scrivi

Una storia di LuigiMaiello

5

Intertwine Consiglia pt. 71: “M’illumino d’immenso?”

con il film The Neon Demon, il disco “Hai paura del buio?” degli Afterhours e il libro Cecità di Josè Saramago.

Pubblicato il 23 marzo 2017

“Le persone sono come le vetrate colorate. Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce all'interno.”

Elisabeth Kübler-Ross

È buio pesto nella vostra camera, non riuscite a vedere, né a leggere, così accendete una lampada e improvvisamente la stanza si riempie di luce.

Il rimedio per illuminare una stanza o una strada è semplice, ma se il buio cala su un’intera società, la situazione è molto più complicata.

Dalla filosofia alla religione, la parola luce può assumere tanti significati. Uno particolare è quello che si ha in greco con φῶς (phaos/phōs) la cui radice corrisponde a quella del verbo phainō, che significa "mostrare", "rendere manifesto". Il termine greco phos originariamente non indica soltanto la luce come mezzo per vedere, ma anche la luce che emana la verità raggiunta tramite la conoscenza.

È questo significato che la filosofia ha visto nella luce, intesa come ciò che permette di vedere, di distinguere le forme, la profondità della realtà. Tuttavia della luce siamo coscienti solo quando questa è assente poiché senza di essa non siamo più in grado di vedere.

“Non abbiate mai paura dell’ombra.

È lì a significare che vicino, da qualche parte, c’è la luce che illumina”.

Ruth E. Renkel

Illustrazione realizzata da Daniele Moretti

Ma forse questa luce si è sbiadita, ed è proprio per questo che Intertwine Consiglia, dopo qualche settimana di pausa, torna a farvi compagnia.

Come sempre a guidarci saranno un film, un disco e un libro, in questo format nato per sintetizzare il concetto alla base di Intertwine: poter raccontare storie unendo tra loro testi, video e foto.

Per questa puntata abbiamo scelto tre titoli che trattano aspetti diversi della luce e soprattutto della società contemporanea:

- il film The Neon Demon;

- il disco “Hai paura del buio?” degli Afterhours;

- il libro "Cecità" di Josè Saramago.

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn.

“La bellezza non è tutto. È l’unica cosa”.

Una donna è stesa su un divano avvolta in un vestito blu elettrico. Il suo capo pende su di un lato e dal suo collo esce tanto sangue, che come un fiume va a finire sul pavimento, in una grande pozza di color rosso corvino. Pochi istanti dopo vediamo un fotografo che scatta foto a ripetizione.

Così inizia The Neon Demon, un film di Nicolas Winding Refn (lo stesso regista di Drive) che riesce nell'impresa di affascinare e inquietare lo spettatore.

Jesse (Elle Fanning) è bella e giovane, sedici anni all’anagrafe ma diciannove dichiarati al momento di sottoscrivere il contratto che le cambierà la vita.

Elle Fanning nella scena iniziale del film.

È una modella e la sua è una bellezza pulita e sincera. Una bellezza che non necessita di ritocchi e questo la rende molto pericolosa, perché il suo viso ha un superpotere: attrae su di sé l’attenzione di tutto il mondo, senza fare nulla.

“Vedo 20/30 modelle al giorno qui in agenzia.

La maggior parte viene dalla città e ha grandi speranze.

Sono tutte belle. Ma tu, tu diventerai una star”

È un film che espone tanta bellezza nei corpi delle modelle, belle come divinità greche, che però sono impossessate dal “neon demon”: una forza impalpabile che si insinua tra le luci dei riflettori, cavalca con loro le passarelle e crea rivalità.

Le modelle hanno una bellezza limpida, ma anche un lato oscuro fatto di cannibalismo e vampirismo.

Jesse viene scelta dal più famoso fotografo del Mondo (Desmond Harrington) che ne vuole fare la sua nuova musa e questo le provocherà l’odio tutte le altre. Ma i pericoli per lei verranno anche da altre parti: c’è ad esempio il portinaio del suo hotel (Keanu Reeves), che lei ritiene bruto e pericoloso.

The Neon Demon è un film dalla potenza estetica e visiva invidiabile, in cui un ruolo centrale assumono le luci e le musiche di Cliff Martinez: come quando Elle Fanning entra in un triangolo di luci al neon mentre attorno c’è una luce blu o rossa e tutto intorno a suonare è il ritmo tipico da rave party.

Le storie sullo schermo spesso funzionerebbero anche senza dialoghi, semplici al punto da sembrare banali, ma ciò che interessa al regista è evidentemente altro: lavorare a livello visivo ed estetico su scheletri narrativi.

Il neon demon è la metafora della ricerca di fame e celebrità che ormai pervade e trasforma la natura più intima e innocente delle persone.

Siamo tutti ossessionati dalla perfezione estetica e dal possesso di ricchezze vane, alla ricerca di un protagonismo che ha ormai superato il quarto d’ora di notorietà profetizzato da Andy Warhol.

La società dell’immagine e il corpo visto come un oggetto sono i protagonisti di questo film che però non riesce a superare un paradosso insito nella natura umana: il nostro corpo lo possiamo toccare proprio come se fosse una cosa, eppure non ci è mai possibile renderlo completamente un oggetto perché è parte di noi stessi. Staccarsi dal proprio corpo non è possibile anche se ci sono momenti (pensate alla rabbia, alla frenesia o all’eccitazione) in cui ci sembra così estraneo da essere fuori dal nostro controllo.

“Hai paura del buio?” degli Afterhours

E voglio un pensiero superficiale

Che renda la pelle splendida

Senza un finale che faccia male

Coi cuori sporchi

E le mani lavate

A salvarmi

“Hai paura del buio?” degli Afterhours è uno dei dischi fondamentali del rock italiano, forse l’album indipendente più importante degli ultimi anni, tanto bello e famoso che nel 2014, a venti anni dalla sua uscita, ne fu decisa una seconda edizione, in cui Manuel Agnelli e soci hanno allegato un bonus disc nel quale hanno ospitato tanti altri musicisti (Negramaro, Edoardo Bennato, Samuel dei Subsonica, Il Teatro degli Orrori, Vasco Brondi, Ministri, Marta sui Tubi, ecc.)

Parliamo di un album di enorme successo, che all’inizio però sembra non aver avuto vita facile. Manuel Agnelli infatti ebbe enormi difficoltà a trovare un’etichetta disposta ad appoggiare il progetto, tanto da precipitare, in un primo momento, in un dirupo di debiti.

“Copriti bene se ti senti fredda,

hai la pressione bassa nell'anima.

Ti do le stesse possibilità,

di neve al centro dell'inferno, ti va?”

Gli Afterhours.

1.9.9.6., Male di miele, Rapace, Pelle, Voglio una pelle splendida, Lasciami leccare l’adrenalina, sono solo alcuni dei titoli famosi di questo disco in cui ritroviamo una molteplicità di generi: hardcore, folk, elettronica, jazz, grunge e pop.

E poi ci sono temi come l’amore, la gelosia, la satira sociale e quei giochi di parole tanto cari agli Afterhours con donne “vestite di lividi”, “anime senza finestra” e “un cuore bianco come eroina”.

Dolcezza e violenza, odio e malinconia, sono facce di una stessa medaglia e si fondono in questo disco che non dà mai la sensazione di essere confuso o dispersivo, grazie a una poetica quasi visionaria che ormai affascina già due generazioni di fan.

Cecità di Josè Saramago

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,

Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

Pochi paragrafi, solo punti e virgole e niente virgolette a delimitare i dialoghi. Un flusso di pensieri caratterizzato dall’assenza di punteggiatura.

È questo “Cecità”, il romanzo di Josè Saramago che è anche un esperimento sociologico, il cui titolo doveva essere “Saggio sulla cecità”, ma poi fu preferito un titolo “meno scientifico” per non intimorire il pubblico.

In un tempo e un luogo non precisati un’auto è ferma al semaforo e tarda a ripartire nonostante il verde. Tutti iniziano a imprecare e a suonare i clacson, ma il guidatore può fare ben poco: è diventato cieco. La sua malattia, però, è peculiare: infatti egli vede tutto bianco.

Cecità racconta di un’improvvisa e inspiegabile epidemia, a causa della quale la popolazione si ritrova cieca, inondata da un’intensa luce bianca simile a un “mare di latte”.

Non conosciamo i nomi dei personaggi, che distinguiamo solo per alcune connotazioni sociali o fisiche: “il medico”, “la moglie del medico” “il ragazzino dall’occhio strabico” “la ragazza dagli occhiali scuri”, “il primo cieco”.

La moglie del medico ha un ruolo centrale nella storia: si finge non vedente per stare vicina al marito e saranno proprio i suoi occhi a descrivere la scena al lettore.

Il contagio a poco a poco si espande. Gli ammalati vengono rinchiusi in strutture apposite (come un ex manicomio). Ogni contatto con l’esterno viene evitato e quando i ciechi, sbagliando strada, fanno qualche passo troppo in avanti, i soldati li uccidono.

“È una vecchia abitudine dell'umanità, passare accanto ai morti e non vederli”.

Una convivenza e una clausura forzata e senza controllo che trasformano gli uomini in bestie primitive, prive di ogni condizionamento civile. Così i legami di sangue e i segni dell’amore spariscono e l’unica legge è quella dell’istinto primordiale alla sopravvivenza.

Uccidere, affamare, minacciare, aggredire, stuprare diventano crimini che non spaventano, perché, dice uno dei protagonisti,

“è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”.

La Cecità è una metafora dell’indifferenza e della perdita di solidarietà tra le persone nella società contemporanea. A essere criticati sono soprattutto i rapporti di potere, che nel romanzo sono esemplificati da una dittatura dei ciechi più forti e violenti.

Non mancano riferimenti alla fame nel mondo: alcuni ciechi malvagi tengono più cibo per loro, mentre altri non ne ricevono affatto.

Il cibo basterebbe per tutti, ma l’avarizia di pochi fa morire di fame molti altri.

La cecità dell’uomo risiede quindi nella sua mancanza di solidarietà, nell’incapacità di fare e pensare al bene, nel desiderio del male che ci rende tutti ciechi, pure quando vediamo, e che ci fa regredire verso lo stato di natura hobbesiano, dove è sempre il più forte a prevalere.

“Con l'andar del tempo, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all'interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca”

“M’illumino d’immenso”

Quattro sole parole compongono “Mattina” di Giuseppe Ungaretti, forse la poesia più famosa dell’ermetismo. Era il 1917, in Italia e in Europa la prima guerra mondiale mieteva vittime, ma il poeta riuscì a trovare il modo di esprimere il suo senso di pienezza e di apertura verso l’esterno.

Il poeta in questi versi è “illuminato” e in piena sintonia col mondo che lo circonda.

Oggi le guerre ci sono ancora, e ad esse si sono aggiunte crisi di ogni tipo: economiche (e finanziarie), sociali, ambientali, climatiche, ma forse ce ne sono due che racchiudono (e sono l’origine di) tutte le altre: la crisi di civiltà e la crisi antropologica.

Siamo in continuo movimento in un “Viaggio al termine della notte”* che non ci porta da nessuna parte, guidati dall’egoismo e dall’insensibilità rispetto al dolore e alle sventure altrui.

Non si tratta solo dell'indifferenza per i barconi degli immigrati che affondano in mare, ma di una forma di «desensibilizzazione», di «anestesia sociale», come se la soglia in grado di attivare atteggiamenti di pietas e comportamenti di partecipazione si fosse innalzata in modo esponenziale.

Nella società disgregata in cui viviamo, ci guardiamo intorno sospettosi alla fermata dell'autobus o della metropolitana, e non vediamo l'ora di tornare a casa per chiuderci la porta alle spalle.

«Noi europei del Ventesimo secolo ci troviamo sospesi tra un passato pieno di orrori e un futuro distante pieno di rischi»

Zygmunt Bauman

Abbiamo spesso paura, e proprio la paura guida i nostri comportamenti.

La paura di non trovare il lavoro o di perdere quello che si ha, di non reggere alla competizione, di essere inadeguati. Tutto ciò, come dice Saramago nel suo libro, ci fa regredire a comportamenti di difesa tipici dello stato di natura, con la lotta dell’uomo contro l’altro uomo.

Nei decenni passati, le crisi portavano a un maggiore coinvolgimento nella vita politica di cittadini che facevano causa comune per arrivare a obiettivi condivisi.

Oggi invece l’individualismo ha portato a una guerra tra poveri.

Chi ha perso il lavoro ha indirizzato la propria frustrazione nei confronti di chi ha meno (immigrati) rafforzando i partiti di estrema destra e i partiti (e movimenti) anti sistema.

Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio.

Le soluzioni a questi problemi non le possiamo offrire, ma ci piace chiudere questa puntata con uno spiraglio, ricordando che

"C'è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce."

Leonard Coehn

*(romanzo di Louis-Ferdinand Céline)

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×