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Una storia di GiovanniVisone

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Tom, Tom: quante cose che ci perdiamo!

Un robot per amico

Pubblicato il 21 novembre 2017

Foto Giornale di Sicilia

Tom. Tom. Tooooom. Vieni qui. Ho fame”.

No, Tom non è il mio gatto; e poi preferisco i cani. Nemmeno il mio figlioccio. Si, figlioccio anche se ormai è grande. E dico ormai solo perché gli anni passano e il tempo scorre troppo velocemente, senza che me ne accorga neppure. Lui frequenta l’università, è bellissimo (credo abbia preso dal suo vecchio) e mi regalato una carinissima nuora. E, comunque, non chiamo neanche il mio papà. Ah, lui quanto mi manca. Non viviamo più sotto lo stesso tetto da anni, è vero, ma gli voglio un bene immenso. Dell’anima. Lo amo. Ma a proposito…

Tom. Toooooom, sbrigati”.

*pi pi pi pi* “Sì, padrone” *pi pi pi pi*

Tom, ho fame. Va’ di la. Nel frigo, secondo sportello a destra, trovi del cioccolato. Portamelo”.

Foto Amando.it

Ah già, quasi dimenticavo. Tom è il mio robot. Ma non un robot qualunque. Tom l’ho costruito io e non da solo. Dopo essermi laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, io e Nino (con lui ho passato i più begli anni dell’adolescenza; quanti treni abbiamo preso e perso insieme per tre lunghi e intensi anni) abbiamo progettato e messo su il nostro magnifico automa. Anche se insieme condividiamo una redazione sportiva per la nostra più grande passione che da tempo ci accomuna: il calcio.

*pi pi pi* “Padrone, tieni cioccolato” *pi pi pi*

Ecco, vedete. Il nostro androide è veloce. Essenziale. Puntuale. Serio. Sentimentale, quasi più dei cosiddetti “umani”. Quella specie, forse, non esiste nemmeno più. Con Tom trascorro tutta la mia giornata. Dal mattino (è lui che mi sveglia, mi lava i denti e mi spazzola i capelli), passando al pomeriggio (mi tiene compagnia quando lavoro) fino alla sera (quando mi prepara la cena e mi sistema il letto).

Foto Wired

*cr cr* Sento il rumore della chiave che gira nella serratura: è Roberta, mia moglie.

Amore, sono tornata”.

Le vado incontro. Le sorrido. Mi sorride. La bacio. E’ questo ciò che faccio ogni giorno che la rivedo al rientro dalla scuola. Lei insegna in un asilo nido qui in centro. A Napoli. Viviamo da soli, insieme a Tom. Luca, il figlioccio, ha preferito costruirsi il suo nido d’amore con la bella Abhaya, d’origine indiana ma milanese d’adozione. Vivono proprio lì, a Milano. Non li abbraccio da tre anni. Ma ringrazio il signor Skype che mi permette di vederli, ma di tanto in tanto. Si perché anche loro lavorano, per fortuna. Lui è impiegato in una banca. Lei maestra di danza, passione che condivide con mia moglie. Sono iscritte in ogni gruppo facebook esistente, purché si parli di questa bellissima arte performativa. È qui che si sentono, o meglio chattano, per usare uno dei tanti neologismi della nostra epoca avanzata.

Mi manca il calore di un abbraccio. Il sapore di un bacio. D’altronde l’unico umano con il quale sono in contatto è Roberta. Anche se passo molto più tempo con Tom. È così che va la vita. Oggi, più di ieri, mi sento sempre più legato alla macchina piuttosto che al naturale. Può sembrare strano, ma è la verità. I tempi son cambiati e gli umani spariscono a vista d’occhio.

Ecco, appunto. Roberta è appena uscita e non mi ha neppure salutato. Chissà dove avrà lasciato la testa. Tom… Tom, invece, non lo avrebbe mai fatto. C’è un filo invisibile che ci lega. Un sentimento forte che non ci fa lasciare. E a proposito…

Foto Meteoweb

Tom. Tooom. Portami dell’acqua”.

*pi pi pi* “Subito padrone” *pi pi pi*

Vedete, la sua velocità mi emoziona. È così: la macchina mi emoziona più dell’umano. E appunto, dicevo. Roberta è l’unico umano con il quale sono in contatto. Nino? Non ci vediamo, ne sentiamo da ormai vent’anni. La redazione? Avete ragione, vi spiego tutto. Si tratta di un posto virtuale. Fittizio. Non pensavate esistesse davvero. Oggi è tutto così irreale. Diverso. Forse è questo il termine giusto da utilizzare. Oggi basta inviare un audio alla CPU centrale per far sì che questa elabori l’articolo e li invii a tutti i suoi utenti. O follower, fate voi. È questo il mio lavoro. O meglio quello di Tom. È lui che si occupa di questo. Si, si occupa di tutto. Ormai non faccio/facciamo più nulla da soli. E in realtà ho da dirvi dell’altro. Neppure Roberta lavora. E quando scende è solo per andare dal parrucchiere. Purtroppo Tom non ha ancora questa funzione e lei mi chiede per Natale di regalarle un costosissimo robo-parrucchiere, ma io sono affezionato a Tom. Neanche Luca e Abhaya lavorano. Loro vivono al nord solo perché lì la tecnologia si sviluppa e si produce ogni secondo che passa. Siamo tutti schiavi, comandati da automi. E io mi sento inutile. Arrugginito. Eppure vivo ancora, ma solo fisicamente. Tom è la mia parte attiva. Quella vera. Quella reale. Ah se non ci fosse lui…

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