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Una storia di Massimo.ferraris

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La realtà in fondo al bicchiere

Pubblicato il 26 novembre 2017

Mi trascino stancamente sino al limitare del parco. Cerco una panchina su cui passare la notte, sperando che il freddo non raggiunga il mio cuore, bloccandolo. Indosso pochi vestiti logori, sporchi e puzzolenti. Sono una larva, uno sconfitto, lo leggo negli occhi di chi incontro, nei pochi attimi di lucidità che mi separano tra una sbronza e l'altra. Non ho paura di morire, anzi sarebbe un sollievo, un colpo di spugna per cancellare la nullità che sono diventato dalla faccia della Terra. Mi chiamo Mario, ho quarantadue anni e da tre vivo per strada, sempre ubriaco. Non ho il coraggio di affrontare la vita, la realtà che questo comporta. Sono un codardo, che cerca un modo di finirla senza farlo veramente...

Avevo una famiglia, la più bella che si può immaginare: una moglie che amavo, due figli gemelli che erano il mio futuro e la speranza di me e Lora. Felici, con tutto il mondo negli occhi e la gioia nel cuore. Poi quell'incidente, io alla guida, i canti dei bambini, Lora che teneva la mano appoggiata sulla mia. Una vacanza, sognata da mesi. Quel camion, io che canto e mi giro per fare il solletico a un gemello...

Lo schianto e il nulla.

Raggiungo la panchina, mia compagna di lunghe notti e sudario di giornate dure. Mi accascio, sento la testa ronzare, segno che la sbornia sta passando. Quando i pensieri ritornano ho bisogno di alcool per renderli vitrei e poi farli sparire. Spero nel sonno, che mi trascini in un nulla scuro e nero. Un colpo di tosse mi squassa all'improvviso, cerco di rimettermi in piedi, ma non riesco. Mi volto di lato in cerca d'aria e tossisco ancora più forte. Alla luce dei lampioni osservo la mia mano che si sposta dalla bocca ed è rossa... sangue... il panico mi assale... voglio morire, no voglio vivere, non lo so nemmeno io... voglio essere salvato... forse... il buio...

Qualcuno mi alza di peso, prendendomi per le spalle, tirandomi delicatamente il braccio libero, l'altro è incastrato sotto il mio corpo; non lo sento, perché ormai è intorpidito. La testa ciondola, i miei sensi sono vacui, li sto lasciando sfuggire, se vogliono. Qualcosa però li trattiene, ed allora il mio capo, penzolante come un pallone inerte, cerca di raddrizzarsi di sua spontanea volontà. Torna in me un barlume di coscienza, ed attraverso una vista piuttosto annebbiata vedo i tratti di un volto. Prima però intuisco un copricapo blu, una maglietta rossa, poi dei tratti gentili e delicati, ed un viso che sorride. Un volto di donna, ma la voce che l'accompagna è decisamente maschile: "Dai, tiriamolo su, Scheggia!".

A quel punto delle mani forti aiutano quelle delicate e sensibili. Sono seduto sulla panchina. Una voce di donna, ne sono sicuro, mi sta incitando: "Su, su, forza! Sveglia!".

L'uomo, che non vedo, ma da qualche parte c'è, dice alla donna, che mi sta di fronte, qualcosa sul fatto che ho perso sangue dalla bocca e che ho il mento tutto sporco. Credo che lei mi stia pulendo con un fazzoletto o una garza, mentre mi picchietta le guance con manine guantate di lattice. Adesso la vedo bene, per quanto ne sono capace. Questa ragazza è accovacciata di fronte a me. Anfibi ai piedi, pantaloni tecnici con tasconi ovunque, maglietta rossa con un grande stemma bianco sul davanti e basco blu. Ha un viso dai tratti gentili, un sorriso aperto e gli occhi... i suoi occhi sono blu come il basco, sono come quelli di Lora.

Dopo un po' riesco a mettermi in piedi con l'aiuto dei due ragazzi. Lui è grande e grosso, con un pizzetto sale pepe e la pelata sotto il basco, lei è minuta, e mi arriva in altezza poco sopra le spalle, ma non so chi dei due sia più determinato. Mi caricano su un'ambulanza, che nel frattempo è arrivata. Io non vorrei andare, perché vedo sparire gli occhi di lei dietro le portiere.

......

È il quarto giorno di ospedale. Di quella ragazza non c'è più nemmeno l'ombra. Medici e infermieri si sono avvicendati più volte al mio letto e dopo una gastroscopia, una corsa in sala operatoria e una batteria di esami, la diagnosi è stata rottura di varici esofagee e polmonite batterica. Dovrò essere curato e, come un pezzo di pongo modellabile, mi lascio gestire dal personale sanitario. Mangio a pranzo e cena, non protesto per le attese, prendo le medicine, rispondo meccanicamente alle domande, faccio ciò che mi viene detto, eppure dentro mi sento strano, come se non dovessi trovarmi lì, in ospedale, come se il mio posto fosse altrove. Forse sarei dovuto morire su quella panchina, soffocato da catarro, sangue e vomito prima che i volontari dei City Angels mi caricassero sull'ambulanza. Forse sarebbe stato giusto così.

Di nuovo torna il medico. Mi guarda: non è schifato da me o scioccato da ciò che presume io faccia per strada, semplicemente pare compatirmi. Mi fissa e dopo alcuni minuti siamo soli nella stanza, mi domanda come sto. A parte la tosse e la debolezza, mi sento come sempre: sto da cani, con il mio incubo che viene a tormentarmi ogni notte. Forse sarei dovuto morire davvero su quella panchina, senza che nessuno mi trovasse fino al mattino successivo.

Il medico mi propone delle visite con un psichiatra, almeno per un consulto o una valutazione primaria. Faccio spallucce. So già che troveranno in me qualcosa che non va, ma... chi se ne importa. Poi, quando il medico lascia la stanza, all'improvviso quella ragazza dei City Angels entra. Sono felice di vederla, eppure è tutto... così sbagliato... così miserabile. Lei è sorridente. Sembra sollevata che io stia meglio. E allora sono certo che sarei dovuto morire su quella panchina. Non mi merito nulla di tutto questo e devo andarmene. Devo scappare.

Ma i suoi occhi, che mi ricordano prepotentemente quelli di Lora, mi bloccano al letto, come catene. Rivedo mia moglie, ma non in quell'incubo che si ripete all'infinito, bensì in riva al mare, un giorno di qualche estate fa, quando prendendomi per mano mi disse che era incinta dei gemelli. Il ricordo non fa male, anzi mi procura sollievo. I muscoli contratti si sciolgono lasciandomi tremante.

-Ciao, io sono Loredana- mi dice la ragazza. Ho un tuffo al cuore... Lora, Loredana... niente è dovuto al caso. -Come ti senti?-.

Mi parla, vuole sapere come sto, come se fossi una persona normale. La osservo meglio, è giovane, ma meno di quanto ho creduto la sera che mi ha assistito. Può avere trentacinque anni, carina e un sorriso meraviglioso.

-Intontito...- rispondo, la voce roca. -E tu?- mi viene spontaneo chiederle. Sorride di nuovo.

-Bene, ma sei tu quello più malpreso. Passavo di qua e ho pensato di farti visita. Ritieniti fortunato, non lo faccio con tutti- la sua voce mi culla, le parole aprono la speranza. -Voglio che ti riprendi e che la prossima volta che ritorno tu sia con la barba fatta e un'espressione più luminosa sul viso-.

Mi fa ciao con la mano ed esce. Ritornerà, me l'ha promesso, ed io non voglio deluderla; dovrò combattere contro questo denome che mi divora e chiede da bere. Stringo gli occhi e una lacrima scende, rigando la guancia. Una speranza, è di questo che ho bisogno; un aiuto, uno scopo, la volontà di tornare a vivere negli occhi di qualcuno. Giro la testa e osservo il cielo nel quadrato della finestra: due gabbiani passano in volo, una nuvola fa capolino in un angolo. Quanto tempo che non osservo, che non ho una ragione per continuare. Grazie Loredana, lo farò per te...

Fatica ed emozione hanno la meglio su di me, sul mio corpo stremato, sulla mia coscienza sconvolta. M'assopisco.

In quello stato che non è sonno e non è sogno, mi sento leggero e pronto a volare nel vuoto. C'è buio, buio cosmico, assenza d'ogni forma di luce, e mi trovo a vagare, il mio corpo assente. Concentrato di essenza, disperso nella polvere cosmica. Un nulla in mezzo al nulla. Ma quel nulla è vivo, lo sento, pulsa, respira rarefatti atomi di idrogeno e, lontano, c'è un cuore che batte: una nova? Un buco nero? Un'anima in cerca del suo futuro?

Mi sento un pezzo di un puzzle che non ha contorni, una tessera fra milioni di altre senza un disegno che guidi alla soluzione, senza bordi e bordi e con colori sfumati che non suggeriscono alcuna via.

M'allontano, alla velocità dela luce, dalla scena ristretta e vedo il tutto, il disegno completo, il puzzle finito. È perfetto, meraviglioso, ma non faccio a tempo a nutrirmi di tale visione che schizzo ancor più lontano, ancora più veloce. E quel che vedevo, prima, come disegno completo, ora non è altro che una minuscola tessera di un puzzle senza contorni, dai colori sfumati, di cui non esiste traccia per il solutore. Vorrei poter tornare indietro e raccontarlo, o volare avanti per veder la fine, ma so già che né l'una né l'altra cosa mi sarà concessa. Sono solo un uomo, un uomo disperato che ha visto forse una via d'uscita, a cui non son destinate scorciatoie. Mi hanno condannato a vivere e, a qualunque prezzo, sconterò con orgoglio la pena.

.....

Lo psichiatra è appena uscito. La psichiatra, in verità. Credo di essere impazzito. Il cartellino puntato sul camice riportava il nome Lauren Bacall. Ha gli occhi azzurri, i capelli castani e uno splendido sorriso. Mi ha fatto parlare a ruota libera. Non ho mai incontrato qualcuno che abbia avuto con me una simile capacità di ascolto. Neanche Lora. Lora, Loredana, Lauren. E' impossibile non ho mai creduto alle coincidenze ... qualcosa mi dice che il mio inconscio tenta di parlarmi. L'inconscio parla attraverso le coincidenze? A me risulta che parli al massimo attraverso i sogni. Un sogno ecco dove sono ...

Mi sveglio intorpidito. Sono le prime luci dell'alba nel piccolo parco dove sono crollato ieri sera, l'altro ieri e ieri l'altro ancora. Metto a fuoco lentamente il contorno del salice che ombreggia la panchina nelle giornate di sole. Poi mi giro a fatica. Ho la gola secca, le mani sporche e qualcosa sgocciola sul collo mentre mi giro. Ora so con certezza che ho sognato. Faccio sempre lo stesso sogno o incubo, forse quasi tutte le notti. Riesco a sfuggire solo quando qualcuno si ferma a parlare con me durante la giornata. Come se la sua voce mi aiutasse a superare l'odio per me stesso. Occhi azzurri, capelli castani, un sorriso come Lauren Bacall. Una donna come tante, ma era la mia Lora, la madre dei miei figli, la custode della mia felicità. La metà del mio animo. Il puzzle visto dall'alto. La completezza. Non avrò indietro la mia felicità. Non l'ho meritata. Avrò solo qualche buona giornata. Sarà quando qualcuno mi rivolgerà la parola e finirò la mia stanca giornata sulla mia maledetta panchina. Fino a quando non troverò il coraggio di cercare un altro parco, un'altra panchina, un altro puzzle, un altro universo e un altro mucchietto di vetri per completare il meraviglioso disegno del mio personale caleidoscopio. Non resta altro che attendere quel giorno e pregare di avere la voglia di attenderlo.

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