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Una storia di Zero0

Una giornata qualunque

Pubblicato il 21 marzo 2018 in Altro

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La sveglia suonava nel piccolo, spoglio ed un poco sporco monolocale, con un suono monotono e ritmato. Un uomo basso, tarchiato e con radi capelli a corona del capo, come un frate francescano, alzò stancamente la mano per fermarla e per alzarsi pesantemente dal letto, o meglio dal materasso appoggiato sul pavimento con una coperta logora al di sopra; la notte era ancora scura, rischiarata solo dalla luce arancione dei lampioni al neon della strada di periferia, era l’inizio di una breve giornata di lavoro sul suo camion, dato che, dopo anni, era riuscito finalmente ad accaparrarsi due belle settimane libere da passare con sua figlia. Sorrideva al solo pensiero. Andò in bagno a detergersi il viso e radersi la barba incolta, si passava la mano sul mento di tanto in tanto per controllare se il rasoio elettrico svolgeva a dovere il proprio lavoro; non era certamente piacente come quando era giovane, il mestiere del camionista lo aveva ingobbito e gli aveva donato una pancia degna di nota, non d’alta statura, da qualche tempo aveva perso la maggior parte dei denti a causa d’una malattia, ma, non potendo pagare la spropositata somma richiesta dal dentista, a causa del divorzio da sua moglie fu costretto a sopportare il dolore, non rideva più coi colleghi per la vergogna. Aveva ragione il suo collega di lavoro quando diceva:<< I dentisti sono uguali alla fatina dei denti, solo che loro si comprano la Ferrari coi nostri soldi. Non gl’importava. Nulla avrebbe turbato questo giorno atteso per ben sei anni, dall’epoca del suo divorzio. Sommerso dagli alimenti da consegnare alla moglie, aveva venduto alcuni possedimenti di sua proprietà, anche se non fu sofficiente per mantenere un livello minimo di sussistenza; così trovò un monolocale economico e lavorò sodo senza mai prendere un giorno per sé stesso, guardò la foto, che teneva sul comodino della sua famiglia, quando ancora era la sua, ora al suo posto, per quel che lui sapeva, stava un medico o comunque un uomo importante e facoltoso, che sua moglie aveva sposato per soldi ed allettata da una vita agiata, come diceva sua figlia. Ma lei, la figlia, era diversa, non aveva preso da sua madre, che detestava ed odiava anche i servizi sociali, i quali l’avevano affidata a “quella donna”, così la chiamava, era solare ed umile; in qualche modo era contento però che fosse andata così, anche se si guardava bene dal dirlo, perché così la vita della ragazza fu senza dubbio più facile dal punto di vista materiale. Il suo sguardo scivolò sulla sveglia lì vicino, era già passata mezz’ora dal suo risveglio, se si fosse attardato ancora sarebbe arrivato tardi al lavoro, s’infilò dei vestiti puliti, uscì di casa chiudendo la porta, non tanto perché ci fosse alcunché da rubare, quanto per evitare di vedersi occupato al ritorno dalle vacanze l’appartamento, capitava di frequente in periferia a causa della crisi economica, lui stesso si diceva miracolato d’aver trovato un lavoro stabile; pensando a queste cose, arrivò alla ditta di trasporti per la quale lavorava, salutò gli sparuti colleghi che arrivavano alla spicciolata, entrò nell’ufficio del direttore e si fece indicare dove avevano posto il suo mezzo, si diresse al capannone ed uscì in strada; viaggiava lentamente a causa dei nuovi limiti di legge alla velocità degl’autocarri ed autoarticolati per la viabilità cittadina, aveva numerose consegne singole in città, quindi in mezza giornata avrebbe terminato le sue mansioni, era felice per questo. La prima riguardava una fornitura di farina ad un panettiere, uno dei pochi negozi che ancora sopravvivevano alla grande distribuzione, situato in un quartiere residenziale rimesso a nuovo di recente, risultava difficoltoso per un mezzo di grandi dimensioni muoversi per le vie. Il negozio era situato al confine tanto del quartiere quanto della città, il proprietario l’attendeva fuori e, non appena lo vide, lo salutò con un cenno della mano da lontano, a cui il camionista rispose abbagliando coi fari; insieme scaricarono il materiale per il pane e parlarono della situazione corrente: il panettiere non era riuscito a trovare le finanze per poter iscrivere il proprio figlio all’università che desiderava fin da piccolo, ma il ragazzo non era dispiaciuto, almeno a parole, questo bruciava nel cuore del padre, aveva iniziato a lavorare con lui in panetteria e ne era felice, dato che il pover uomo stava ormai invecchiando velocemente. Il camionista gli raccontò che quel giorno terminava presto perché doveva vedersi con sua figlia e disse che il suo amico era fortunato perché poteva vedere suo figlio ogni giorno e lavorava addirittura col proprio padre, il panettiere cominciò la giornata di buon umore dopo queste notizie; s’accomiatò dall’uomo e riprese le sue consegne, la successiva riguardava la fornitura di materiale di cancelleria agl’uffici commerciali del centro città, in quei grandi palazzi di vetro dove entravano dei pinguini, i cui vestiti costavano più d’un anno del suo stipendio, ma non gl’importava di questo poiché riteneva che le responsabilità, la maggior istruzione e l’utilità valessero tale diversità di trattamento, tuttavia ora che la crisi economica infuriava e le fabbriche chiudevano ad un ritmo terrificante senza che nessuno sapesse che fare, loro, così strapagati, a che servivano? Erano utili per davvero? Certamente lui non aveva le risposte e l’unico pensiero fisso in testa era sua figlia, fece spallucce, come per scacciare il pensiero da sé, e raggiunse il distretto commerciale; lì un giovane di non più di trent’anni lo attendeva davanti al city trade center, era in un completo da men in black con un apparecchio all’orecchi col quale parlava in idioma al camionista sconosciuto. Il broker nemmeno lo salutò o gli chiese se avesse bisogno d’aiuto, un poco di calore umano e che diamine, il camionista prese le casse dal suo mezzo e salì in ascensore i trentacinque piani necessari a raggiungere l’ufficio, furono necessari numerosi viaggi per terminare la mansione, se ne andò senza che il giovane broker né gl’avesse rivolto la parola né l’avesse salutato, per il camionista era un giovane impertinente, ma lasciò correre e ripartì. La terza consegna era la più impegnativa, in quanto consisteva nella fornitura di bancali di mattoni ad un cantiere edile per la costruzione di un edificio pubblico, Dio solo sa quale, nemmeno gl’operai avevano ben capito; con l’ausilio della gru del cantiere e del braccio meccanico del mezzo ci misero la metà del tempo che il camionista aveva preventivato, così si fermò con loro per una partita a carte a cui loro l’avevano invitato. Il capocantiere era una persona simpatica e dalla battuta facile, il tutto condito con una risata grassa e solare, era di Napoli, venuto al Nord per lavoro, con una bimba piccola d’appena otto mesi, gli fece vedere la foto della piccola che teneva sul cuore, nella quale la moglie teneva in braccio il piccolo fagottino contenente il loro unico tesoro; il camionista gli raccontò che oggi avrebbe incontrato sua figlia e che, se tutto andava bene sarebbero andati a vivere assieme, perché voleva fare l’università nella città natale sua e del padre, il capocantiere si congratulò dandogli energiche pacche sulle spalle. Il camionista chiese prima d’andarsene perché iniziassero più tardi ed il capo rispose che era un espediente per avere un po’ più di soldi in tasca, dato che quell’edificio aveva fondi sicuri, per poter vivere più a lungo, quello in fin dei conti era l’unico cantiere di tutta la città, strinse la mano a tutti e ripartì. Molte erano le commissioni rimaste, ma una lo colpì perché il luogo indicato era un ex zona industriale ora dismessa e quindi senza persone od aziende, incuriosito chiamò il suo capo per chiarimenti e lui rispose che era un banale errore di copiatura, si trattava di una trattoria fuori città in direzione del mare, il camionista fu ben felice della notizia, dato che era più vicino a sua figlia, il capo ne fu stupito; per sicurezza il camionista passò da quel luogo: era un luogo vuoto frequentato da meretrici d’ogni tipo, passando vide travestiti, donne d’ogni nazionalità ed anche uomo, alcuni dei quali molto giovani, quasi adolescenti, almeno sono democratici da queste parti, ironizzò passando oltre. Proseguì mentre si faceva giorno, le mansioni e le bolle d’accompagnamento s’accumulavano sul cruscotto, finalmente arrivò a quella per la trattoria, partì spedito con un sorriso enorme sul viso e la foto della sua famiglia sulla radio non funzionante; la trattoria la raggiunse verso metà mattinata e scaricò il nuovo forno professionale che i due anziani proprietari avevano ordinato su richiesta del nipote, che intendeva intraprendere il mestiere del nonno, il camionista si congratulò con l’’anziana coppia, gl’augurò buona fortuna e ripartì. Pochi paesi lo separavano dall’agognata meta, ormai non stava più nella pelle, in uno di questi paesini una signorina di vent’anni passeggiava sul marciapiede con la culla della sua bambina per farla dormire, si voltò per passare sulle strisce pedonali, ma non s’accorse d’una piccola crepa al suolo, inciampò scaraventando la culla in mezzo alla strada, il camionista fece una manovra sconsiderata per evitare la culla con la bambina che imperterrita dormiva profondamente. Riuscì per miracolo ad evitare entrambi, tuttavia non riuscì a non far capovolgere il camion, la cabina si deformò schiacciando e rompendo lo sterno nel suo petto, un piccolo frammento d'osso si conficcò, quale lancia, nel cuore. L’uomo allungò la mano verso la foto della figlia, chiuse gl’occhi, una lacrima scese, la bambina iniziò a piangere.

Il mare era stupendo, anche dalla pensilina del bus, lì s’erano dati appuntamento e lì l’attendeva una dolce ragazza slanciata coi capelli castani che ricadevano fluenti dietro le spalle, gl’occhi azzurro chiari e la bocca stretta con appena accennato un rossetto sobrio, due piccoli orecchini a forma di stella azzurra. Vestiva un paio di pantaloncini blu ed una magliettina gialla, portava due grosse valigie e guardava la foto di lei coi suoi genitori da piccola, suo padre non era più quello d’un tempo: ora era calvo, più grasso e senza denti a causa di sua madre, pensava e l’accusava lei; scacciò colla testa il pensiero e si sedette in attesa, papà sei in ritardo, disse a bassa voce.

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