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Una storia di Massimo.ferraris

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La prima volta che...

Pubblicato il 04 dicembre 2017

La prima volta che l'ho vista era un po' distratta, teneva in mano una bottiglia di birra ma con gli occhi controllava la giacca, era seduta al bar, un vestitino rosso molto provocante tanto che le sue gambe si vedevano perfettamente, così lunghe e toniche che il tacco alto era quasi invisibile; la giacca era di pelle, sembrava una tipa tosta, una da motocicletta.

Mi avvicinai a quel corpo incantevole, leggermente olivastro, capelli ricci scuri, il suo viso era raggiante, due occhi grandi e marroni, le sorrisi e lei mi rispose.

Un sorriso che così splendente non l'avevo mai visto prima.

La prima volta che la vidi già me ne innamorai. Donna si chiamava, fu l'unica cosa che riuscii a strapparle da un timido: -Ciao, come ti chiami? Vieni spesso qui?-.

Era in compagnia di un motociclista riccioluto, molto più grande di noi.

Andarono via in un lampo, mi ritrovai nuovamente solo al bancone del bar.

Chiesi a Franco:- Conosci Donna?-.

- Lascia perdere Ste'-.

- Perché? - domandai.

- Sta con Peter, meglio non immischiarsi!-.

- Ma ti stavo solo domandando se la conosci-.

-Si la conosco, non saresti il suo tipo. Guardati come sei messo, troppo diverso da lei-.

-Peccato, è proprio una bella ragazza - risposi, tornando a bere la mia bionda e fregandome del suo giudizio.

La prima volta che ci provai davvero ero nel solito bar.

Nuovamente al bancone con la sua giacca di pelle, una magliettina bianca e un pantalone aderente sul grigio.

-Ciao Donna, sono Stefano poi l'altra sera non ho fatto in tempo a presentarmi-.

-Si, mi ricordo di te-.

-Bene, vedo che ti piacciono le moto-.

-Ah si, le adoro-.

-Anche io, ho un harley che ho comprato a fatica, una rata alla volta-.

-Interessante. Cosa fai nella vita?-.

-Io? Seleziono personale per delle aziende. Tu?-.

-Mi godo la vita e saltuariamente lavoro da Peter-.

-Chi sarebbe? L'uomo dell'altra sera?-.

-Si, ha un negozio di animali esotici: serpenti, iguane, camaleonti... quella roba lì-.

Era tutto così surreale, così strano, facevo fatica a sostenere quello scambio di battute, che a tratti sembravano svogliate, a tratti quasi ipnotiche.

-Beh, dai non è male, rispetto al mio: incontrare ogni giorno decine di persone che vogliono lavorare per quello o quell'altro e poi si rivelano delle sole... avere una propria attività è sempre meglio...- ma che stavo dicendo? Farfugliavo, incespicavo sulle parole.

-Si, si...- guardava oltre me, attraversandomi con lo sguardo. -Poi molto spesso siamo fuori per qualche mostra, altre volte invece va via per incontrare degli allevatori all'estero-.

-E vai con lui?-.

-No, io rimango qui, non amo molto viaggiare, mi sembra un'inutile perdita di tempo. Mi basta essere circondata da ciò che conosco, ad esempio questo locale, l'aria che si respira, tu che entri ogni sera, Franco che chiacchiera con i clienti- la guardai, i suoi occhi vagavano, fluttuavano tra queste quattro mura. Poi rimase in silenzio qualche istante, il tempo di posare lo sguardo su di me. Era come se mi vedesse davvero per la prima volta. -Scambiamoci i numeri. Magari ci prendiamo una birra qualche sera, se ti va-.

Avevo il suo numero, non mi sembrava vero! Lo fissai a lungo sul display del cellulare, quasi fosse una formula magica, un mantra da recitare all'infinito. Mi accorsi, dopo qualche minuto, di averlo scolpito nella mente, accanto all'immagine del suo viso, quasi fosse un biglietto da visita.

-Che hai, sogni?- Franco si era avvicinato, neanche me ne ero accorto.

-Quasi... guarda un po' qui...- gli mostrai il numero.

-E di chi sarebbe?-.

-Di Donna, me l'ha dato poco fa. Non mi sembra vero...-.

-Cancellalo e dimenticala- la sua reazione mi infastidì.

-Sei per caso geloso? Dicevi che non mi avrebbe cagato, invece... mi sa che stai rodendo!-.

-Conosco Peter, credimi, è meglio che te la dimentichi se non vuoi finire stritolato da un pitone reale o morsicato da una tarantola. Lui è uno che non scherza e non ama che si invada la sua sfera d'azione-.

Ritenere Donna parte di una proprietà privata mi fece ancora più arrabbiare. Franco era il mio migliore amico, uno a cui avrei donato un braccio per aiutarlo, ma ora mi sembrava una persona nuova, qualcuno che invece di assecondarmi lavorava contro.

-Se mi chiama ci esco- risposi risoluto. -Con o senza il tuo permesso-.

-Fai il cazzo che vuoi, io ti ho avvisato. Poi non venire a piangere...-.

-Ma vai affanculo!- gli urlai, andandomene via. Mi sentivo bene, avevo messo in riga Franco, ottenuto ciò che volevo e pensai che per un po' non mi sarei più fatto vedere da quelle parti.

La prima volta che mi chiamò fu quasi strano, il suo nome sul cellulare suonava stonato. Occhi fissi sul telefono e pollice fermo, immobile, prima di far scorrere il tasto verde.

-Pro...pronto?- non riuscii ad evitare l'impuntura.

-Ciao Stefano, sono Donna. Posso disturbarti cinque minuti?- la voce trillante, di un'allegria non falsa.

-Ciao Donna, certo! Anche di più- azzardai, cerando di risultare simpatico.

La prima volta che rise al telefono fui pieno di gioia, emozionato, tornai a parlarle.

-Dimmi tutto!-.

-Sai, Peter non c'è, è fuori per lavoro; mi chiedevo se ti andrebbe di venire con me in un posto-.

-Quando?- domandai, cercando di non sembrare troppo eccitato, di non fare la figura dell'adolescente traboccante di ormoni.

-In un locale appena fuori città, stasera suona un gruppo jazz, piano, chitarra e batteria. Ti andrebbe?-.

Il Jazz non mi entusiasma, anzi lo odio profondamente per via di quella complessità sconclusionata che lo caratterizza, ma era la mia occasione per vedere Donna al di fuori del bar di Franco.

-Certo, ti passo a prendere?-.

-Lo faresti davvero?-.

-Se vuoi si- credeva forse che avrei rifiutato?

-E se ti venissi a prendere io?- disse, spiazzandomi.

-Sei sicura?-.

-Si, ho la macchina di Peter, posso farcela, il posto lo conosco bene e posso ottenere un parcheggio di favore. Allora che faccio?-.

La prima volta in vita mia che indossai qualcosa che non erano i soliti jeans lisi e maglietta a maniche corte fu quella sera. Scomodai mia sorella per cercare di darmi un tono e l'aria di una persona sportiva ma elegante. Marcella mi portò in centro, trascinandomi come un bambino al seguito della mamma.

-Non preoccuparti, pago io; prendilo come un regalo di compleanno anticipato- mi disse sorniona, gli occhi già persi tra scaffali e ripiani. Io mi sentivo crescere dentro un senso di disagio che cercai di tenere sotto controllo focalizzando tutti i miei pensieri su Donna. Lei era ciò che di più bello avessi mai visto in vita mia e anche se apparteneva ad un altro questo non mi impediva di provarci. In fondo mi aveva cercato lei, invitandomi al concerto jazz. Mi sarei fatto portare ovunque, anche al Teatro dell'Opera, genere che odiavo all'ennesima potenza, ancora più del jazz.

La prima volta con Donna, io e lei soli, alla faccia di Franco, del suo fottuto bar e dei giudizi da uomo frustrato. Quando mi osservai nel grande specchio del camerino capii che sotto la scorza del trasandato brillava un tipo niente male. Marcella aveva quasi le lacrime agli occhi, quando mi voltai a guardarla e le sorrisi.

-Ti voglio sempre così, d'ora in poi...- mi mormorò, con il groppo in gola. Se la serata girava come pensavo la mia trasformazione sarebbe stata totale. Ero euforico, capace di scalare montagne, combattere con i leoni, attraversare il deserto a piedi.

-Ora manca solo il parrucchiere- Marcella mi passò la mano tra i capelli lunghi e folti. Non potei protestare, il look andava cambiato totalmente e nonostante amassi la mia chioma accettai. Alle sette, come ci eravamo concordati, mi trovai sotto casa in attesa di Donna.

La prima volta che la vidi avvicinarsi con la sua auto, una Hyundai Coupe metallizzato, rimasi senza fiato. E per poco non svenni quando parcheggiò e scese: indossava un vestitino a fiori e una giacchettina blu.

Ero nuovamente stregato dalla sua bellezza, e non riuscii a rispondere al saluto. L'unico suono che riuscii ad emettere fu un "huh!".

In macchina ascoltammo un po' di jazz di Petrucciani, lei mi spiegò parecchio sugli stili e mi beai ad ascoltarla, osservando il profilo.

Il locale era stato creato riadattando un villino, l'enorme cancello in ferro era aperto, e sulle colonne vi erano attaccati i manifesti della serata. Il parcheggio era pieno, ma grazie agli agganci di Donna riuscimmo a trovare posto. Ci incamminammo lungo il viale illuminato da piccole fiammelle. L'aria intorno a noi era molto piacevole. Entrati nella sala, presero il mio soprabito e lo misero nel guardaroba. Il maitre ci portò sul terrazzino dove il trio jazz si stava preparando per iniziare il concerto.

-Si prospetta una bella serata, vero?-domandò Donna.

-Certamente lo sarà- risposi, accusando sempre quel senso di distacco.

-Guarda il nostro tavolo è in posizione perfetta. Fortuna che ho prenotato-.

-Già- ero tremendamente impacciato, speravo che con un po' di vino tutto sarebbe cambiato. Avevano disposto i tavoli in maniera semicircolare in modo che tutti gli spettatori potessero assistere al concerto allo stesso modo.

La prima volta che assaggiai il sapore metallico del sangue fu alla fine di quella serata. Era stata un'uscita magnifica e, dopo aver cominciato ad ascoltare, riuscii perfino a digerire il jazz. Mangiammo quasi in silenzio, guardandoci di tanto in tanto. Lei era luminosa e ammirata da tutti.

-Ci sono donne che ti divorano con lo sguardo- mi disse ad un tratto. Io posai la forchetta, guardandomi attorno. Tanta gente, bella gente a dirla tutta, una scelta di commensali degni di un concorso di bellezza.

-Dai, non scherzare- risposi, anche se ero lusingato. -Sei tu ad essere la regina della serata. Ogni volta che ascolto il gruppo suonare penso che le note siano tutte dedicate a te- Donna sorrise.

Mi persi in quelle labbra, rosse e carnose, increspate da un lieve sorriso, una bocca fatta per essere baciata, a lungo, con passione. Poi l'espressione si tramutò in una smorfia, all'improvviso. Avevo detto qualcosa di male?

-Santo cielo, Martino!- esclamò, togliendo il tovagliolo dalle gambe e posandolo sul tavolo. -Sta venendo qui, non dire nulla. Lavora per Peter, è il suo braccio destro-.

Non parlai, ma mi sentii sollevare da due braccia forti e poi scoprii due paia d'occhi socchiusi e crudeli che mi fissavano.

-Ciao Donna, lui viene con noi. Prego, ci segua senza storie, sarà meglio per lei e per tutti-.

Fluttuai accanto a loro, inconscio, con il cuore in tumulto, raggiungemmo l'uscita, mentre le note si perdevano in lontananza. La bocca mi esplose in un dolore lancinante, caddi a terra, sputando pezzi di labbra tumefatti e sangue.

La prima volta che mi svegliai intontito a seguito di un pestaggio dovuto a non so cosa, fui spaventato.

Avevo trattato male qualcuno durante un colloquio di lavoro?

Qualche dipendente si era offeso per delle sospensioni?

Mi trovavo nel mio ufficio?

Il mio lavoro consisteva in quello, fare colloqui e gestire il personale a seguito di reclami avuti da terzi. Poi ricordai tutto: la serata, la musica e quelle braccia che mi sollevavano.

Non poteva che essere così. Donna aveva detto un nome: Martino. Quell'omaccione di quasi 150 chili mi aveva pestato ben bene; ricordo che mi aveva portato al parcheggio, e dentro un'auto ci stava un altro sgherro che, vedendoci, uscì e ci venne incontro.

Ricordo che Donna ci era corsa dietro, che urlava qualcosa tipo: -Fermatevi, basta così!-, mentre i due mi pestavano a sangue. Quando decisero che poteva bastare il mio corpo gridava, e si spostarono, avvicinandosi a Donna. L'uomo la teneva per un braccio, parlava forte, ma il sibilo che mi risuonava in testa non mi fece capire nulla. Passarono alcuni minuti, in cui pregai il Signore che mi facesse svenire, pur di non sopportare il dolore, e per fortuna accadde. Poi il suono di una sirena, la mia mente che lottava tra il sonno e la veglia, luci lampeggiante e i due uomini che si allontanavano in fretta, lasciando Donna sola.

La prima volta che incontrai l'ispettore Demarchi sperai di non essere finito nel mirino di qualche malavitoso. Lui era a capo di una sezione della speciale della Polizia di Stato.

-Signor Pavesio, vero?-.

-Si- risposi affaticato, sentendo le labbra gonfie come palloncini. Ero sdraiato su una barella e molta gente si era avvicinata ad osservare la scena.

-Da quanto tempo conosce la signora Donna Presta?-.

Lo guardai sorpreso, non conoscevo il suo cognome, ma la presenza del poliziotto significava che qualcosa girava storto.

-Donna è la compagna di un nostro sospettato, Peter De Biase. Supponiamo sia un trafficante di animali esotici provenienti dal resto del mondo e dal nord europa. Lo conosce?-.

-L'ho visto una sola volta, in un bar. Perchè? Credete sia stato lui a farmi questo?-.

La prima volta che mentii lo feci per amore, e lo feci con un ispettore di Polizia, incurante delle conseguenze.

-Io e Donna stiamo insieme, dopo che si sono lasciati. Forse ha mandato qualcuno a farmela pagare- dissi di getto, mentre gli occhi di lei si riempivano di lacrime.

-Conosce chi l'ha percosso?- domandò Demarchi a Donna. Come poteva non conoscerlo, era il braccio destro di Peter. Annuì, la testa bassa e un singhiozzo che le fece tremare i capelli. Fu portata via in auto, mentre io venni trasportato via da un'ambulanza silenziosa. La faccia mi faceva male, ma ancora di più il cuore. Mi vennero in mente le parole di Franco, il suo modo burbero di pronunciarle, ma anche la paura che potesse accadermi qualcosa. Dovetti lottare con il milite, ma alla fine mi fu permesso di prendere il cellulare, con il quale mandai un sms al mio amico. "Sono al Pronto Soccorso", scrissi. Non so perchè lo feci, forse per rispetto nei suoi confronti, o forse perchè era l'unica persona cara che conoscevo. Quando finii di essere medicato lo trovai ad attendermi in sala d'aspetto, il viso triste e preoccupato.

-Me l'avevi detto- non gli diedi nemmeno il tempo di salutarmi. Lui annuì e mi strinse la mano, accompagnandomi all'auto. Raccontai a stento l'episodio, la bocca mi faceva male, mentre lui in silenzio ascoltava. Si accese una sigaretta, ma non me ne offrì. La strada era deserta, come la mia testa, piena di paura e apprensione. Donna era un luogo proibito, il limite invalicabile dietro il quale avrei potuto trovare anche la morte. Presi il cellulare, cercai il suo numero e lo cancellai dalla rubrica.

La prima volta che parlai a Peter mi alzai di scatto dallo sgabello del bar, Franco scavalcò il bancone con un balzo e si contrappose fra me e lui. Peter, un uomo sulla cinquantina, con i suoi capelli ricci e corti, con quegli occhi blu che quasi mi scrutavano l'anima, si avvicinò.

-Peter, ti avevo chiesto di non venire più qui!- esplose il mio amico.

-Lo so Franco, lo so. Volevo solo scusarmi di quanto è accaduto-.

-Cosa?- domandai allarmato. Se era uno scherzo non mi piaceva.

-Si, i miei uomini hanno agito male, avevo soltanto detto loro di spaventarti, non di picchiarti in modo così duro. Dovevano dirti di lasciare la mia ragazza in pace. Scusami se sono stati così violenti- le sue parole suonavano stonate, piene di falsa commiserazione.

-Violenza è prendere questo bicchiere e spaccartelo addosso!- gridai, afferrandolo.

-Devi uscire di qui o chiamo la polizia- intervenne Franco, facendomi cenno di stare calmo.

-Ok, vado via non c'è bisogno di urlare- il suo viso impassibile era ora attraversato da una smorfia dolorosa. -Io e lei ci siamo lasciati, da quella sera non mi parla più, non vuole avere nulla a che fare con me-.

-E quindi? Cosa vuoi ancora? Porto ancora i segni del tuo pestaggio- dissi, toccandomi il viso.

-Sai non è facile per me, un uomo della mia età, divorziato, con dei figli, piacere ad una ragazza del genere. Però provavo qualcosa per lei, mi faceva sentire ancora vivo. Capisci cosa intendo? Una donna del genere non si trova così facilmente. Avevo paura di perderla ed ho aggredito un uomo che nemmeno conoscevo. L'ho persa comunque. So riconoscere quando vado oltre, e questa volta il mio errore è stato così grande da farmela perdere-.

La prima volta che vidi un uomo piangere fu quella volta. No, sbaglio fu la seconda; la prima successe anni prima, in occasione della morte del nonno. Papà si mise in disparte ed iniziò a singhiozzare, nascosto dietro le tende della camera mortuaria. Ebbi la stessa impressione, lo stesso stupore nell'osservare un uomo di quell'età e per di più corpulento, piangere a dirotto.

-Sono un bastardo, hai ragione, un uomo senza scrupoli, che ha provocato gran dolore in vita sua. Ma la vicinanza di Donna stava cambiandomi; la sua dolcezza, il saper capire ogni mio gesto... Non si tratta solo di bellezza esterna, lei era speciale. Non ci sono parole per chiederti scusa, e giuro che nessuno proverà più a farti del male. Tieni...- mi allungò un foglio piegato e si voltò, uscendo dal bar.

Passai alcuni secondi in confusione, gli occhi pieni di immagini apocalittiche, ma quando riuscii a comprendere le sue parole mi sentii libero. Il foglio, un A4 da fotocopiatrice, recava scritto un indirizzo, e sotto la frase "Lei un tempo viveva qui. Trovala, amala e stringila al cuore per me", nient'altro. Lo porsi a Franco, cercando in lui una risposta.

-Dai, muoviti, Donna è tua- disse semplicemente.

Ma Donna era fuggita, non mi aveva più chiamato, il suo numero non compariva più nella rubrica del mio cellulare, e mi maledii per questo. Poi una luce si accese, seppur fioca, legata a quell'indirizzo: c'era una persona che forse poteva aiutarmi, e quello era l'ispettore Demarchi. Strappai il foglio e corsi in strada, dove trovai ad aspettarmi la Harley. Furono ore forsennate, durante le quali il mio cervello registrava suoni ed immagini che poi perdeva. Mi trovai il giorno dopo con in mano un numero di telefono. Demarchi aveva trovato all'indirizzo lasciatomi da Peter la madre di Donna. Lo composi, le mani tremanti. Sentii la sua voce e risposi: -Ciao Donna, sono io...-.

- Stefano sei tu?- il suo tono era spento, quasi incredulo.

-Si, che bello sentire la tua voce, scusami se non ti ho chiamato prima, ma solo ora ho trovato il coraggio di farlo, ho voglia di vederti, di baciarti, di stringerti a me. Devo confessartelo, mi sono innamorato di te dalla prima volta che ti ho vista. Ed il mio amore è cresciuto sempre di più. So che ti sembrerà il discorso di un pazzo, ma è cosi!-.

-Anche tu mi sei piaciuto sin dalla prima volta che ti ho visto. Con Peter le cose non andavano da tempo, mi sentivo messa da parte. All'inizio l''amavo, mi faceva sentire sempre desiderata, poi le cose sono cambiate, il lavoro veniva prima di tutto, gente strana ha iniziato a frequentare casa. Avevo paura, ma ancora di più il mio terrore era legato al pensiero di cosa mi avrebbe potuto fare se l'avessi abbandonato-.

-Lui ti ha lasciata andare- ammisi, mentre dall'altro capo un singhiozzo ruppe il silenzio. -E' stato Peter a cercarmi, a pregare affinchè ti facessi felice. Non so cosa succederà, se io e te siamo fatti per stare insieme, nemmeno sono sicuro che un domani Peter possa ripensarci e tornare a cercarti, ma so che in questo momento non esiste altro che io e te, insieme-.

La prima volta che riuscii a liberare il cuore fu come entrare in un sogno.

-Sei da tua madre vero?- le chiesi alla fine, dopo che lei ritrovò la voce e il pianto si trasformò in piccoli sospiri.

-Si...- non mi serviva altro.

-Preparati e aspettami che ti porto via-.

Chiusi la chiamata, corsi a prendere le chiavi della macchina e partii. Le due ore successive passarono velocemente. Stavo andando dalla mia amata, non m'importava dove fosse. Anche sulla luna sarei corso a prenderla. Non potevo più aspettare. Raggiunsi il paese, attraversai la via principale, gli occhi sul navigatore e il cuore che picchiava al ritmo del motore. Lei era davanti a casa, bella e radiosa, in mano una piccola valigia a fiori, gli occhi rigati dalle lacrime. Scesi e l'abbracciai forte, perdendomi nel calore del corpo, e annusando il profumo della pelle. Le nostre labbra si incontrarono, incastrandosi perfettamente. Non c'era bisogno di parole, tutto si poteva leggere nei nostri occhi.

Guidai, tenendole la mano, mormorandole mille cose, i sogni e i progetti di una vita passata alla ricerca della felicità. Parcheggiai e salimmo le scale, sempre con le dita intrecciate. Casa mia mi sembrava bellissima, finalmente completa.

Quella fu la prima volta che facemmo l'amore.

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