidi gli uomini che non sono riusciti a preservare paesaggi del genere.

Indosso il mio camice rigorosamente grigio e mi preparo per andare al lavoro. Come ogni mattina salgo sulla metro saetta, un treno ad alta velocità, che raggiunge i 700km/h in pochi secondi. Siedo sul sedile statico 3.0, tramite delle ventole ad aria, evita pericolose cadute dovute alle brusche accelerazioni e decelerazioni e, leggendo le ultime news con i miei iGlasses, aspetto la fermata. Arrivo a Duboko Town, mi guardo intorno prima di scendere e mi rendo conto che siamo un enorme macchia grigia, tutti vestiti con diverse tonalità dello stesso colore. Entro nel mio laboratorio e l’assistente robot, HAJ, mi dice che sarà un giorno speciale, come tutti gli altri secondo lui, ma del resto lui che può saperne, non ha altri pensieri al di fuori di quelli pre-installati. Comincio a lavorare con i miei colleghi, che indossano lo stesso camice che indosso io, al nostro esperimento, trovare un modo per teletrasportare persone e cose, da un punto all’altro del pianeta, sfruttando le nuove scoperte sui buchi neri.

Il processo è teoricamente molto semplice, con due macchine collegate tra loro riusciamo a replicare quello che accade proprio con i buchi neri, con il separatore scomponiamo le particelle di un corpo fino alla minima unità e con il riconciliatore riusciamo a ricomporre ogni singolo atomo in un altro punto. Il lavoro è già a un buon punto, oggi tocca alle povere mele tentare questo viaggio. Proviamo con il primo frutto, lo gettiamo nel separatore e dopo pochi secondi esce dal riconciliatore, peccato che le manca quasi totalmente il lato destro. Riproviamo dopo alcune modifiche, ed è qui che avviene una vera e propria magia, la mela esce con vistose bruciature ma integra, che è già un grande passo. Esco per la pausa pranzo e mi dirigo al ristorante sul marciapiede opposto, mi siedo all’enorme tavolo comune, un bancone che va dall'inizio alla fine del ristorante, ordino sul display touch e aspetto che il piatto mi venga servito con un nastro trasportatore, che ferma l’ordinazione esattamente dinanzi a me. Non nego che con questo sistema sia tutto più veloce, ma il semplice “buongiorno” del cameriere, il cuoco che viene a chiedere se ti è piaciuto il pranzo, il sorriso della ragazza seduta al tavolo di fronte, quelle semplici cose che ti facevano affrontare la giornata con qualche stimolo in più, non possono essere sostituite dalla tecnologia. Ora siamo come in una grande catena di montaggio, anche quando mangiamo in un ristorante, tutti vestiti dello stesso colore a guardare un display luminoso, senza parlare con chi ci sta di fianco, tutto ciò è terribile.

Esco dal ristorante e sento una voce provenire da un vicolo <<Ascoltami, tu, proprio tu, ascoltami>>, incuriosito entro nella stradina. <<Dove sei? Chi sei?>> chiedo incuriosito

<<Sono unico al mondo, eccomi qua!>> Un uomo sulla cinquantina balza davanti ai miei occhi, rimango subito colpito dal suo aspetto e dai suoi indumenti, in particolare il suo cappello di lana molto sporco, tra le macchie nere riesco ad intravedere un rosso fuoco, vivo. Il mio sguardo scende sul suo maglione, anche questo decisamente trasandato con numerosi buchi e toppe, di un colore grigio chiaro con svariate macchie di vernice colorata sparse sul tessuto. Infine guardo le sue scarpe, totalmente bucate, ma anche queste colorate, come quelle dei clown di un tempo. <<Chi sei? Perché mi hai chiamato?>> gli chiedo

<<Io sono un senzatetto, ti basta sapere questo. Ti ho chiamato perché ho visto che pensavi, e non tutte le persone pensano , quindi mi hai incuriosito>>

<<E sentiamo, a cosa pensavo?>>

<<Pensavi a tutto quello che hai intorno, guardami, io scappo dalle forze dell’ordine perché altrimenti divento grigio anche io. Quelli come me vengono portati nei centri riabilitativi, ci danno un lavoro come quello che fanno tutti, dei vestiti che hanno tutti, e iniziamo a fare le cose che fanno tutti. Un incubo!>>

<<Quindi tu rinunci ad avere una casa, un lavoro, dei vestiti puliti e tutto il resto, semplicemente perché non vuoi fare le cose che fanno gli altri?>>

<<Non la metterei su questo piano. Sei tu che rinunci alla tua individualità, al tuo pensare autonomo, ai tuoi gusti personali per essere accettato in questa società. Dimmi un pò, cosa pensi sia peggio? Io ho la mia libertà, il mio essere, questo è l’essenziale in questo mondo>>

Decisamente scosso dalle parole del senzatetto, decido di concludere questa conversazione e di tornare alla mia giornata. Non riesco più a fare niente con le parole del vagabondo nella testa, sono come un brusio costante, le sento sempre più forti perché in cuor mio, so che ha ragione. Torno a casa e finalmente posso andare a dormire, del resto la notte porta consiglio, e mai come in questo momento ho bisogno di riflettere. Suona la sveglia, è tutto diverso, scelgo di non andare a lavoro questa mattina. Oggi mi riapproprierò di me stesso, della mia individualità, oggi non ho voglia di vestirmi come gli altri, basta dire quello che gli altri vogliono sentire, basta comportarsi come gli altri si aspettano, “Io”, d’ora in poi, sarò solo me stesso.

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