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Una storia di Acewriter

Ritorno a Union cap. 2

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Pubblicato il 18 agosto 2018 in Horror

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Capitolo secondo _ Una notte ed una mattina


La cucina era la parte che aveva sempre amato di tutta la casa. Da piccolo immaginava sempre che fosse una specie di laboratorio segreto in cui sua madre era lo scienziato pazzo e lui il suo assistente fidato. Ma in quel momento era ben lontana dall'immagine che aveva della cucina di un tempo. Era colata dell'umidità dal muro di nordest, cosa che aveva evidentemente impregnato i pensili. Uno si era gonfiato, impedendo in qualsiasi modo di chiuderne lo sportello. Due, il cui legno era marcito, erano crollati a terra e lì erano rimasti, compresi il loro carico di stoviglie e bicchieri splendenti. Il tavolo centrale era invaso da una quantità considerevole di vecchie vettovaglie e confezioni di materiale una volta commestibile. Si mise a mettere a posto e prima di un paio di ore non riuscì a mettere la cucina in condizioni tali da essere a malapena passabile. Quando finalmente riuscì a mettere qualcosa sotto i denti erano le due del pomeriggio e quando si alzò dal tavolo era talmente stanco che andò a sdraiarsi sul divano per un breve sonnellino.

Fu il suono di un clacson in lontananza a destarlo dal torpore. Guardò l'orologio e constatò che aveva dormito un paio di ore. Un po' istupidito, andò al videocitofono del cancello, accorgendosi che non funzionava. Prese la cornetta e diede un paio di botte all'apparecchio, che riprese a funzionare normalmente. Vide un grosso suv blu con la scritta "Union Property" sulla fiancata e capì che Kane era tornato con le carte dell'ospedale. Aprì e vide il grosso mezzo entrare nella proprietà. In quel momento gli venne in mente che durante il sonno era stato disturbato da un sogno particolare, di cui non riusciva a dare una spiegazione. Aveva sognato che entrava nel soggiorno completamente illuminato. Sembrava quasi una di quelle feste che davano i suoi genitori, ma tutti vestivano con abiti degli anni Trenta. Il volto era nascosto nell'oscurità, nonostante la luce che investiva la sala. Tutti parevano discorrere allegramente gli uni con gli altri. Tuttavia quando cercava di avvicinarsi ad uno di questi gruppetti di persone, sentiva un carico di odio appesantirgli il cuore e i loro occhi si illuminavano di un bagliore malevolo. Fu così per tutta la sala, finché, arrivato in fondo non si avvicinò ad un uomo completamente solo, che gli sussurrò una parola e cominciò a divampare, assieme a tutti gli altri, di fiamme multicolori, senza tuttavia soffrirne, ma anzi rimanendo impassibile. Così finiva il sogno. Tuttavia più che il finale, era la parola pronunciata che gli faceva drizzare i peli delle braccia. La parola che la figura aveva detto, in un tono atono ma carico di un livore incredibile, era "Brucia."

La parola continuò a ronzargli nella testa fino a quando Kane non fu sceso dall'auto di fronte a lui, con il solito sorriso conquistatore di clienti.

-'Sig Liebowitz! Ho fatto diversa fatica a convincere il mio capo a consegnarle queste carte. Per domani alla stessa ora dovrò riportarle in ufficio. Le chiediamo di darci una risposta per allora.'

-'Consulterò le carte fin da ora. Avrà una mia risposta per domani.', rispose Tim.

A quel punto Kane aveva fatto tutto quello per cui era venuto. Risalì sulla sua macchina e lo vide andarsene per la seconda volta in quella giornata. Si voltò e prese a camminare verso la porta di casa, lo sguardo era già immerso alle carte che teneva in mano. Arrivato all'altezza della veranda si fermò, senza accorgersi del grosso pezzo di cornicione che piombava giù dal secondo piano e si frantumava di schianto a pochi centimetri dai suoi piedi. Alcuni pezzi lo colpirono alle gambe, fortunatamente protette dai pantaloni di jeans che portava. Rimase impietrito per qualche secondo a fissare il mucchio di intonaco che giaceva ancora ai suoi piedi, come un grosso uccello morto. Guardò in alto, osservando il punto in cui evidentemente mancava il pezzo di fregio della facciata. Il cuore, che nel frattempo aveva cominciato a battere all'impazzata per la sorpresa, finalmente si era calmato e Timothy poté finalmente riprendere fiato. Superò i cocci con una certa titubanza ed entrò in casa.


La serata passò tranquilla, nel silenzio che sembrava avvolgere costantemente quella casa per certi versi un po' sinistra, mangiando del pesce fresco fatto al forno e una insalatina leggera, tanto per restare leggeri. In realtà non poteva fare altrimenti da quando il suo medico gli aveva prescritto una dieta povera di grassi e di carne rossa, dopo che a 57 anni aveva avuto un leggero infarto a causa di un trombo che gli aveva ostruito una coronaria. Da allora erano passati sei anni e non aveva mai mancato di seguire i dettami medici, preservando la propria salute e perdendo anche un po' di peso. Dopo la cena continuò a controllare i documenti, fino a che, vinto dal sonno, non si decise ad andare a letto nella sua vecchia came che era quella che ancora si era mantenuta in uno stato decente. Si sdraiò nel letto e si addormentò come un sasso.

Con gli occhi ancora gonfi di sonno, Timothy ci mise un bel paio di minuti a capire che cosa lo avesse svegliato. Quando finalmente riuscì ad aprire bene gli occhi e a mettere a fuoco, accese la lampada sul comodino, vedendo che erano le cinque e trentadue minuti del mattino. Alla fine sentì ancora il rumore che lo aveva destato e si sentì accapponare la pelle. Era il suono più sinistro che avesse mai udito. Un rumore come di metallo su metallo, che lasciava un senso di freddo intenso sulla pelle. si alzò dal letto, cercando di capire da dove venisse. Ancora il rumore, ma questa volta aveva capito che proveniva dal piano di sotto. Si mise la vestaglia e si avvicinò alla porta, accostandovi l'orecchio. Una goccia di sudore prese a corrergli sulla fronte. Silenzio. Pose la mano sulla maniglia e la giro piano piano, quasi temesse che la causa del rumore potesse essere dietro quella sottile lastra di legno. La maniglia scattò con un click e si aprì sul buio del corridoio.

Timothy fece un passo in avanti, cercando di vedere qualcosa attraverso quel sipario oscuro che gli si parava di fronte. Ancora un passo, mentre alcune gocce avevano cominciato ad imperlargli la fronte pallida. Un altro passo, poi un altro. Gli parve di vedere un profilo nel buio. Ad occhi sgranati fece ancora un passo nel buio completo, accorgendosi che la sagoma intravista era una vetrinetta barocca appoggiata alla parete. Un altro passo e fu finalmente a portata dell'interruttore, che girò. La luce invase il locale, disturbandogli la vista. Quando finalmente riuscì a vedere, si accorse che era tutto come quando era andato a letto. Si chiese quasi se quel rumore non lo avesse sognato, quando si fece sentire di nuovo in tutto il suo lugubre vigore. Un altro brivido.

Raccolse tutto il suo coraggio, fece due passi e fu finalmente alle scale che portavano al piano di sotto. Cercò ancora di scorgere qualcosa in mezzo alle tenebre, a non ce la fece. Mise un piede sul primo scalino, che scricchiolò appena sotto il suo peso, ma a Tim pareva un avviso con trombe squillanti della sua presenza nella casa. Si chiese cosa poteva provocare un rumore simile. Era possibile che fosse entrato qualcun in casa? E se sì, chi era? Poteva essere un relativamente innocuo senzatetto venuto a cercare un riparo. Oppure era un ladro, un miserabile venuto a cercare qualcosa da rubare per rivendere e tirare qualche giorno in più. E se fosse stato un tossico? Uno violento, magari? Timothy sperò vivamente che così non fosse. Finalmente arrivò in fondo alla scala, facendo scricchiolare altri due gradini nella discesa. Arrivato al disimpegno si diresse verso l'entrata, e prese un bastone da passeggio dall'ombrelliera. Armato, cominciò a camminare verso il soggiorno, da cui gli era parso che provenisse quella specie di gemito metallico. Si stava avvicinando alla porta quando ci fu un altro di quei suoni che ti penetrava fin nelle ossa. Gli ricordò il sono di quando il macellaio usava l'acciaino per affilare il proprio letale coltello. Fu scosso da una serie di tremori, al pensiero di un coltello conficcato nel suo addome fino al manico. Si accostò alla doppia porta del soggiorno e gli parve di sentire dei bisbiglii da dietro. Sperando che dietro quella porta non ci fosse un malintenzionato, irruppe nella sala. Lo accolse il silenzio ed il buio. Recuperò l'equilibrio e accese la luce. Si era così preparato a qualcosa di strano da rimanere quasi stranito dalla normalità che presentava quella stanza, che non era diversa da quando l'aveva lasciata. I due divani in pelle erano ancora al loro posto, così come il tavolino da caffè in ciliegio intarsiato e la specchiera in fondo, dove sua madre teneva i servizi di piatti per le grandi occasioni. L'unica nota stonata era la sbarra in ferro battuto che reggeva la tenda della finestra il cui supporto si era staccato dal muro e penzolava, prendendo contro con il paracalore di metallo che suo padre metteva davanti al camino. La sbarra si mosse ancora, andando a stridere contro. Timothy rimase un attimo intontito, cercando di riaversi dalla sorpresa di prima. Poi si avvicinò alla sbarra e la afferrò, tirandola verso di se. Con un leggero stridio metallico, il supporto metallico si torse. Timothy diede un ultimo leggero strattone e le viti che reggevano il supporto finalmente si sfilarono, facendo cadere la sbarra a terra, con un leggero clangore metallico.

In conclusione di tutta quella vicenda, aveva posto una fine all'origine di quel rumore raccapricciante, ma aveva perso tutto il sonno che aveva avuto fino ad allora. Sapeva bene, allorquando gli succedeva di svegliarsi per qualche motivo alla mattina presto, che se fosse tornato a letto non avrebbe fatto altro che rigirarsi nel letto, innervosendosi per il fatto di non riuscire a riaddormentarsi. Chiuse le porte dietro di sé, dopo aver spento la luce e andò in cucina, dove si preparò un bel caffè e continuò a studiare le carte che Kane gli aveva diligentemente portato.


Timothy smise di leggere quando furono le sette passate e la luce intensa del sole dell'aurora faceva capolino pigramente da dietro la curva dell'orizzonte, passando attraverso le finestre di levante, e illuminando il volto di Timothy. Si alzò dalla sedia e fece colazione con pane tostato e uova. Finito di mangiare, si lavò e prese la macchina per andare in banca, l'altra meta che aveva per quel soggiorno. Il notaio gli aveva raccontato che suo padre aveva investito soldi in buoni del tesoro al portatore e anche i azioni di diverse aziende. Siccome erano valori nominali, per le azioni si sarebbe dovuto fare operazioni di trade e di vendita per rientrare dei soldi.

Era mattina presto e la sua Mercedes scivolava nel traffico cittadino. Vedeva pick-up con a bordo padri di famiglia che facevano i muratori o i meccanici e che andavano ad aprire le loro attività. Vedeva camion, carichi di merce che i guidatori avevano caricato molto prima dell'alba, per poter essere portate ai vari negozi in tempo per l'apertura. E vedeva macchine come la sua, eleganti berline, con uomini d'affari che si mettevano in viaggio, magari per altri stati, per concludere qualche buon affare. Vedeva i luoghi della sua infanzia, sempre in giro per le strade a giocare a pallone, oppure con le biglie. Superò un altro isolato, avvicinandosi al centro della città, dove vi era la sede della banca centrale della Union Bank, dove aveva lavorato anche suo padre per tutti e quarantadue gli anni che era stato impiegato in banca. Aveva viaggiato parecchio, ma fondamentalmente era sempre rientrato alla base, come direbbe un militare. Quello era uno dei ricordi più vividi e belli che avesse di suo padre da bambino. Arrivato alla piazza centrale, cercò parcheggio e scese dal veicolo. Di fronte aveva l'edicola, in cui da bambino andava a comprare le figurine, di cui faceva continuamente scambio con i suoi amichetti. Passò accanto ad una pizzeria, in cui una volta con un suo compagno si erano fatti servire la pizza e poi era scappati via. Cosa inutile da fare, considerato che il pizzaiolo era perfettamente a conoscenza di chi fosse suo padre. Era bastata una telefonata per informarlo; e per un mese non era potuto uscire dalla stanza se non per andare a scuola. Superati un altro paio di negozi, arrivò di fronte alla sede della banca. L'edificio era stato costruito a metà del 1700 e da allora aveva subito ben poche modifiche, a parte un sostanziale restauro delle parti originali, nonché degli interni, che già negli anni '60 aveva subito un ammodernamento, mai più ripetuto. Superò la doppia porta di sicurezza e fece un cenno di saluto alla guardia dallo sguardo assonnato, che ricambio. Con il passo sicuro passò attraverso i cubicoli che fungevano da sportelli per il pubblico e si diresse verso l'ufficio del direttore. Entrò dopo aver bussato e venne accolto dalla segretaria che gli diede uno sguardo di sufficienza, nonostante fosse vestito in giacca e cravatta.

Si avvicinò alla scrivania ingombra di documenti e chiese di vedere Christian Rubens, il direttore, con cui quella mattina aveva un appuntamento da lì a cinque minuti. La segretaria controllò il nominativo dell'appuntamento e poi lo fece accedere.
Il direttore Rubens aveva tutte le caratteristiche che potevano rientrare nello stereotipo del direttore di banca: mezza età, stempiato, con i capelli ingrigiti e con un accenno di pancia. Invitò Timothy a sedersi e poi iniziarono a parlare di suo padre, al quale Rubens aveva lavorato in squadra per due anni, prima che andasse in pensione. Dopo una breve chiacchierata, fu il momento per Timothy di mettere a posto i crediti di suo padre, in modo di poter ereditare i liquidi che suo padre aveva gestito per tutto il tempo. Il risultato fu una ingente somma, non sorprendente, considerato il ruolo dirigenziale che il padre di Timothy aveva svolto per gli ultimi trentacinque anni.

-'A parte le somme che verranno voltate sul suo conto corrente, l'unica cosa ancora la cui posizione è da chiarire è quello della casa.Quali sono i suoi piani circa l'abitazione di su padre?

-'Ho parlato con il notaio...'

-'Jackson, se non erro.'

-'Esattamente. Sembra che ci sia una legge, risalente al 1952, e valida per lo stato del New Jersey, la quale afferma che per gli edifici antecedenti quella data, c'è una tassazione aggiuntiva in caso di successione, in base alle dimensioni e alla classe di appartenenza dell'immobile. Questo è ciò che dice in sintesi il testo di legge.'

-'Questo cosa comporta?', chiese il direttore portandosi una mano al mento e lisciandosi la barba sul mento.

Timothy fece un sospiro. -'Comporta che la casa dei miei genitori rientri nella più alta delle categorie di immobile e che per questo non possa permettermi di riscattare o mantenere una casa simile.'

Il direttore si fece ancora più pensoso. -'Pensa di riscattare la casa con i soldi provenienti da questo istituto di credito? Potremmo anche parlare di un prestito con possibile rateo, magari per un restauro, considerata mole e condizioni della casa del Dott. Liebowitz.

-'A dirla tutta sto prendendo in considerazione la possibilità di venderla, quella casa.'

-'Ah!', fece Rubens, sorpreso. 'Credevo che l'avrebbe mantenuta, considerando il valore sociale che ricorda quella casa per la città di Union.'

Timothy fece una smorfia. -'Francamente, i ricordi legati a quella casa sono più tristi che altro, per quanto mi riguarda. Ma se vuole fare una proposta, può magari mettersi in accordo con il sindaco per creare un edificio di carattere storico. Io sarei ben felice di venderla a queste condizioni.'

Il direttore della banca sogghignò leggermente. -'Non credo che ci siano i requisiti per una simile operazione di carattere istituzionale. Ma terrò presente la sua proposta per il prossimo consiglio comunale.'

-'Molte grazie.'

Si alzarono e si strinsero la mano. Dopodiché Timothy uscì. Sarebbe andato a trovare Kane all'agenzia immobiliare. Passò attraverso l'atrio della banca e entrò nella cabina per il passaggio delle persone. La porta dietro si chiuse, ma la porta davanti non dava segno di volersi aprire. Attese un paio di minuti, ancora bloccato lì, poi si sbracciò per farsi vedere dalla guardia, che disgraziatamente gli voltava le spalle, osservando l'interno della banca. Passò un altro minuto e poi finalmente la guardia si voltò nella sua direzione. Vide il movimento e cominciò ad avvicinarsi guardingamente alla cabina. Intanto Timothy, che aveva cominciato a sentire caldo, cominciava a sentirsi agitato e nervoso. Batté con le braccia contro al vetro, allarmando la guardia, che mise la mano sulla fondina, pronto ad intervenire. Con l'altra prese il walkie- talkie, parlandoci dentro. Intanto aveva impugnato la pistola. La discussione all'apparecchio pareva ora farsi animata e intanto Timothy sentiva la propria ansia trasformarsi in panico. Una porta della cabina si mosse di qualche centimetro e Tim mise le dita nella fessura che si era creata per forzare la porta ad aprirsi e sembrò quasi cedere, poi il meccanismo della porta emise delle scintille e un liquido oleoso lo andò a colpire sulla faccia. Sentì immediatamente dolore agli occhi e si coprì il volto con le mani, mentre emetteva un urlo di dolore. Ci vollero un bel paio di minuti prima che finalmente dall'esterno riuscissero ad aprire la porta, che finalmente aveva ceduto. Allora qualcuno, che solo dopo riuscì a sapere essere la guardia armata, lo prese e lo trasse fuori dalla cabina, dolorante.

Venne anche un dottore a controllarlo, che gli prescrisse di usare un collirio per gli occhi, che fortunatamente erano stati presi solo di striscio dal liquido. Fu solo ne tardo pomeriggio che riuscì ad andare all'agenzia immobiliare, comunicando che avrebbe venduto quella casa che per il momento pareva avergli dato più dispiaceri che altro.

Continua...


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