scrivi

Una storia di IvanBerardi

Questa storia è presente nel magazine Jack

Jack

La seconda vittima

377 visualizzazioni

Pubblicato il 19 febbraio 2018 in Thriller/Noir

Tags: Londra ripper

0

Puoi trovare questa storia anche qua: http://www.intertwine.it/it/magazine/7AyfDUO/jack

Fine agosto 1888, Londra -East London-

Anche oggi ti sei svegliata sudando con quello straccio di lenzuolo appiccicato a quell’altro straccio di stoffa che copre la tua pelle grigia. Il primo pensiero è corso a quel peso che da un po’ senti sul petto. Tossisci, ma per la prima volta da un pezzo devi sforzarti, come quando da bambina fingevi di non sentirti bene; è un buon segno. Però il seno ti fa male.

Dev’essere già tardi perchè la stanza è vuota e la luce del mattino ha raggiunto la parete opposta alla finestra. Senti dei rumori provenire dalla cucina, giù da basso, ed il solito fracasso che sale da Dorset Street. Nella tua stanza al terzo piano ci sono dodici letti, incluso il tuo: il numero 29. Ti piace quel letto, lontano dalla finestra, in un angolo; protetto da tutti gli altri. E poi ti piace anche quel numero: 29, pensi che sia il tuo, di numero, quello che ti segue ovunque. È il numero dell’appartamento in cui tu e John abitavate a Brompton, appena sposati, quando le cose andavano ancora bene. Sembra una vita fa ma non son passati neppure vent’anni e comunque John è sotto terra da un pezzo. Avevi 29 anni quando nacque la tua Emily Ruth. Pensi a lei mentre trascini quel tuo corpo ammaccato fuori dal letto poggiando i piedi scalzi sul pavimento freddo. Povera Emily, a dodici anni la meningite s’era portata via anche lei.

Inspiri inalando la familiarità del dormitorio: legno, sudore, cavoli e patate. Ma c’è anche dell’aria fresca che entra dallo spiraglio lasciato aperto alla finestra.

Porti le mani all’orlatura della camicia da notte, quella che forma una V alla base del collo, dovrebbe essere bianca, ma è tutta grigia e frastagliata. La tiri ed abbassando il mento guardi il tuo seno flaccido. E anche lì, nella penombra sotto la stoffa, riesci a vederla, riesci a vedere quella macchia bluastra che dal petto sale verso il collo, è quasi un sollievo: sai perchè è lì e sai che un giorno passerà. L’altro dolore, quello che ti porti appresso da un po’ ti spaventa di più: hai già visto tante persone cominciare così ed anche dove sono finite.

Scendi dal letto e ti metti in ginocchio. No, non ti metti a pregare, allunghi il braccio e tiri verso di te la borsa nascosta sotto il materasso. Dentro c’è una scheggia triangolare: uno specchio, vecchio ed ossidato; un lusso. Torni a sedere e ti specchi vedendo riflesso l’azzurro dei tuoi occhi. Spicca in quella stanza dai toni autunnali, ancor di più in quella cornice nera che ti trovi attorno all’occhio destro.

‘Quella puttana di Eliza Cooper!’ pensi riandando alla sera precedente.

Era da un po’ che le cose tra voi due si erano fatte tese. Già c’era stata quella faccenda col sapone di Edward, povero Edward: basta fargli il sorriso giusto ed il “Veterano di guerra” come si fa chiamare non capisce più niente. Ma Eliza non si era accontentata, no, non le bastava il sapone, no: lei voleva proprio il Veterano. Non che Edward facesse molta resistenza. L’avevi già avvertita di starsene lontana e poi ieri sera li hai beccati: seduti assieme ad uno dei tavoli in cucina con le teste vicine. Non era come sembrava! Ti aveva assicurato Edward, sempre bravo a fare il geloso, ma Eliza ti aveva guardata con quel suo sorriso da stronza. Non ci avevi più visto e ti eri buttata addosso a quella troia, l’avevi chiamata così più volte quella sera. Solo che la troia ha vinto e tu, che da qualche mese non pesi più niente, sei finita con un occhio nero e coperta di botte. Edward alla fine vi aveva separate come un gallo orgoglioso.

Ti vesti e scendi in cucina. Ti versi una tazza di tè e ti siedi affannata ad un tavolo in disparte, senti gli occhi degli altri che ti scrutano, t’immagini già quello che diranno. Che lo facciano pure, non t’interessa. Sei lì persa nei tuoi pensieri e nel vapore della tazza quando ti accorgi che il responsabile del dormitorio, si è seduto davanti a te. Non ti spiace: nonostante la tendenza a predicare troppo Tim ti ha sempre dato una mano e quando ci riesce si assicura che il letto 29 sia a tua disposizione.

Comincia: ‘Annie, Annie, Annie…’ non deve aggiungere altro è chiaro che voglia spiegazioni e tu gliele dai: ti fa bene sfogarti.

‘Tim! Mi sta bene, no? ’ Concludi puntando il dito all’occhio destro e dicendogli che passerai dal dispensario a farti controllare così che stia tranquillo.

-----------------

Amelia. Si è spaventata ieri nel vederti. Che fortuna: averla conosciuta quando a maggio arrivasti al dormitorio, chissà forse era il 29 del mese quando è entrata nella tua vita? Ha quegli occhi che ti guardano tristi e non si può che raccontarle tutto perchè quegli occhi ti fanno venir voglia di svuotarti.

E così glielo avevi detto, le avevi raccontato di Emily Ruth e della meningite, ma anche di Alfred, non parli mai di lui, ma con Amelia non si resiste ed avevi ritessuto la storia del tuo Alfred, nato storpio, affidato ad un istituto e mai più visto. E poi John, sì: John con tutti i suoi difetti, avevi sorriso imbarazzata guardando Amelia, questa donna conosciuta da poco, John ti voleva bene e si arrabbiava quando bevevi perchè ti diceva che non voleva che tu diventassi come lui. Poi alla fine avevate deciso di andare ognuno per la propria strada e la strada diventò il tuo pane, ma lui ti aveva aiutata lo stesso, finchè due anni fa il suo fegato in poltiglia si arrese, il giorno di Natale, cheers!

E Amelia ti abbracciò stretta e ti diede un fazzoletto per asciugarti gli occhi. Ce l’hai ancora.

Così ieri nel vederti per strada quegli occhi tristi si erano spalancati specchiandosi nei tuoi con la cornice nera. Le avevi spiegato tutto: di Eliza e del Veterano, che li avevi trovati assieme come due mele marce. Avevi aperto il cappotto per farle vedere il viola sul petto. Ti sentivi stanca, non erano solo le botte che ti eri presa: erano già passati quattro giorni; quell’altro dolore era ritornato con la tosse; questa volta vera. Avevi detto ad Amelia che, se riuscivi, saresti passata da tua sorella a prendere gli stivali in prestito così saresti andata in campagna a raccogliere il luppolo. Ma dentro ti sentivi morta.

E poi oggi ti sei imbattuta in lei ancora una volta, il tuo angelo! Siete all’ombra di Christ Church e tu sei uno straccio, non hai mangiato niente tutto il giorno e glielo dici. Amelia ti da due scellini e si volta a guardare il pub, il Ten Bells, è già pieno. Ti prende per mano e ti trascina nella direzione opposta: non si sa mai che ti venga la voglia di spenderli in rum.

------------------

Manca poco Annie, ci siamo quasi.

Ieri pomeriggio Amelia ti ha trovato in Dorset Street, stai sempre peggio, ma almeno non hai bevuto.

Amelia ti chiede se stai andando a lavorare a Stratford, dice ‘lavorare’ senza guardarti negli occhi perchè tutte e due sapete in cosa consiste il tuo lavoro. Prima rispondi con un no: stai troppo male per fare qualsiasi cosa, poi ripensandoci le dici che ti devi dare una mossa, che lasciarti andare così non ti serve a niente. Forse lo dici perchè non si preoccupi, piuttosto che perchè tu ci creda davvero.

Resti lì, ferma per alcuni minuti mentre Amelia entra nel dormitorio. Quando esce sei ancora lì, immobile. Vi salutate e tu decidi di andare a Vauxhall da tua sorella, non per gli scarponi: non ne hai la forza, ma magari qualche penny te lo da.

È sera tardi quando torni al dormitorio, ti fai una birra con i due Stevens, quelli che avevi sempre pensato fossero fratelli. Non è la prima: tua sorella era stata generosa con i penny e tu con lo spenderli. William Stevens ti vede prendere delle pasticche dalla borsa, gli spieghi che te le hanno date al dispensario per farti star meglio. Sali in camera poi, senza che nessuno se ne accorga, esci ancora, forse per un’altra birra. Che errore!

All’una e mezza rientri barcollando mangiando una patata al forno, vai da Tim e gli spieghi che non hai i soldi per pagarti il letto e lui ti guarda come un sacerdote od un insegnante deluso dai tuoi risultati. Gli dici che non importa, che i soldi per il letto li trovi in un attimo, passi di fronte al custode notturno e ti assicuri con lui che a Tim non venga in mente di dare il tuo 29 a nessun altro. Esci dal dormitorio e ti dirigi verso Spitafield Market stringendo la giacca attorno al collo, alzi gli occhi al cielo ed anche dal cuore di Londra riesci a vedere qualche stella brillare lassù. Ti sembra faccia ancora più freddo.

Di solito non lavori in questa zona, così vicino a casa.

Passano le ore, non sta andando così bene come t’aspettavi.

È l’alba, non ce la fai più finchè finalmente qualcuno s’interessa, non ci puoi quasi credere. L’uomo è dall’altra parte della strada e senza dire nulla ti fa cenno con la testa di seguirlo, vi allontanate da Spitafield scendendo lungo Hanbury Road, qui l’uomo si ferma, c’è un cortile che dà sul retro di alcune case. Mentre varcate la soglia vedi il numero 29 inciso accanto all’ingresso. Sorridi.

Elizabeth Long sta andando al mercato, come ogni mattina maledice questo doversi alzare prestissimo e poi vi vede, non è la prima volta che quel cortile è usato così. Sente l’orologio del birrificio scoccare le cinque e mezza, è in ritardo, ma poi sente qualcosa: l’uomo con cui ti abbracci ti chiede “Lo farai?” e dopo un attimo tu rispondi “Sì”. Solo cinque minuti dopo, dall’altro lato della palizzata che divide il numero 27 dal 29 Albert Cadosh è nel cortile per usare il cesso. Sente delle voci, parole sussurrate che non riesce a decifrare. Alla fine una donna, tu Annie, dice “NO!”, segue un rumore, un tonfo contro la palizzata, ma Albert non ci fa troppo caso: facesse caso a tutto quello che succede nel cortile accanto, quello senza porta, non potrebbe più dormire.

Ma alle sei, di quell’alba chiara e fredda dell’otto settembre ti trovano Annie, o meglio trovano quello che una volta eri stata tu ad ora è solo una collezione di parti. E così Albert si ricorda, di quel “NO!” e quel tonfo. Ed Elizabeth Long ti riconoscerà, lei, l’ultima persona ad averti vista viva, mentre la guardavi lasciando che il tuo killer ti abbracciasse. Era stato un sorriso che aveva intravisto passando di sfuggita dal numero 29 mentre tu dicevi di sì?

Una ricostruzione ipotetica degli ultimi giorni di vita di quella che probabilmente fu la seconda vittima di Jack lo Squartatore: Annie Chapman . Sebbene i dettagli siano stati inventati i nomi dei protagonisti principali e la cronologia degli eventi sono stati rispettati.

Tra il 2000 ed il 2007 sono stato una guida turistica a Londra e fra gli altri tours facevo anche un percorso tra le strade di Jack the Ripper.

Sebbene, come tanti, trovi una qualche attrazione verso il fenomeno di Jack che probabilmente nasce da un insieme di fattori quali il mistero sulla sua identità, la Londra vittoriana e la presenza di personaggi di fiction come Sherlock Holmes, trovo importante sottolineare che nel caso di Jack stiamo parlando di vittime reali le cui vite così atrocemente spezzate dovrebbero comunque essere ricordate con un momento di rispetto.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×