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Una storia di sugarkane

Questa storia è presente nel magazine Le canzoni fanno male

Vedrai, vedrai

Un ragazzo inquieto e sua madre (ispirato al brano "Vedrai vedrai")

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Altro

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Rincaso sempre alla stessa ora la sera, quando fuori il cielo è scuro e il vento freddo soffia sul mare. Apro il portone (che è non è mai chiuso perché si è rotto e ancora nessuno l’ha fatto riparare) con la spalla sinistra facendo attenzione a non inciampare nella parte bassa, lo supero e cammino a testa bassa con le mani nelle tasche del cappotto nero di lana, passando nel piccolo atrio fatto di pareti bianche sciupate e il soffitto senza intonaco. Mi fermo nel cortile, stracolmo di vasi di fiori e cespugli anche in inverno, e guardo quelle piante che da qui a qualche mese rifioriranno e saranno di nuovo belle e rigogliose. Ho già un piede sullo scalino, continuo a salire i gradini uno dopo l’altro, circondato da muri stretti e malridotti e da una ringhiera che prosegue alla mia destra: ci appoggio una mano sopra ma subito la ritraggo, perché il freddo del metallo marrone mi dà come una scossa, così chiudo il pugno e lo metto in tasca.

Finalmente arrivo al primo piano, prendo le chiavi e inserisco quella giusta nella serratura; dopo un mezzo scatto, la porta marrone si apre e vedo il corridoio illuminato da un lampadario bianco, il pavimento lucido e i mobili dell’ingresso. Sembra una casa delle bambole, così piccola e ordinata, c’è profumo di rifugio dalla pioggia di tutta la giornata, c’è calore, c’è affetto. Tolgo sciarpa e cappotto, mi avvicino al piccolo salotto e la vedo lì, seduta sull’unica poltrona della stanza e nascosta dallo schienale a fiori imbottito. Non deve avermi notato, se fosse altrimenti si sarebbe girata e mi sarebbe corsa in contro. La osservo leggere, ascolto il suono delle sue dita passare da una pagina all’altra – un fruscio sottile che mi riporta qui ogni volta che lo sento. Resto in silenzio per qualche istante, poi tossisco e lei si volta: mia madre sorride quando ritorno a casa, mi abbraccia ed è sollevata al pensiero di riavermi sotto il suo stesso tetto dopo una giornata spesa a fare un mestiere che lei disapprova. Fa un sacco di domande: chiede come sto, se ho mangiato a pranzo e se ho già cenato, se ho conosciuto qualcuno, telefonato a mio fratello che non sento da tre giorni. Io non ho voglia di parlare, rispondo a monosillabi o scuoto la testa; so che qualsiasi cosa possa dirle lei la metterebbe da parte per ricordarmi cosa avrebbe voluto per me, che questo lavoro non era di certo quello che aveva sognato per suo figlio. Mia madre mi accarezza il viso con dolcezza, le sue mani sono morbide e riscaldano il mio volto infreddolito.

«Non preoccuparti: non resterà così per sempre». É l’unica cosa che sento adatta al momento; non so nemmeno se ci credo davvero, ma quella donna, la prima che mi abbia mai amato con tutto il suo cuore, sembra sollevata dalla mia affermazione. «Un bel giorno ci sveglieremo e non saremo più in questa casetta.», continuo e poi taccio di nuovo. Lei sorride, si siede accanto a me sul divano e vedo che è felice nonostante io non abbia esaudito i suoi sogni, le sue aspettative.

Ad essere sincero, preferirei vederla disperarsi, urlarmi che non sono il figlio che avrebbe voluto, che non è contenta della svolta che ha preso la mia vita; invece nulla, non una lacrima, non un grido, una discussione: è lì che si preoccupa per me, che mi chiede se sto bene-se ho mangiato-se sono stanco. Sì, lo sono, io sono tanto stanco, soprattutto di sapere che lei accetta tutto quello che le offro ma che non le piace, perché sono suo figlio, sangue del suo sangue, e da me prenderebbe anche uno schiaffo senza dimostrarsi contrariata. L’abbraccio, la stringo forte e non proferisco verbo: voglio bene a questa donna, che è l’unica ad essermi vicina anche quando mi isolo perché non voglio vedere nessuno, nemmeno lei. Mi alzo per andare a dormire, sempre in silenzio, come un maleducato non la saluto, ma mia madre non si scompone, chiude il giornale che aveva abbandonato sulla poltrona e, quando ormai ho imboccato la strada per la mia stanza, la sento dire: «Buonanotte, Luigi.» con estrema tenerezza.

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