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Una storia di Nico

Anime tra le onde

Storia di un migrante

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Pubblicato il 09 luglio 2018 in Altro

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Lunedì mattina.
Dal ponte si sente gridare: Terra!
Un grido di speranza sembra infine porre conclusione a questo straziante viaggio, durato dio solo sa quanto.
I giorni si sono lentamente confusi gli uni con gli altri e ne ho perso il conto.
Ma non ha importanza perché un futuro fatto di promesse è là ad attenderci, a pochi chilometri di mare.
Siamo tutti stanchi morti ma sopravvissuti.
Tanti sono morti per davvero.
Oltre 100 decessi per malattia e fame, dei quali molti di infanti.
Madri costrette a gettare i propri figli tra i flutti profondi.
Daltronde i giacili divenuti le nostre dimore, durante il lungo viaggio, si sono ridotti a poco più che fetide cucce per cani rognosi e le malattie infettive hanno presto attecchito tra i più deboli.
Nonostante tutto, nel dolore, nella fame, qualcuno trova le forze per intonare un canto di festa.
Io, sfinito, solo un fantasma di ciò che ero alla partenza, mi limito ad accennare un sorriso sommesso, ma il mio animo danza di gioia.
Salgo con gli altri sul ponte a vedere coi miei occhi la meraviglia della terra promessa, serbata timidamente nei nostri cuori.
Dicono che ci vorrà ancora qualche ora prima di attraccare ma in lontananza già si scorgono i lineamenti della civiltà che noi, così inscatolati e inebetiti dagli stenti, abbiamo in parte dimenticato.
Attendiamo....


....È passato quasi un giorno e ancora stiamo aspettando.
Poi due imbarcazioni si avvicinano alla nostra.
Presto, come per la morte di un caro, giunge la tragica notizia: non ci è permesso di scendere a terra, ce ne dobbiamo andare.
Uno smarrimento mi assale, mi sento soffocare, nemmeno mi sforzo di capire.
Scendo al coperto e getto il mio corpo in un angolo buio.
Ho dolori dappertutto.
Il mio scheletro è una spugna zuppa di acqua salmastra.
La puzza di sporco e il fumo di combustione che mi riempiono i polmoni, non me li toglierò mai più di dosso
Ho sete, ho fame, ho bisogno di piantare i piedi al suolo.
Ho bisogno di un abbraccio caldo.
Chiudo gli occhi.

Ricordo l'odore di terra nel campo di zucche dietro casa, il sole tiepido sul volto.
Ricordo l'odore dell'erba secca pascolando il gregge.
Odore di fatica ma pure di libertà.
Il ricordo vivo della terra natale che, purtroppo, troppo spesso, ci ha lasciati a stomaco vuoto e ci ha costretti per necessità a voltarle le spalle.
Riapro gli occhi e un oblò appannato mi rimanda incorniciata di ruggine l'immagine sbiadita di un volto che a stento riconosco essere il mio.
Forse non è il vetro ad essere sporco ma è la mia anima che si sta spegnendo.
Esco di nuovo sul ponte traballando, trattenendo a stento i conati di vomito.
Ci hanno rifiutati quasi fossimo un morbo contagioso e non loro simili, quasi fossimo una pestilenza inguaribile.
Pure il mare ci rigetta.
Onde alte ci spingono al largo.
Il vento che spira impetuoso strappa una lacrima dal mio viso tuffandola tra le acque agitate.
Sono come quella goccia, perso e senza speranza, non più padrone del mio destino.


Le coste di Rio de Janeiro si allontanano.
Il Monte Pan di Zucchero si riduce ad un sogno sbiadito ed io mi sento sempre più prigioniero nel ventre di latta di questo sciagurato bastimento.
Fuori è giorno ma attorno domina l'oscurità.
Dove saremo domani?


25 Agosto 1894


Dal diario di un migrante italiano in cerca di fortuna, imbarcatosi a Napoli e diretto a Rio de Janeiro sul vascello Carlo Raggio, denominato il "vascello della morte".
Durante quella traversata infatti scoppiò sulla nave un' epidemia di colera che provocò 206 morti.
La nave fu respinta in Brasile e costretta a tornare in Italia dove il viaggio si concluse, il 27 di Settembre, sull'isola dell'Asinara.


Ricordiamo quale è stata la nostra storia.

Poveri affamati, in più di una occasione siamo stati rifiutati ma, molto più spesso, qualcuno ci ha teso una mano.

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